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Cosenza sorge, nella valle del Crati su sette colli a cavallo tra i due mari, Tirreno e Jonio, che ne lambiscono le spiagge della provincia, e contornata dalla Sila, l'altipiano boscoso dove vive ancora il lupo, animale totemico della città stessa; è situata alla confluenza dei fiumi Crati e Busento.

Si narra che nell'alveo del Busento sia sepolto in armatura, col suo cavallo e i suoi tesori, il re dei Goti Alarico, che dopo il Sacco di Roma del 410 d.C. era sceso fin nel Bruzio e stava assediando la città.

Nell'antichità era nota come l'Atene della Calabria, perché sede della Accademia e ha dato i natali nel 1508 al filosofo Bernardino Telesio, primo pensatore non-aristotelico e perciò detto "Primo degli Uomini Nuovi". Fra gli intellettuali contemporanei spicca il poeta Alessandro Sicilia.

Specialità gastronomica tipica cosentina sono i Cuddrurieddri, turdiddri, fusilli, patate e pipareddre fritte, broccoli di rapa e salsiccia. A Donnici, ex comune ora frazione di Cosenza, si produce il vino Donnici DOC e DOP. Il centro storico di Cosenza è degno d'essere visitato. Dalla fontana dei 13 canali si può assaggiare l'acqua proveniente dall'acquedotto del Zumpo in Sila, leggera e dissetante; lungo il corso Telesio si trovano la Casa delle Culture e il Duomo del 1100, mentre su uno dei sette colli si staglia la figura del Castello Svevo, imponente fortezza anch'essa millenaria che fu roccaforte di Federico II di Svevia, lo "Stupor Mundi", imperatore-magnate profondamente innamorato della città. Da visitare: la biblioteca nazionale e i conventi di San Gaetano e San Domenico con le relative chiese. Interessante è anche palazzo Arnone sul colle Triglio, ex sede del Tribunale, e del carcere, ora restituito all'antico splendore e trasformato in un museo di belle arti. Lungo il corso Mazzini poi sorge oggi il "Museo all'Aperto", in cui in un'isola pedonale lunga circa un chilometro si possono ammirare alcuni capolavori della scultura moderna mondiale: vi sono opere dei maestri Dalì, Consagra e Greco. È sede dei LUG CSLUG e SpixLUG.

Il 24 maggio 1989 la 4^ tappa del Giro d'Italia 1989 si è conclusa a Cosenza con la vittoria dello svizzero Rolf Jaermann.

Recuperare la "memoria storica" di una città come Cosenza è un’operazione interessante per il suo modularsi su un arco di tempo assai vasto che dall’età più antica si protrae fino ai nostri giorni e che, volendo ripercorrere almeno nelle tappe più salienti, restituisce l’immagine di una realtà certamente pluristratificata e ricca di suggestivi contenuti di civiltà.

