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La Provincia di Carbonia-Iglesias è una provincia della Sardegna. Affacciata a sud e ad ovest sul Mar Mediterraneo, confina: a nord con la Provincia del Medio Campidano, ad est la Provincia di Cagliari.
La provincia conta 23 comuni, si estende per 1.495 kmq (il 6,2% del territorio sardo). Fanno parte del territorio provinciale le isole di Sant'Antioco (legata al territorio da un istmo artificiale) e di San Pietro, che costituiscono l'Arcipelago del Sulcis.
CARBONIA
Il Sulcis si estende, nella Sardegna sud-occidentale, dalla valle del fiume Cixerri fino alla costa, caratterizzata dall'ampio Golfo di Palmas. La regione comprende anche le isole di San Pietro e Sant'Antioco, le più vaste tra quelle che orlano la costa sarda. Il territorio, conosciuto fin dall' antichità per la sua fertilità e per le ricchezze minerarie, attirò l'attenzione di numerose popolazioni mediterranee che nel corso dei secoli lo colonizzarono: i Fenici, i Cartaginesi ed i Romani, e in tempi più recenti gli Aragonesi. Nell'alto Medioevo e nei secoli XV e XVI, il Sulcis conobbe un periodo di forte calo demografico con una progressiva concentrazione della popolazione in pochi paesi dell'interno ed un massiccio esodo dalle coste dovuto sia a cause storiche (invasioni esterne, incursioni barbaresche, ecc.) che a cause naturali (abbandono delle colture cerealicole, malaria, ecc.). La rioccupazione degli spazi e quindi l'inversione demografica cominciò alla fine del XVI secolo quando pastori provenienti dal centro della Sardegna condussero le loro greggi a svernare sulle tiepide colline del Sulcis, costruendo, per risolvere le temporanee necessità legate alla transumanza, delle capanne stagionali chiamate "medau". Si crearono così le premesse dell'habitat disperso che ancora oggi caratterizza il territorio sulcitano. Intorno al 1800 questo tipo di habitat da temporaneo diventa stabile; infatti, una volta garantita la tranquillità dei luoghi, i pastori incominciarono a stabilirvisi con le loro famiglie, a coltivare la terra ed a rimpiazzare le capanne con case in muratura. La storia del Sulcis spagnolo e piemontese non è contrassegnata da particolari vicende mentre nuova vivacità soprattutto economica si ebbe con l'identificazione di un bacino carbonifero nel 1851. Le nuove prospettive di lavoro in miniera determinarono un graduale ma profondo mutamento nella popolazione e nel territorio. Lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, in particolare nella zona di Bacu Abis, si incrementò durante la prima guerra mondiale. Con la fine della guerra e la ripresa del commercio internazionale finì la breve fortuna del carbone sardo e fu solamente il regime fascista a "riscoprirlo" con la adozione della formula autarchica, a partire dalla seconda metà degli anni trenta.
Alla fine del 1936, l'A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani) con il metodo dei sondaggi individuò il bacino Sirai-Serbariu che si rivelò di eccezionale vastità. La previsione di una intensa attività nei nuovi pozzi e del conseguente afflusso di manodopera suggerirono il progetto di una nuova città operaia vicina alle miniere ed al porto di S.Antioco che doveva assicurare il trasporto dei materiali estratti in loco. La nuova città, chiamata Carbonia, fu costruita in poco tempo ed inaugurata da Mussolini il 18/12/1938. Dal punto di vista architettonico è caratterizzata dai tipici elementi della città fascista. Al centro si trova la Piazza Roma intorno alla quale sorgono i principali edifici: la Torre Littoria (alta 27.5 m ed oggi Torre Civica), il Municipio, la Chiesa, il Dopolavoro, il Cinema-Teatro e due grandi fontane. La Chiesa è in stile romanico-moderno, costruita, nella parte inferiore, con granito di Teulada e per il resto in trachite. Sono adiacenti la Canonica e il Campanile alto m. 46, riproduzione in piccolo di quello di Aquileia.
L'A.Ca.I. commissiona il piano regolatore della città al proprio ufficio tecnico, crea un istituto autonomo per le case popolari, affida il compito di progettare la città agli ingg. C.Valle e I.Guidi, costruisce una centrale elettrica alimentata col Carbone Sulcis. Inizialmente gli spazi abitativi hanno tenuto conto della struttura piramidale dei ruoli esistenti in miniera e della gerarchia fascista: il centro è riservato alle case dei dirigenti (Villa Sulcis, oggi Museo Archeologico, era la residenza ufficiale del Direttore delle miniere di carbone della città), poco lontano si trovano le palazzine degli impiegati mentre modeste case per operai occupano i quartieri della periferia. Dopo un primo periodo di intensa attività estrattiva, con l'avanzare della seconda guerra mondiale, il ritmo produttivo registra un notevole rallentamento. Alla caduta del fascismo, vi è una ripresa (il Carbone Sulcis rappresenta l'unico combustibile disponibile in Italia per il rilancio dell'apparato industriale nazionale) ed una seconda fase dello sviluppo di Carbonia sia dal punto di vista demografico che economico. Ma ben presto la riapertura dei mercati internazionali e la concorrenza del carbone straniero, avvia l'industria mineraria ad una crisi lenta ma inesorabile che diede luogo ad una vasta mobilitazione operaia e cittadina. Questa, insieme con quella delle vicine industrie di Portovesme, ha creato in tutto il Sulcis una difficile situazione economica a cui si cerca di dare una risposta soprattutto attraverso attività quali turismo, cultura e servizi.
