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Città molto ingranditasi recentemente, l'economia di Prato è storicamente basata sull'industria tessile, anche se con il crescere degli abitanti essa si è diversificata. Fino al 1992 Prato, assieme ai comuni della sua provincia, faceva parte della provincia di Firenze. In quella data fu creata la provincia di Prato, per meglio amministrare un territorio in crescita continua di abitanti. La Provincia comprende in totale 7 comuni, inclusa la stessa Prato: Cantagallo, Carmignano, Poggio a Caiano, Montemurlo, Vaiano, Vernio. La città di Prato si trova tra Pistoia e Firenze e si estende per circa 100 Km². L'altitudine minima è di 32 metri, mentre la massima è di 818 metri, registrati sul monte Cantagrilli. È attraversata dal fiume Bisenzio, affluente del fiume Arno.
Prato è stata più volte arrivo di tappa del Giro d'Italia: 1989 (10 giugno): 21^ tappa, vinta da Gianni Bugno. 1991 (2 giugno): 8^ tappa, vinta da Davide Cassani. 1996 (28 maggio): 10^ tappa, vinta da Rodolfo Massi. 2000 (21 maggio): 8^ tappa, vinta dal belga Axel Merckx.
STORIA DI PRATO
Dopo le civiltà preistoriche, gli Etruschi abitarono la terra di Prato fino al V-IV secolo a.C. In età romana sorse il "Pagus Cornius" nell'area del "prato" attorno al quale, una volta caduto l'Impero Romano, sosterranno le milizie e i mercanti fino a formare un quartiere che nel secolo XI diventerà il fortilizio del Conte Alberto. Gli Alberti saranno poi, per investitura imperiale, Conti di Prato. Il vasto feudo albertino, che si estende dalla Maremma all'Appennino bolognese, viene conquistato dalla Marchesa di Canossa dopo un feroce assedio. Divenuta un Libero Comune, Prato sconfigge Pistoia alla fine del XII secolo. Arti e mestieri fioriscono e si organizzano militarmente in una Società del Popolo. La Società pesa a favore dei Guelfi riuniti a Prato nella Lega dei Comuni Toscani. Dominata dagli Angioini prima, dai Guazzalotti poi, la città, stremata da un'epidemia di peste, si arrende nel 1350 ai fiorentini che l'assediano. Nel 1512 subisce il "Sacco" da parte degli spagnoli. Il passaggio alla Repubblica fiorentina, nel 1351, non limita la crescita economica, culturale e artistica della città. Dalla metà del XIX secolo, lo sviluppo di una moderna industria tessile comporta una notevole espansione economica, demografica ed urbanistica. Il lavoro non ha però assorbito tutte le energie intellettuali della città, che oltre alla ricchezza del suo patrimonio storico-artistico offre notevoli e caratterizzate occasioni culturali che ne testimoniano la vivacità.
La formazione del pianeta Terra, della sua crosta terrestre e dei suoi oceani, come pure le conseguenze delle forze coinvolte nella teoria della tettonica a placche e la deriva dei continenti, così come vengono universalmente accettate, coinvolgono, naturalmente, anche la preistoria pratese, in quanto, è risaputo, anche Prato è posizionata sul pianeta Terra. Lo stesso potremmo dire per i grandi cicli orogenetici prepaleozoici (ricordiamo che per orogenesi si intende il sorgere delle catene montuose) e per i successivi cicli orogenetici carboniano, ercinico, cimmeriano. È indubbio, però, che in particolar modo siamo interessati alla orogenesi alpina la quale, iniziata circa 140 milioni di anni fa, è tuttora in corso e coinvolge direttamente l'Appennino. Va qui sottolineato che il termine "Appennino" per la geologia e la geografia ha due significati diversi. Geograficamente si intende la catena montuosa che costituisce lo spartiacque della penisola. In senso geologico, invece, Appennino è tutta la fascia corrugata a cui appartiene la catena, quindi tutta l'Italia peninsulare è Appennino (tranne il monte Conero, presso Ancona, e la zona del Tavoliere delle Puglie). La struttura dell'Appennino settentrionale, nel quale ricade il territorio pratese, è una struttura a falde nella quale si sovrappongono unità stratigrafiche di età simile, ma sovrapposte meccanicamente fra loro. Il territorio pratese (ma il discorso vale a grandi linee per tutta la Toscana) come lo vediamo adesso, è venuto modellandosi nel periodo dell'era Cenozoica chiamato Pliocene (da circa 5 milioni a circa 2 milioni di anni fa). In quell'epoca soltanto una porzione dell'attuale Toscana era già emersa dal mare, che arrivava a lambire il Montalbano fino ai pressi dell'attuale Montelupo. Ancora durante il Pliocene, grazie a sollevamenti orogenetici del fondo marino si arrivò ad avere quasi l'intera Toscana emersa. Il sollevamento non uniforme del suolo, ostacolando il flusso dei corsi d'acqua, dette luogo alla formazione di grandi laghi lungo l'asse della catena