STORIA

Le notizie storiche di cui disponiamo sono piuttosto rare ed isolate e non ci consentono di ricostruire le origini della città, la cui vicenda storica si deve far iniziare poco prima della metà del IV secolo a.C., allorquando Consentia acquista rilevanza strategia e funzione di caposaldo nella compagine brettia. Fonti antiche, prime fra tutte Strabone e Diodoro, confermano l’uso del toponimo antico, Consentia, e definiscono la città "metropoli dei Brettii" ovvero capitale di quell’ethnos brettio costituitosi intorno al 356 a.C., in seguito ad un movimento secessionistico ed autonomistico contro i Lucani. Nel quadro delle imprese militari compiute da Alessandro il Molosso, re d’Epiro e zio di Alessandro Magno, non si può non ricordare il coinvolgimento della città brettia nella strenua azione di resistenza che la popolazione italica oppose al sovrano epirota e al suo ambizioso progetto di creare un dominio nell’Italia meridionale. Sotto il profilo della documentazione archeologica la Cosenza di età brettia è ancora sconosciuta fatta eccezione per qualche sporadica traccia di costruzione ed alcuni reperti provenienti dalle deposizioni funerarie scoperte in località Moio. Altrettanto avare di notizie su Cosenza sono le fonti relative al periodo della dominazione romana che si tradusse in un’opera di sapiente pianificazione territoriale e di potenziamento delle attività produttive anche in virtù delle migliorate condizioni di viabilità. Si data, infatti, alla seconda metà del II secolo a.C. la costruzione della via ab Regio ad Capuam, comunemente nota come via Popilia, che proprio a Cosenza ebbe una delle sue principali stazioni di tappa. In età imperiale Cosenza assume la fisionomia di un centro urbano ben strutturato come documentano le tracce disseminate in vari punti del centro storico e comprendenti esigui resti di muratura in opus reticulatum inglobati in costruzioni ottocentesche per non parlare, poi, delle strutture termali messe in luce nei sotterranei di Palazzo Sersale e identificabili come vani del calidarium, di cui avanzano alcune parti del sistema di riscaldamento e lembi della pavimentazione a mosaico, realizzata con tesserine bianche cubiche. Nel 410 d.C. Alarico, re dei Visigoti, dopo aver compiuto il sacco di Roma, muore nei pressi di Cosenza legando così la sua leggendaria fama a questa città, che nell’immaginario popolare viene a configurarsi come la depositaria privilegiata delle spoglie del re barbaro e il luogo di occultamento del suo tesoro. Il VI secolo d.C. apre il capitolo della dominazione bizantina mentre il Cristianesimo, ormai ampiamente diffuso, procede al consolidamento della sua organizzazione ecclesiastica attraverso l’istituzione della diocesi. La presenza bizantina in Calabria deve, però, fare i conti con i continui tentativi di conquista ora degli arabi ora dei longobardi: sono soprattutto quest’ultimi che, con le loro incursioni, riescono a scalfire l’unità interna della regione, modificando il tessuto economico, sociale e politico e l’organizzazione amministrativa sancita da Giustiniano. Cosenza viene assorbita pienamente nel sistema politico della compagine longobarda anche se non si conosce la data presumibile di tale conquista, forse avvenuta tra il 671 ed il 687, sotto il ducato di Romualdo I. Nella Storia dei Longobardi di Paolo Diacono Cosenza è menzionata insieme ad altre città del Mezzogiorno per essersi elevata al rango di gastaldato ed aver acquisito specifiche funzioni civili, militari e giudiziarie entro i limiti del territorio affidatogli. Il dominio longobardo si protrae almeno fino alla fine del secolo IX quando Cosenza rientra nuovamente nella sfera di sovranità bizantina. Nonostante la difficile parentesi rappresentata nel secolo X dagli assalti e dalle razzie delle truppe islamiche, la città, ribattezzata dal governo costantinopolitano col toponimo di Constantia, contribuisce a rendere più incisiva nei territori della regione la presenza del monachesimo greco e della religione ortodossa. Le successive testimonianze su Cosenza sono quelle che ci riportano all’età dei normanni e al processo di conquista dell’Italia meridionale da parte di Roberto il Guiscardo. Nel 1058 Cosenza si sottomette ufficialmente all’autorità normanna, che la costringe non solo a versare un tributo ma anche a rifornire l’esercito di soldati. Ma l’ostilità cosentina al nuovo invasore non cessa da subito e per rispondere alle continue ribellioni il duca Ruggero Borsa, figlio del Guiscardo, ricorre ad un efficiente sistema di fortificazione culminante nella costruzione di un poderoso castello sul colle più alto della città, il Pancrazio. Segue la creazione nel 1130 del Regno di Sicilia e l’inizio della dominazione sveva che all’illustre figura di Federico II associa avvenimenti importanti quali il completamento del Duomo e la sua consacrazione , avvenuta il 30 gennaio del 1222, con la donazione della preziosa stauroteca commissionata dalla corte alle oreficerie sicule. Il segno del legame che si era ormai instaurato tra l’imperatore Federico II di Svevia e la città si esprime nella scelta di voler riporre le spoglie del figlio, Enrico VII, nel Duomo appena consacrato, entro un sarcofago greco in marmo decorato a rilievo con scene della caccia calidonia. Dopo i falliti tentativi di Manfredi di reggere le sorti del regno ereditato dal padre Federico II, agli Svevi subentrarono nel Regno di Sicilia gli Angioini, capeggiati da re Carlo d’Angiò. Il periodo di assoggettamento alla dinastia francese fu per Cosenza alquanto traumatico con gravi ripercussioni sia in campo economico che demografico e conseguente impoverimento della città e dei suoi dintorni. Alla miseria e alle rovine apportate dal brigantaggio seguirono, nella prima metà del Trecento, le spedizioni contro gli Aragonesi e la crisi della stessa dinastia angioina, lacerata da divisioni interne e da lotte per la successione al trono. Il secolo successivo vide l’avvento al potere della dinastia aragonese, ben strutturata sul piano politico e amministrativo e con sede centrale a Napoli. La città di Cosenza si oppose al centralismo monarchico, ma pagò duramente l’adesione al movimento di ribellione, fomentato fra il 1458 e il 1464 da Antonio Centelles, con al dura presa di posizione di Ferrante d’Aragona, il quale , al fine di debellare i disordini e il brigantaggio e per imporre l’autorità regia, nominò viceré di Calabria il figlio Alfonso. Con la dominazione aragonese si conclude il periodo medievale della storia di Cosenza, le cui vicende dimostrano l’importante ruolo di centralità che la città ebbe nell’assetto politico del mezzogiorno nonostante la sua perifericità dal potere centrale.