IGLESIAS
Villa di Chiesa poi Iglesias sotto la dominazione degli Aragonesi nel XVI secolo, è il co-capoluogo (l'altro è la vicina Carbonia) della zona sud occidentale della Sardegna detta appunto Sulcis Iglesiente. Iglesias ha attualmente poco meno di 30000 abitanti è co-capoluogo, dal 2005, della nuova provincia di Carbonia-Iglesias. È situata a 200 m sul livello del mare e dista circa 8 km dal litorale.
Le più antiche testimonianze della presenza umana nel territorio Iglesiente risalgono al periodo Neolitico (200 a.C.). Sul colle Buoncammino, sul monte Casulla e a Monteponi sono state trovate freccie di ossidiana e a San' Benedetto la necropoli di Montixeddu. Nel periodo del Bronzo sono stati trovati anche ossa umane. Frammenti ceramici e altri oggetti metallici a Corongiu. All'età del Ferro risalgono: una capanna nuragica ai piedi del Marganai e un'altra nel Buoncamino, un nuraghe a Genna Mustazzu e una tomba dei giganti a Punta Tintilonis. E' accertata la presenza di Fenici (600 d.C.), Cartaginesi (700 d.C.) e sono assai comuni le testimonianze romane: la zonaera attravesata , da Nord a Sud, dalla strada occidentale che da Tibula (S. Teresa di Gallura) giungeva a Sulci (S. Antioco) e di cui ci è rimasto il ponte Canonica, ora sommerso nel lago artificiale Corsi. Il centro romano più importante era localizzato a Corongiu, a Sud di Iglesias. La storia di Iglesias è sempre stata strettamente legata allo sfruttamento delle miniere: Fenici, Punici e Romani sono stati molto interessati allo sfruttamento intensivo di tali ricchezze e con la decadenza di Roma, si giunse a una crisi di tutta la regione mineraria. Bisognerà aspettare ai primi secoli dopo l'anno 1000 per ritrovare un interesse allo sfruttamento delle miniere da parte della società mercantile che si appoggiava alle repubbliche marinare. Il nome della città di Iglesias data da poco tempo, dappoichè essa era dapprima denominata Villa di Chiesa, e anche Villeclesia.
L'origine non è nemmeno remota, fissandone gli storici la fondazione durante il medio evo. Il più antico documento in cui si trova menzionata Villa di Chiesa rimonta al sec. XIII e si trova conservato nella chiesa di S. Lorenzo di Genova con la data del 5 luglio 1272. Secondo la quasi totalità degli scrittori, Villa di Chiesa deve la sua origine - non si offendano gli Iglesiensi perché il nascere è…un caso - ad un'accolta di uomini che avendo dei conti con la giustizia, si erano radunati nelle gole di quei monti per non caderne nelle mani. Ivi furono raggiunti da soldati di ventura e da altre persone recatesi per lavorare nelle miniere di cui i conti di Donaratico, nuovi padroni di quella regione, avevano accentuato lo sfruttamento. E sarebbero stati appunto costoro a tollerare e, sotto qualche aspetto, a fomentarne il concorso mediante il diritto di asilo. Con le nuove costruzioni sorsero chiese in così grande numero da fare prendere il nome al centro abitabile. La popolazione divenne in breve tanto numerosa che il paese fu considerato come uno dei più importanti del giudicato di Cagliari. Al tempo dello splendore delle repubbliche marittime italiane la città si trova denominata Villeclesia Argentaria, avendoli i Pisani aggiunto il secondo nome non tanto per l'argento che, sia pure in modeste proporzioni, si trovava nelle miniere del luogo, ma perché allora il piombo, che si scavava nelle miniere stesse, prendeva il nome di argentiere.