appenninica; ricordiamo, fra gli altri, il lago del Casentino, il lago del Mugello, il lago della Val di Chiana. Un grande lago si formò anche nella vasta piana pratese: il lago di Prato-Pistoia-Firenze. Quest'ultimo si formò a cavallo fra i periodi Pliocene e Pleistocene e, a causa dell'erosione della stretta della Gonfolina e della deposizione del materiale fluviale, si riempì di sedimenti e si svuotò dell'acqua. Il tutto durante il livello geologico conosciuto come Villafranchiano, quindi già circa 700.000 anni fa il lago non c'era più e al suo posto si ebbe una pianura corrispondente circa all'attuale. Quando l'uomo apparve in Toscana il lago era già scomparso da centinaia di migliaia di anni. Con la comparsa dell'uomo nel nostro territorio si incontrano anche le più antiche testimonianze che ci ha lasciato della sua presenza. Queste testimonianze sono fonte di interesse e materiale di studio per archeologi, paleontologi, paletnologi. L'interesse per l'archeologia a Prato, benché vanti una grande tradizione con predecessori illustri e ritrovamenti "precoci", soltanto adesso si sta avviando ad una organicità di ricerca su base scientifica. Se, infatti, i primi ritrovamenti certi (di cui ci rimanga traccia nelle pubblicazioni di cronache, giornali e riviste dell'epoca) sono da far risalire ai primi del 1700, tuttavia le continue recenti emergenze di siti archeologici in varie località del territorio comunale di Prato, confermano quanto ancora siamo lontani dal possedere un quadro anche solo indicativo della Prato preistorica e protostorica. Cercheremo comunque, sulla base dei ritrovamenti avvenuti negli anni a Prato, di tracciare un percorso riassuntivo, senza la pretesa di essere esaurienti ed esaustivi. I più antichi manufatti elaborati dall'uomo preistorico che sono giunti fino a noi, furono realizzati usando come materia prima la pietra, perciò quel periodo viene chiamato età della pietra. Col passare dei millenni le tecniche di realizzazione andarono affinandosi e gli strumenti ottenuti divennero più maneggevoli ed ottimali. Dal grado di evoluzione degli strumenti ritrovati, gli studiosi hanno suddiviso l'età della pietra nei periodi, dal più antico al più recente: Paleolitico (dalle origini a circa 10.000 anni a.C.); Mesolitico (da circa il 10.000 a.C. fino a circa 5.000 anni a.C.); Neolitico (da circa 5.000 anni a.C. a circa 2000 a.C.); ognuno di essi suddiviso a sua volta in altri sottoperiodi. A Prato sono state ritrovate moltissime testimonianze risalenti all'età della pietra: da Vainella e valle del Bardena si hanno bifacciali e raschiatoi del sottoperiodo del Paleolitico chiamato Acheuleano (che prende il nome dalla località di Saint-Acheul presso Amiens in Francia), reperti databili a circa 200.000/100.000 anni fa. Assai più numerosi e provenienti da varie località del Comune di Prato, compreso il centro storico, sono i ritrovamenti paleolitici, risalenti a circa 40.000 anni fa, del sottoperiodo Musteriano (che prende il nome dalla località di Le Moustier in Dordogna, Francia) nonché ritrovamenti mesolitici e neolitici. Il numero, la tipologia, la varietà, la ricchezza degli strumenti litici indicano la presenza di diversi insediamenti e stanziamenti umani a Prato. Le zone che in seguito saranno occupate dal castello dell'Imperatore, dal rione La Pietà, dai quartieri S. Martino, Galceti, La Macine e altri hanno restituito reperti litici databili dal Paleolitico al Neolitico. Una vera e propria industria litica nella quale si può riconoscere un primo elemento di territorialità. Infatti la quasi totalità di questi manufatti è realizzata in diaspro rosso, una roccia che emerge alle pendici del Monte Ferrato di Prato. Quindi i manufatti litici realizzati in diaspro rosso, rinvenuti a Montemurlo, Montale, Carmignano, Calenzano, Sesto Fiorentino, Vaiano, Cantagallo e risalenti a periodi più recenti, sono la testimonianza che questi antichi toscani venivano a Prato a rifornirsi di questo "prezioso" materiale occorrente alla fabbricazione di oggetti di uso quotidiano (raschiatoi, grattatoi, bulini, punte di freccia, ecc.). Per dare una misura della importanza dell'industria litica del diaspro rosso pratese, basti pensare che nella sola Prato sono già documentate varie migliaia di singoli pezzi. Risalenti al Neolitico, cioè il periodo più recente dell'età della pietra, abbiamo a Prato anche testimonianze di frammenti ceramici decorati attribuibili a periodi e stili diversi (stile di Fiorano, Cultura dei vasi a bocca quadrata, Cultura di Diana, ecc.). La presenza di decorazioni in queste ceramiche è segnale di un certo senso estetico anche nei pratesi di allora.