"Ogni città sorge in un dato luogo, lo sposa e non lo lascia più, salvo rarissime eccezioni" (Fernand Braudel). Volando su Cosenza provenendo da Nord, avremmo un'immagine completa e chiara della città. Dopo la lunga Valle (o Vallo) del Crati, limitata a Est dall'altopiano silano e a Ovest dalla catena paolana, Cosenza appare come un cuneo che presidia la vallata. Alle spalle della città, verso Sud, infatti, le due catene s’incontrano fino a confondersi in una barriera naturale, originando un sistema orografico autonomo definito catena del Busento (ché da lì provengono i numerosi affluenti, torrenti e rii, che alimentano il fiume omonimo). Il Busento abbraccia da Sud-Ovest il colle sul quale sorge la Cosenza antica, mentre a Est la città è lambita dal fiume che dà il nome al Vallo: il Crati. I due corsi d’acqua confluiscono uno nell’altro proprio alle pendici del Pancrazio, ove tuttora persiste la gran parte della Cosenza storica. La confluenza è un’ulteriore barriera naturale a Nord della città che, così, risulta ben protetta dall’ambiente naturale su ogni versante. Ovviamente, se nel nostro volo osservassimo i corsi fluviali così come oggi appaiono, avremmo qualche difficoltà nel ritenerli barriere naturali. Ma, pur accogliendo con riserva ciò che scriveva Plinio, secondo il quale i fiumi nell’antichità erano navigabili, non è difficile immaginare che quei corsi d’acqua dovessero avere, un tempo, portata idrica assai maggiore. Il Crati e il Busento sono il risultato di un ampio sistema fluviale composto da vari affluenti – otto maggiori e una trentina di micro scoli – che hanno origine dai tre sistemi montuosi. (E a questa ricchezza di fiumi corrisponde, nella monetazione bruzia, il richiamo a divinità fluviali). A ogni affluente corrisponde una piccola valle, o meglio, una repentina fenditura tra le alture, caratterizzata da un’infima larghezza al fondo e da imperiose curve di livello, il che rende molto accidentata la morfologia del territorio circostante Cosenza, segnata da dirupi e picchi in vertiginosa successione. Ritornati a terra, come prima impressione sarebbe naturale connettere la giacitura di Cosenza a scopi difensivi. Impressione che, peraltro, s’alimenta delle suggestioni secondo cui l’origine della città risalirebbe alla secessione di cinquanta lucani i quali, alleatisi con popolazioni autoctone contro il dominio di Dionisio di Siracusa sulla Calabria settentrionale (IV secolo a. C.), espugnarono, grazie al tradimento di una donna di nome Bruzia, un campo fortificato sulle cui rovine fondarono Cosenza (Consentia o Cosentia o, ancora, Constantia nei più tardi documenti bizantini). Il paesaggio naturale discontinuo ed aspro complica, notevolmente, lo sviluppo del paesaggio agrario. All’assetto oroidrografico descritto, s’aggiunga che il Vallo – ovvero l’unica porzione pianeggiante d’una certa ampiezza del territorio bruzio – si snoda sì, in lunghezza, per 90 km all'incirca da Cosenza sino alla foce ionica posta a Settentrione, ma la pianura prospiciente il fiume è, di converso, poco larga (mediamente 3-4 km), e dunque, non è molto vasto il terreno da poter destinare alle colture; inoltre, dalla dominazione romana al ventennio fascista (dal III secolo a. C. agli anni Trenta del secolo scorso), in una parte rilevante di questa pianura lentamente e inesorabilmente celebrerà il suo mefitico trionfo la palude. Se ai dati fisici sovrapponiamo, poi, la storia umana, riscontriamo ulteriori impedimenti per gli abitanti di Cosenza nello sfruttamento a proprio uso della pianeggiante valle che da Cosenza ha origine: l’espansionismo bruzio non penetrerà fino ai territori posti a Nord del Vallo (corrispondenti all’area sibarita) che furono, fino all’avvento dei romani, in larga parte assoggettati al dominio di colonie magnogreche. Dopo una lunga serie di sconvolgimenti, causati da un susseguirsi catastrofico di guerre, entrato il Bruzio nell’orbita di Roma, il territorio della Val di Crati fu man mano ripartito in latifondi, detenuti da pochissime personalità dell’ambiente equestre e senatorio della capitale. La concentrazione in poche mani di vaste aree del Vallo del Crati persisterà nel medioevo (pur con le cesure dovute alle diverse invasioni-dominazioni succedutesi), arricchita – col feudalesimo – di nuove e complesse impalcature giuridiche, mentali e materiali. Salvo seguire le fasi storiche del Regno meridionale, questo assetto permarrà costante fino al crepuscolo del secolo dei Lumi. E pur mutando gli uomini, le classi e la geografia dei domini, eccezion fatta per il rivoluzionario esproprio dei beni ecclesiastici, in fondo, le strutture, se considerate dal punto di vista dell’accentramento del possesso agrario, subiranno un’inversione di tendenza radicale solo con la riforma agraria del 1950. A parte il Vallo, il dato naturale complica ulteriormente lo sviluppo agricolo con la natura geologica del terreno del comprensorio cosentino – non di rado roccioso e, normalmente, argilloso – che fornisce rese alquanto basse di prodotto là dove sia consentita la coltivazione. Infine, i fattori climatici: fortissime escursioni in brevi spazi e una notevole ventosità caratterizzano il circondario che, a causa dell’assetto orografico presenta, peraltro, una rilevante porzione di terreni poco esposti al sole. Dati tali elementi, saremmo tentati di giungere alla conclusione che Cosenza non avrebbe avuto di che sostentarsi. Certo, i castagneti presenti in gran copia nei dintorni, un pur diffuso sistema ortilizio non esclusivo appannaggio di ceti elevati o, ancora, la produzione vinicola praticata nelle zone dei Casali, danno un quadro di un’economia capace di produrre anche derrate e merci di scambio. Ma, con tutto ciò, difficilmente sarebbe giustificata la persistenza della città nello stesso sito per duemila anni ed oltre.