Le note lotte tra Genova e Pisa si ripercuotevano anche in Sardegna. L'isola, che si reggeva in quattro governi autonomi (giudicati), era fatta segno ad imposizione da parte delle due repubbliche, e spesso diventava campo di battaglie che avvenivano anche tra i limitrofi giudicati, in lotta tra loro. Pisa, nonostante la disastrosa sconfitta navale della Meloria (1284) conservava in Sardegna i possedimenti che aveva conquistati nel 1254 ad opera dei conti della Gherardesca, coadiuvati dai giudici di Arborea e di Gallura, mossi tutti contro il giudice di Cagliari. Dopo la vittoria degli alleati, il territorio conquistato fu diviso in tre parti, quanti erano i vincitori, metà del territorio assegnato alla repubblica, e così divennero signori del Cixerro e del Sulcis. Villa di Chiesa passò, quindi, sotto ai Gherardesca, detti anche Donaratico, come sarà rilevato in seguito. Avvenuta nel 1288 la tragica sorte del conte Ugolino, suo figlio Guelfo, che si trovava in Sardegna quale rappresentante la Signoria del padre, prevedendo che i Pisani non lo avrebbero risparmiato, fortificò Villa di Chiesa, dove fu raggiunto dall'altro fratello Lotto, riscattatosi dalla prigionia dei Genovesi.
La città fu subito assediata dai Pisani coadiuvati da Mariano, giudice di Arborea, e fu presa quasi senza resistenza per essere stata abbandonata dai difensori che uscirono da una delle porte mentre il nemico entrava per le altre. Guelfo nella fuga cadde da cavallo e rimase ferito in tal modo che poté essere raggiunto e fatto prigioniero dai Pisani, i quali di poi lo liberarono mediante la cessione del castello di Acquafredda. Di questo sarà tenuta parola nel capitolo riflettente Siliqua, nel cui territorio si trova. Nel 1302 tutti i domini dei Gherardesca in Sardegna passarono in potere dei Pisani, i quali smantellarono le fortificazioni di Villa di Chiesa e della vicina Domusnovas. Non contenti, però, di avere esteso il territorio che colà avevano, mirarono alla conquista del giudicato di Arborea, nonostante che, come si è detto, ne fossero stati coadiuvati contro il giudice di Cagliari. Ma Ugone, che di tale giudicato era a capo, considerato di non potere lottare da solo, chiese ed ottenne l'intervento armato di Giacomo, re di Aragona. Una flotte di sessanta galee fu affidata all'infante Alfonso, il quale, il 15 giugno 1323 giunse nel golfo di Palmas, dove sbarcò l'esercito che mosse all'assedio di Villa di Chiesa, messa in stato di difesa da ben venti torri, da mura, da fossati e da altre opere minori. L'insalubrità dell'aria mise a dura prova l'esercito assediante che veniva decimato dalle febbri malariche, non cessate nemmeno per il sopraggiungere dell'autunno e dell'inverno. Lo stesso infante e la sua consorte non ne andarono esenti. Dall'altra parte il lungo assedio faceva difettare i viventi degli assediati. In tale stato di cose si giunse al 6 febbraio, giorno in cui essi, non potendo ulteriormente attendere i soccorsi che erano stati loro spediti, aprirono le porte all'esercito aragonese gia privato di ben dodicimila soldati, periti più per malattia che per freddo. Il vincitore non abusò della vittoria, anzi concesse alla città diversi privilegi. Gli Aragonesi passarono alla conquista dell'intero giudicato di Cagliari che costruirono un feudo alla loro dipendenza.
Nel 1436 fu, venduta, sia pure col patto del riscatto, dapprima all'ammiraglio Antonio De Sena, visconte di Sanluri, e di poi a Gustavo Carroz.In seguito ad altra sommossa, verificatasi nel 144, gli abitanti ottennero gli antichi privilegi, ma dopo appena cinque anni il re Alfonso IV vendette la città ad Eleonora Manrique per la somma di 7750 lire sarde. I cittadini, secondando il loro sindaco Andrea Moncada, riunirono la stessa somma che versarono alla feudataria, e così ottennero di essere dichiarati liberi, come da atto dell'8 febbraio 1450. Fu allora che Iglesias prese per stemma uno scudo sbarrato avente, nella parte superiore, delle monete d'oro, messe appunto per ricordare essersi riscattata con moneta propria. Il sacrificio pecuniario non portò alcun vantaggio perché si riscontra essere la città passata novellamente in feudo all'accennato Carroz. Dopo la battaglia di Uras (1470) fu sottoposta al marchesato di Oristano, ma, vittoriosi ancora una volta gli Aragonese nella battaglia di Macomer, riebbe gli antichi non desiderati dominatori.
Niente di notevole presenta la storia si Villa di Chiesa o di Iglesias, che dir si voglia, essendo essa comune a quella di tutta la Sardegna, passata in potere degli Spagnoli dapprima nominalmente (1479) per il matrimonio di Ferdinando II di Aragona con Isabella di Pastiglia, ed effettivamente nel 1516 quando, per la morte del re, salì al trono il nipote, ex figlio, Carlo, che cinse di poi la corona imperiale. Alla morte di Carlo II, avvenuta nel 1700, sorsero diversi pretendenti a contendersi la successione; la guerra che ne seguì finì col trattato di Utrecht (1713) e con quello di Rastadt (1714), per effetto dei quali la Sardegna passò agli Austriaci. Il re si Spagna, Filippo V, la riconquistò nel 1717, ma dovette cederla alla quadruplice alleanza che gli si era formata contro, riuscendo vincitrice. | | |