Con il progredire delle conoscenze e l'affinamento delle tecniche, l'uomo preistorico scoprì la duttilità dei metalli fino a verificare che potevano fondere, che allo stato fuso potevano assumere forma diversa dall'originale e poi risolidificare nella forma voluta. Da quel momento in avanti, sono arrivati fino a noi, come testimonianza, anche manufatti di metallo. È così che gli studiosi parlano di una età dei metalli, che succede all'età della pietra. L'uomo si impadronì delle tecniche di lavorazione dei diversi metalli in epoche successive; in base a ciò l'età dei metalli viene suddivisa in: - Età del Rame (da poco prima del 2000 a.C. fino a circa il 1800 a.C.); si ritiene che la scoperta della lavorazione del rame sia avvenuta in Persia e che da qui si sia poi diffusa in Europa. In questo periodo sono ancora comuni utensili in pietra, che però andranno via via scomparendo. - Età del Bronzo (da circa il 1800 a.C. fino a circa il 1000 a.C.). - Età del Ferro (da circa il 1000 a.C. fino ad arrivare ai Greci e agli Etruschi. I confini temporali tra queste età variano, in parte, da regione a regione. Ciò è dovuto alla più o meno veloce irradiazione delle scoperte; per fare un esempio, si ritiene che gli Hittiti (un popolo indoeuropeo dell'Asia Minore) già nel 1400 a.C. sapessero fondere il ferro, ma che tali tecnologie non arrivassero in Italia se non nel 1000 a.C. circa. Numerose ed interessanti sono le testimonianze pratesi dell'età dei metalli. Più precisamente, per quanto riguarda l'Età del Rame, abbiamo testimonianze dalla zona di Ponte Petrino, che ha restituito ceramiche con decorazioni a graffito, forme di fusione, crogioli e scorie di rame. Abbiamo anche frammenti ceramici decorati recuperati a Villa Campolmi e Via Curie; inoltre per quanto riguarda la Cultura del Bicchiere Campaniforme (pure questa riconducibile all'Età del Rame) è documentata a Prato con ritrovamenti presso Villa Banchieri, Galcetello, Villa Campolmi, Villa Fiorelli, ecc. Anche i megaliti (famosi quelli del Mare del Nord) si fanno risalire, circa, all'Età del Rame. Ebbene, sulla Calvana sono state trovate delle strutture che richiamano alla mente una qualche sorta di menhir. Una di queste strutture in particolare, trovata anni fa dai volontari del Gruppo Archeologico Pratese, chiamata affettuosamente "la mimma" assurse ad una certa notorietà all'epoca del rinvenimento. Del senso estetico degli uomini di questi tempi antichi, abbiamo varie testimonianze con disegni geometrici, punteggiature regolari, simboli astratti. Uno di questi, la spirale, è usata frequentemente, da sola o con variazioni (a coppie, a campi, disseminate, ecc.), nei manufatti antichi, sia scolpita sulle pietre che impresse a crudo nelle terrecotte. Questo tema della spirale è documentato a Newgrange (Irlanda) ed a Tarxien (Malta). Ebbene, nel 1975, a quattro metri di profondità, sotto la navata sinistra della Cattedrale di Prato, furono scavate delle lastre in terracotta ornate con motivi spiraliformi. In attesa di un esame di termoluminescenza, per una