La risoluzione a questo enigma è data innanzitutto dal "gran bosco d’Italia", la Sila, che s’estende per circa 2.500 kmq (ma l’altopiano vero e proprio ne copre circa 1000). Qui si concentrò per millenni l’economia dei Brettii o Bruzi (bréttioi alla greca o bruttii alla latina) e poi dei cosentini. Benché l’elevata altitudine media dei terreni silani (oltre i mille metri) e la conseguente persistenza delle nevi consentano solo attività stagionali, infatti, il disegno della "Selva bruzia" è caratterizzato da "morbide dorsali" ed ampie valli che rendono agevole il pascolo e consentono pure l’impianto di coltivazioni seppur poco pregiate. Le popolazioni originarie non dovettero fare, invece, grande impiego della legna, salvo che per usi elementari. Mentre sistematico e devastante fu il disboscamento a partire dalla dominazione romana, con una recrudescenza formidabile nel tardo Settecento, fino quasi ai giorni nostri; disboscamento che fu causa determinante nello stravolgimento dell’ecosistema nel corso dei secoli. Accanto allo sfruttamento del legname, sin dall’antichità la principale attività silana fu l’estrazione della pece dall’albero più tipico e diffuso sull’altopiano: il pino laricio. Numerosissime erano le applicazioni legate a quest’attività esercitata in larga parte dalle popolazioni dei Casali: dalla cantieristica navale all’industria farmaceutica, dalla produzione di colori e vernici a quella dei saponi. La raccolta della resina (che porta lentamente alla morte del pino) affiancata al selvaggio espianto delle conifere causò man mano l’allargamento delle porzioni di terreno da poter mettere a coltura, e qui, considerate le caratteristiche geoclimatiche e morfologiche dell’altopiano, furono i grani inferiori (grano germano soprattutto) a farla da padrone, benché a questa tendenza contribuisse enormemente l'incapacità con la quale le popolazioni subirono le innovazioni della tecnica: a fine Settecento l’illuminista Giuseppe Maria Galanti osservava che vi era sconosciuto l’uso dell’aratro, e, negli anni Trenta del Novecento, il chimico agrario Giuseppe Tommasi lamentava che ancora fino a pochissimi anni prima s’erano adottate quasi esclusivamente zappa e vanga.