datazione più precisa, non è azzardato ipotizzare la loro appartenenza all'Età del Rame o alla prima Età del Bronzo. Per quanto riguarda quest'ultima, abbiamo testimonianze e ritrovamenti, a Prato, da numerose località: Podere Murato (La Pietà), Cava Rossa (Figline), La Selvaccia (Rio Buti), Poggio Castiglioni, Cerreto, Filettole, Il Palco, Monte Chiesino, Monte Mezzano, Monte Ferrato, Galceti, S. Martino. Importanti e numerosi i reperti: fusaiole per la filatura, pesi da telaio per la tessitura, vario e numeroso vasellame decorato. Sorprendenti le testimonianze degli abitati: villaggi stabili o "castellieri", capanne, terrazzamenti; importantissima la quota di rinvenimento del fondo di capanna (con pavimento in terra battuta) in località Podere Murato presso La Pietà, giacente a quattro metri sotto il livello di campagna, cioè a quota 63 metri sul livello del mare; notevoli le testimonianze di pareti incannicciate e intonacate provenienti dai resti di quelle capanne. Da tutto questo emerge che a Prato più di mille anni prima di Cristo viveva una comunità ricca, con capanne che avevano il lusso dell'intonaco, con individui che possedevano vasellame prodotto, decorato e ingentilito da artigiani locali (nelle terrecotte è infatti presente il diallagio, un minerale frequente fra le argille del Monte Ferrato), una popolazione che fila e tesse da sé i tessuti necessari alla bisogna. Ancora: risalenti all'Età del Bronzo (Bronzo antico e medio), sono le così dette "tavolette enigmatiche"; oggetti in ceramica o in pietra, dalla forma quadrangolare allungata, poco spesse e con le facce impresse da punti, linee e altri segni disposti in modo regolare. Queste tavolette si ritrovano dall'Austria alla Romania, alla Slovacchia. Non conosciamo la funzione di questi manufatti (da qui il nome di "enigmatiche"). Allo stato attuale delle conoscenze, soltanto tre tavolette sono state rinvenute a sud dello spartiacque appenninico, una di queste è stata trovata a Filettole di Prato. Risalenti all'Età del Ferro sono manufatti rinvenuti a Galceti. Da Baciacavallo (40 metri sul livello del mare) abbiamo la restituzione di numerosi frammenti di ceramica villanoviana decorata, ciotole, anse con decorazioni a testa di cerbiatto, attrezzi per la tessitura (un ago in osso, rocchetti di terracotta, ecc.), punte lignee di palafitte, probabilmente di età precedenti, forse riferibili alla cultura terramaricola (termine che deriva dal dialettale "terra mara": terra grassa). A questo periodo risale anche la società dei Liguri (un popolo iberico, uno dei popoli più importanti dell'Italia primitiva che, presente in Spagna, Francia e forse Inghilterra, aveva ampie propagini in Emilia e Toscana). Anche i Liguri erano presenti sul territorio pratese, come è testimoniato dal rinvenimento di un sepolcreto in località Casa del Piano (Prato) avvenuto nel decennio del 1930. Nella necropoli furono trovate lastre di arenaria posizionate a tegole così da proteggere i cinerari coperti a loro volta da ciotale capovolte a formare urne ovoidali.