Un altro elemento destinato a perdurare a lungo che s’avvio sotto i romani fu, dunque, l’enorme sfruttamento della Sila da parte del potere centrale, benché, nello stesso tempo, ai cosentini fossero via via riconosciute una serie di prerogative sullo sfruttamento del territorio (diritti come fare legna, raccogliere le ghiande, pascolare). Con l’editto di re Roberto d’Angiò del 1333, vera e propria magna charta del "diritto silano" moderno, lo stato riaffermava la sua autorità, "exceptis hominibus Consentiae et casalium suorum". L’editto era indotto dal fenomeno della recinzione abusiva di terre del demanio; fenomeno che i ripetuti interventi del potere centrale non riusciranno ad arginare. Nel Seicento ottantotto cittadini furono costretti a offrire una transazione al fisco per evitare il sequestro dei loro terreni illegittimamente usurpati. Tra i rei, nomi noti della nobiltà ma soprattutto esponenti di quella che potremmo chiamare borghesia dei Casali e di Cosenza. Con il Settecento questo fenomeno subisce un’accelerazione impressionante: al 1790 risultavano in possesso di 287 tra privati cittadini, università ed enti ecclesiastici 552 terreni di varie estensioni, anche superiori a mille ettari, come nel caso dei Giudicessa, dei Mollo, dei Ferrari d’Epaminonda, ma anche dei monaci Paolotti, dei quali moltissimi beni saranno acquistati dai Barracco durante il Decennio Francese. L’impossessamento dei terreni silani fu uno dei fattori che consentirono una certa mobilità di classe, benché occorra aggiungere che, a parte pregiudicare i diritti delle popolazioni sulle terre comuni, questo ceto proprietario manifestò sempre una propensione alla conservazione, tendendo più alla nobilitazione che agli investimenti: ne fanno fede la scarsa permeabilità alle innovazioni tecniche e il comportamento tenuto da gran parte dei possessori nel 1799 allorquando molti sostentarono la spedizione sanfedista del cardinale Ruffo che travolse la Repubblica napoletana. Tendenza che s’invertirà nel Novecento della politica di massa con il fenomeno delle occupazioni delle terre, e con diverse amministrazioni comunali rette dal Pci nell’Italia repubblicana. Accanto alle produzioni agro-silvo-pastorali garantite dalla Sila, altre attività contribuirono alla persistenza millenaria di Cosenza. Tra queste, se vanno citate la concia del pellame e varie forme d’artigianato (tra cui l’oreficeria), posto preminente assume la produzione della seta grezza, attività eminentemente domestica che, però, subirà una crisi formidabile nel Settecento e che, dopo una ripresa ottocentesca, caratterizzata anche dal fiorire di varie filande come quella dei Rendano, finirà per scomparire. Nel basso medioevo la produzione della seta era attività precipua degli ebrei, giacché data almeno al Duecento la permanenza di una colonia ebraica all’interno di Cosenza. Sebbene alcuni tendano a retrodatare l’arrivo degli ebrei al X-XI secolo, il primo documento nel quale si citino espressamente risale al 1276, quando su 3.500 abitanti circa, 136 erano "iudei". Una presenza secolare che diede impulso all’economia: accanto alla seta gli ebrei si dedicarono ad altre attività come la tintoria e l’industria delle pelli e della lana, senza dimenticare la loro propensione per l’arte medica (soprattutto la chirurgia). Peraltro fu proprio un ebreo ad introdurre l’arte della stampa a Cosenza nell’età degli incunaboli (1478). Inoltre, essi diedero un grande contributo al tono dei commerci, ovvero al fattore che maggiormente assicurò, sul piano economico – insieme alla Sila –, la sopravvivenza ultra millenaria della città. Anche di questa vocazione commerciale, comunque (nonostante una probabile attività di scambi fiorita già in epoca brettia), fu la romanità a tracciare le linee portanti: la via Popilia, ovvero la strada che collegava Capua a Reggio Calabria, fu fatta passare per Cosenza, favorendo così (benché lo scopo iniziale della costruzione dell’arteria fosse politico più che economico) lo sviluppo della città come polo di smistamento delle produzioni delle zone limitrofe. Il tracciato di questa importante strada rimase analogo fino ai giorni nostri, mutando le strade – dalla consolare all’autostrada del sole – e, soprattutto, la condizione di esse, ma poco il percorso. Grande impulso a questa inclinazione che persiste ancora oggi fu dato, poi, a partire dal medioevo, dall’istituzione della fiera della Maddalena, una delle sette più importanti del Regno voluta da Federico II alla quale se ne aggiungeranno con l’incedere dei secoli diverse altre – nel Cinquecento la fiera di S. Agostino e quella dell’Annunziata – tra cui la fiera di S. Giuseppe che perdura ancora oggi. Molti toponimi ricordano le vocazioni commerciali dei cosentini: l’attuale corso Telesio nel primo tratto era detto un tempo (sino a fine Ottocento) via dei mercanti; risalendo, poi, quello che dovette essere sin dall’origine il principale asse viario cittadino, si trovava la piazza delle chianche (macellerie) – oggi piazza piccola –, la piazza degli speziali (farmacisti) – attuale piazza Duomo – ove si svolgeva pure il mercato settimanale, e ancora più su, la via degli orefici, dalla quale si accedeva spostandosi all’interno, al largo dei follari (ove si vendevano i bozzoli del baco da seta). Certo, permase incredibilmente a lungo – fino al Settecento, come dimostra Augusto Placanica – l’antichissima pratica del baratto, essendo endemica la mancanza di denaro contante, e dunque, più che risollevare le sorti economiche dei cittadini, il commercio fu essenziale per consentire a questi l’accaparrarsi dei beni di prima necessità in gran parte mancanti nel sistema urbano. Non è un caso che, a parte qualche gioielliere, siano rari gli esempi di casate nobilitatesi mediante mercanzia ed anzi, ancora oggi, è enorme il numero di imprese commerciali dichiaranti fallimento, mentre pochi sono gli esercizi risalenti a prima della seconda guerra mondiale tuttora in attività. Una certa circolazione di numerario fu garantita, per diversi secoli, dall’usura e, anche in questo, fu determinante la presenza degli ebrei. Tanto che, pochi anni dopo la loro cacciata (1540), un documento lamentava la mancanza di un banco a Cosenza, proprio in virtù delle attitudini commerciali della città. In questo clima s’inserisce – descritta da Giuseppe Galasso – la vicenda di Agostino Belmosto, che, dopo aver aperto un banco nel 1581 fuggì con un sotterfugio solo sei anni dopo defraudando i creditori. Il gioco monetario rimase in mano agli usurai per un tempo lunghissimo, fino all’Ottocento. Tra gli ultimi grandi strozzini dell'età moderna si ricordano i Ferrari, vera e propria dinastia finanziaria con "clienti" provenienti da tutta la provincia. Per avere una Banca occorrerà attendere l'unità d'Italia, con la Cassa di Risparmio che, dopo una forte ascesa avviata durante il fascismo, sullo sfinire del Novecento, a causa d’una gestione dissennata, finirà con l’essere assorbita dalla CARIPLO (banca lombarda), per entrare poi nel gruppo Comindustria di Milano. Accanto alla Cassa di Risparmio non mancheranno altri episodi significativi, seppur d’ambito locale, come la Banca di Calabria della famiglia Quintieri.

Benché il commercio, la Sila, l’artigianato, la seta garantissero una certa vitalità, Cosenza non fu mai una città ricca e non è casuale che non vi siano tracce di corporazioni artigiane. Il mercato era normalmente limitato al sistema città-campagna, rappresentato dall’asse Cosenza-Casali. Per quanto alcuni beni fossero oggetto d’esportazione e sebbene in occasione delle grandi fiere confluissero mercanti da tutta Italia e da alcuni paesi europei, il mancato decollo economico è un dato innegabile, seppure estensibile a molte zone del Mezzogiorno. Basti osservare le vicende demografiche della città per comprendere quanto, solo a partire dall’Ottocento, le condizioni di vita dei cosentini registrarono un certo miglioramento. Possiamo solo formulare ipotesi per sapere quale fosse la popolazione residente a Cosenza nell’antichità, mentre disponiamo di dati a partire dal tardo medioevo: nel 1276 la città contava circa 3.500 abitanti (che non sono affatto pochi se abbandoniamo il nostro sguardo da contemporanei abituati a ben altre grandezze), mentre a metà Quattrocento erano presenti circa 720 fuochi (nuclei familiari). Considerando che un nucleo era composto mediamente da quattro-cinque individui, a una prima valutazione parrebbe che Cosenza non avesse granché risentito della grandiosa contrazione demografica di Tre e Quattrocento. Se però allarghiamo la visuale ai casali, assistiamo a un calo di circa un terzo delle presenze oltre che alla scomparsa di alcuni villaggi. Il che ci porta a ipotizzare che si dovette verificare un significativo fenomeno d’inurbamento, fenomeno che proseguirà per tutto il Cinquecento e parte del Seicento: dai 1.243 fuochi presenti del 1532 si passò ai 2.388 del 1595. Al contrario, la recessione sei-settecentesca si protrasse ben più a lungo che nel resto del Mezzogiorno: nel 1669 (tredici anni prima c’era stata la peste) i fuochi erano scesi a 1.856 e ancora a fine Settecento (s’erano susseguite un’epidemia di peste e una terribile carestia) si stentava a raggiungere i diecimila abitanti (8.750 nel 1797), soglia che si allontanerà ai primi dell’Ottocento (1815: 7.989 abitanti) e che sarà definitivamente superata solo nel 1849 con 13.857 residenti. Da qui, salvo una lieve flessione a fine secolo, il trend rimarrà positivo fino alla fine del Novecento: nel 1901, grazie anche alle migliorate condizioni igieniche e all’abbassamento del quoziente di mortalità, si raggiunge quota 21.545; nel 1921 è oltrepassata la soglia dei trentamila e, negli anni Trenta, quella dei 40.000; la crescita continuerà con i 57.010 del 1951 e proseguirà fino a sfondare quota centomila negli anni Settanta. All’ultimo censimento (1991), al contrario, s’è registrato un arretramento (87.000) causato, però, anche dal sorgere di nuovi quartieri residenziali fuori dai confini cittadini. Il tono demografico della città, chiaramente, condizionò l’evoluzione della forma urbana. Pur non essendo presenti evidenze archeologiche tali da permetterci di localizzare con precisione la positura della città nell’evo antico, infatti, alcune tracce ci permettono di supporre, con una certa fondatezza, che la permanenza sul Pancrazio debba risalire alla Cosenza delle origini, benché non mancassero propaggini su colli viciniori e sulla spianata a sinistra dei fiumi (gli attuali quartieri Riforma e Rivocati).Nel 1184 la città fu rasa al suolo da un terremoto,e, dunque, è comprensibile che l’attuale impianto urbano presenti caratteri tipici dell’urbanistica medievale (aggrovigliata e irregolare secondo la definizione tipologica di Braudel)