Arriviamo così agli Etruschi. Non è questa la sede per sviscerare i dubbi sulle loro origini e le teorie diverse che cercano di spiegarle, possiamo dire che, sulla base dei ritrovamenti, viene generalmente accettata una suddivisione così ripartita: periodo Orientalizzante - da circa l'anno 700 a.C. fino a circa il 575 a.C. periodo Arcaico - dal 575 a.C. al 450 a.C. periodo Classico - dal 450 a.C. al 300 a.C. periodo Ellenistico - per gli anni successivi al 300 a.C. Se si accetta la tesi degli Etruschi come diretti discendenti dei Villanoviani ecco che si tende a riconoscere un periodo etrusco-villanoviano interessante i secoli IX-VIII avanti Cristo, quindi precedente al periodo orientalizzante. I reperti archeologici finora ci hanno permesso di conoscere bene l'aristocrazia degli Etruschi, ma poco o niente sappiamo di quale fosse il tenore di vita degli uomini liberi e degli schiavi. Nel periodo della loro massima espansione, gli Etruschi occuparono un vasto territorio che andava dalla Campania alla Lombardia, dalla Romagna alla Liguria. Quindi Prato di allora si trovava al centro dei loro domini. È da tenere presente che la diffusione dei commerci etruschi interessò un'area geografica ancora più vasta. Molte necropoli etrusche sono state ritrovate; molte città, invece, pur segnalate in letteratura aspettano ancora di essere scoperte e di tornare alla luce. Gli Etruschi nel territorio pratese sono presenti e segnalati un po' ovunque: si va dal cippo di Montemurlo a quello di Settimello, dai frammenti di ceramica a vernice nera trovati a Montepiano, fino ad arrivare alla fortunata serie di importanti ritrovamenti del Montalbano, nei quali ebbero parte importante il dr. Giuseppe Borgioli di Comeana ed il Pratese Giancarlo Guarducci. Gli scavi ufficiali e la successiva istituzione del Museo Archeologico di Artimino dovettero molto sul piano scientifico al dr. Francesco Nicosia, futuro Sovrintendente ed allora ispettore per Prato della Sovrintendenza alle Antichità d'Etruria, e sul piano organizzativo al sindaco di Carmignano, il pratese Guido Lenzi. Per quanto riguarda il territorio del Comune di Prato, notizie certe di ritrovamenti etruschi si hanno già a partire dai primi anni del '700. Una prova della ricchezza dei ritrovamenti di "etruscherie" a Prato è data dal fatto che in questo periodo erano almeno tre le raccolte, i musei archeologici privati presenti in città. Nel dettaglio: il museo del canonico Innocenzo Buonamici, un "antiquarium" dello studioso Giuseppe Bianchini e quello del Conte Giovan Battista Casotti. La gran parte dei reperti che arricchivano queste raccolte, provenivano da Prato e dal suo territorio. Purtroppo tali collezioni sono andate perdute, soltanto due urne cinerarie provenienti dall'agro pratese e appartenenti alla raccolta di Giovan Battista Casotti, sono ancora presenti in città (vedi foto). Di questi anni sono piene le cronache cittadine che, con grande meraviglia, seguivano le fasi di scavo; a partire da quel periodo, con fortune alterne, molte zone sono state interessate da ritrovamenti occasionali e di superficie. Vediamoli nel particolare. Per quanto riguarda il centro storico abbiamo ritrovamenti provenienti da Piazza Duomo, dove nel 1998 è venuta alla luce una stratigrafia ben conservata che presenta, tra le altre cose, anche frammenti laterizi e di ceramica del periodo ellenistico; dal Castello dell'Imperatore, dove scavi dei primi anni del 1970 restituirono frammenti di ceramica nera etrusca; dalla zona dell'ospedale "Misericordia e Dolce", dalla quale durante i lavori degli anni 1960 i volontari del Gruppo Archeologico Pratese recuperarono fortunosamente vari frammenti di vasi a vernice nera (in quel caso si vociferò che il "grosso" delle emergenze venute alla luce avesse già preso il volo per altri lidi); dall'ex giardino Edera presso la Montagnola di via della Stufa, che restituì, nel 1974, un frammento di ceramica grigia etrusca; palazzo Rocchi-Casotti, dove in una parete è venuto fortuitamente alla luce un bassorilievo etrusco con palmetta, probabilmente la porzione basilare di una stele, usata in epoche successive come semplice materiale edile. Per quanto riguarda il territorio del Comune di Prato esterno alla cerchia muraria trecentesca, si hanno segnalazioni di ritrovamenti in varie località. In ordine cronologico: a Pizzidimonte nel 1735 e nel 1739 con descrizioni di vari bronzetti, idoli e statuette, una delle quali (il così detto "Offerente") è oggi al British Museum di Londra; altre segnalazioni settecentesche parlano genericamente di "località" nelle vicinanze di Prato. Del 1848 è un manoscritto autografo di Cesare Guasti che riguarda un notevole ritrovamento di bronzetti etruschi del periodo arcaico dispersi "[...] tra i muratori e i pigionali del contorno [...]", ritrovamento avvenuto tra le fondamenta di "Casa Pieri" a Prato. Oggi sappiamo che almeno due erano le case "Pieri", una dentro la cerchia delle mura medievali e una vicino al Ponte Petrino: a quali di queste località si sarà riferito il Guasti? Secondo alcuni autori la presenza del vocabolo "pigionali" nel manoscritto farebbe supporre che il Guasti facesse riferimento alla casa "Pieri" nel centro storico. Per quanto riguarda il XX secolo si hanno notizie riguardanti molte località e varie tipologie di ritrovamenti: Galceti e Canneto con frammenti di vasi a vernice nera; Baciacavallo, con reperti in ceramica fine decorata e bucchero (VI secolo a.C.); Villa Banchieri, con frammenti di ceramica; e ancora, S. Giorgio a Colonica, Paperino, Pizzidimonte, varie località collinari della Calvana (Casa Bastone, Cavagliano, Poggio Castiglioni); il Palco, che restituì centinaia di frammenti di ciotole, piatti e coppe; Gello, dove pochi anni fa fu rinvenuta una ben conservata protome taurina in bronzo; poi ancora, molte fuseruole e pesi da telaio da varie località, anche prossime al centro storico. Importantissimi gli ultimi ritrovamenti in ordine di tempo: i già citati frammenti di ceramica sotto il Palazzo Vescovile (perché testimoniano ancora una volta che Prato ha origini e radici ben più antiche di quelle medievali) e la città etrusca nelle zone di Gonfienti e La Macine, perché di vaste proporzioni. Quest'ultima potrebbe essere Bisenzia, città etrusca segnalata nella letteratura antica, ma mai tornata alla luce; lo indicherebbe il nome del fiume che la costeggia (il Bisenzio). L'ipotesi di Prato diretta continuatrice dell'antica Bisenzia era già presente negli elaborati di umanisti e studiosi passati. La traccia più evidente della presenza degli antichi romani a Prato è, forse, la centuriazione del territorio (ancora visibile ad uno sguardo allenato). Da questo momento storico si hanno anche documenti scritti che testimoniano il passaggio della via consolare Cassia-Clodia da Prato. Naturalmente non mancano i reperti: la Cattedrale conserva un frammento di sarcofago romano (riutilizzato sul rovescio, in epoche successive), un capitello corinzio ed un frammento di kyma (una cornice intagliata) anch'esso riutilizzato successivamente. Ancora, dai sotterranei della Cattedrale provengono frammenti di terrecotte romane, sicuramente da ricollegarsi ai reperti romani ritrovati nella stratigrafia dello scavo, datato 1998, sotto il Palazzo Vescovile; scavo che abbiamo ricordato riguardo ai reperti etruschi. Numerose le testimonianze di ville e fattorie romane nel territorio, alcune già note in antico. Già il canonico Innocenzio Buonamici nella sua "Istoria di Prato", oltre a ricordare i ritrovamenti pratesi di monete, idoli, sigilli, amuleti romani e altro, ricorda il "bagno" romano sopra il convento del Palco. Interessante la segnalazione di un sepolcro a Paperino, con ossa umane e molti vasi lacrimatori in vetro. Le zone del Palco e della Pietà avevano ville che hanno restituito stucchi, marmi, tessere di mosaico. Reperti romani in terracotta si hanno anche da Pizzidimonte (via Amerigo Bresci), Le Lastre, via Pier della Francesca. Resti della struttura di una tomba romana e del suo corredo furono trovati a Prato in Via Montalese; fra questi una ben conservata anfora (adesso nei depositi del Museo Civico, ma dovrebbe tornare esposta al pubblico in tempi brevi). Frammenti di anfore romane (colli, puntali, manici, ecc.) si hanno da S. Ippolito in Piazzanese (Prato), dalla Grotta del Drago (Prato), da Pizzidimonte, dal Podere Murato. Ancora, in fondo alla navata sinistra della chiesa di S. Giusto in Piazzanese è murata una lapide romana con iscrizione mutila. Vi è poi una lunga serie di monete romane, di Augusto, Claudio, Nerone, Domiziano, Tiberio, ecc, di tagli diversi, assi, minimi, antoniani, denari, sesterzi, ecc, provenienti da Prato (Porta al Serraglio, S. Lucia, Iolo, Baciacavallo, Paperino, S. Giusto) e dai dintorni (Signa, Montale). Vogliamo terminare questa breve esposizione sui reperti antichi restituiti dal territorio pratese ricordandone uno in particolare: recentemente a Baciacavallo è stata ritrovata una tessera mercantile in piombo. Su questa è impresso in latino il nome di "IUSTUS CARINNA", che risulta essere, quindi, il primo pratese di cui si conosca il nome. | | |