Certo, nel corso dei secoli numerosissime furono le superfetazioni sulle architetture originarie delle costruzioni, sicché risultano pochissime emergenze architettoniche medievali (Duomo, Castello e alcuni elementi di costruzioni civili quali palazzo Caselli sulla Giostra vecchia); ma, se la forma architettonica della città subì un numero incessante di stravolgimenti, al punto che oggi la gran parte dei palazzi (se non fosse per i portali e per poche chicche come palazzo Sersale a largo Vergini), sembrerebbe risalire al Sette-Ottocento, la forma urbana è al contrario rimasta sostanzialmente invariata. Anche qui, nonostante una significativa espansione sulle propaggini del colle Triglio (posto sulla destra del Crati di fronte al versante orientale del Pancrazio), e nonostante i mutamenti apportati al volto cittadino dall’edilizia pubblica e religiosa, il vero e proprio balzo fu compiuto nel Novecento. Un sistematico disegno di ampliamento a valle fu inaugurato in età liberale e, dopo un'ordinata e massiccia attuazione dovuta in buona parte al regime fascista, più caoticamente gestita dalle élites dei partiti dell’Italia repubblicana, con diversi inquinamenti dovuti al malaffare che non mancarono, tra l’altro, nemmeno nei periodi precedenti. Quanto alla strutturazione gerarchica della forma urbana, la cosiddetta rocca brezia prima, il castello, in seguito, furono simbolo della persistenza del potere centrale su Cosenza, ma il suo essere città patriziale non soggetta a feudatario, è altrettanto visibile nella presenza di più quartieri "alti" con diverse costruzioni signorili. Benché ci fossero zone marginali, e benché tendenzialmente i palazzi signorili si trovassero maggiormente su determinate strade (a monte sulle attuali via Gaetano Argento, via Padolisi, via Giostra Vecchia, più a valle in via Gaeta, oltre che nella parte alta di corso Telesio), considerando le ridotte proporzioni del nucleo cittadino non ci poté essere un’evoluzione rigidamente gerarchica della forma urbana, anche in virtù della permanenza degli abitanti più poveri nei cosiddetti bassi, ovvero nei vani dei palazzi posti a livello della strada. Interclassismo che subirà una cesura netta con il Novecento a causa della evoluzione di vere e proprie aree periferiche di massa quali S. Vito o via Popilia.

Le antiche fonti concordano nell’assegnare a Cosenza il ruolo di capitale delle popolazioni bruzie (Strabone la definisce metròpolis tôn Brettìon). Già la Confederazione brettia aveva come suo epicentro Consentia, e le testimonianze successive (letterarie e istituzionali) confermano, sostanzialmente, la sua preminenza rispetto alla provincia e, in alcune fasi, alla regione. La percezione sulla rilevanza politica di Cosenza è, d’altronde, a sufficienza rivelata da Federico II, il quale la incluse tra le cinque città meridionali ove si sarebbe dovuto riunire il Parlamento generale del Regno (Magna Curia), cioè l’organo dello stato nel quale sedevano i feudatari laici ed ecclesiastici e i rappresentanti delle università demaniali come Cosenza. Organo che, benché privo di poteri politici reali, garantiva una periodica interazione diretta tra il re (o un suo rappresentante) e le comunità locali.

Quanto alla forma istituzionale del governo cittadino, possiamo solo supporre quale fosse nell’antichità. Ove accettassimo la tesi della discendenza lucana dei brettii, potremmo assimilare la forma di governo di questi ultimi a quella dei loro progenitori, e, dunque, avremmo una serie di comunità autonome che, giusto in tempo di guerra, assegnavano temporaneamente il comando a un "re". La mitografia rinascimentale tramanderà l’immagine dei bruzi retti da forme repubblicane di governo. Certo, l’alleanza stretta con Crotone durante il governo democratico di questa e, ancor più, la mancanza sulla monetazione brettia di effigi di sovrani, potrebbero essere argomenti validi a sostegno dell’affascinante mito. Con la conquista romana fu avviato, invece, un processo di progressiva perdita d’autonomia. In età imperiale Cosenza fu inserita, sotto Ottaviano Augusto (I secolo a. C.), nella Regio III Italica, Lucani et Brittii che da Salerno s’estendeva fino allo Stretto di Messina. La suddivisione in Regiones implicò l’omologazione alla romanità delle popolazioni sottomesse, con poco riguardo alle loro tradizioni politico-istituzionali. Trascorsi i convulsi secoli V-VII, durante i quali alla dominazione gotica successe quella bizantina, si attestò per circa duecento anni la presenza dei Longobardi, sotto i quali Cosenza venne retta da un gastaldo, funzionario con competenze fiscali e giudiziarie, dipendente dal ducato di Benevento prima, e dal principato di Salerno poi. Rientrata la città in orbita bizantina (IX secolo), dovette iniziare un seppure embrionale processo di riconquista di porzioni d’autonomia per le popolazioni locali: per quanto Cosenza, come tutta la regione, fosse sottoposta al governo di funzionari imperiali, infatti, la distanza dalla capitale Costantinopoli favorì una certa distribuzione di potere, almeno tra le classi agiate. Peraltro, al tramonto della dominazione bizantina (XI sec.), la città fu elevata a sede arcivescovile, dignità che manterrà anche col dominio della chiesa di Roma.

Con la nascita del Regno meridionale conseguente alla conquista dei normanni (XI secolo), iniziò un processo di accentramento, proseguito dalla successiva dinastia sveva, che porterà il Regno (in particolare con Federico II) ad anticipare in diversi tratti l’evoluzione dello stato assoluto tipica dell’età moderna. L’introduzione del giustiziere (funzionario con competenze giudiziarie rappresentante il governo regio nelle regioni), che in Calabria aveva sede a Cosenza, fu tra le prime tappe di un disegno mirante a stabilire la primazia del governo centrale su quello locale. Occorre, però, notare che mentre parallelamente si diffuse in maniera capillare il feudalesimo, la vicenda di Cosenza assunse peculiarità che la distingueranno dalla gran parte del restante Regno. In una prima fase, infatti, la città fu assoggettata (a prezzo di diversi assedi) al dominio feudale del conquistatore Roberto il Guiscardo e, poi, dei suoi figli Boemondo d’Altavilla e Ruggero Borsa. Il controllo diretto di esponenti della casa d’Altavilla – a causa delle turbolente vicende dinastiche di questa progenie –, però, contribuì a rendere Cosenza (probabilmente dal XII secolo, quando passò a Ruggero II, primo re normanno) città soggetta direttamente al re. A partire dal regno di Federico II di Svevia (XIII secolo), inoltre, la città bruzia, come le altre città demaniali, ottenne la facoltà di inviare deputati alla Magna Curia, acquisendo una rappresentanza sino allora riservata ai feudatari e al clero. Va aggiunto che tali deputati rappresentavano Cosenza e i Casali, ovvero i borghi che sorgono alle pendici della Sila e a Sud di Cosenza, legati alla città oltre che da motivazioni economiche e materiali, da un comune destino politico-istituzionale. Al contrario, durante il periodo feudale, i casali posti alle falde della catena paolana furono quasi sempre assoggettati a barone e, dunque, vissero vita politica separata dalla città bruzia. Il reggimento cittadino ebbe diverse fasi evolutive, di cui non conosciamo, se non per sommi capi e ipotesi, le prime manifestazioni. Certo, in un documento del 1413 il re Ladislao di Durazzo formalizza il diritto del Parlamento cittadino a tenere la sue riunioni in "locis solitis et consuetis", dove "solitis et consuetis" evocano un’evidente preesistenza dell’istituzione. E in un successivo atto di Luigi III d’Angiò si afferma il diritto per i cosentini di convocare il Parlamento (per eleggere i sindaci e le altre cariche dell’amministrazione cittadina, nonché per il disbrigo degli affari) "senza licenza degli officiali (regi) così como per lo passato hanno fatto per consuetudine e privilegio". Anche qui il richiamo alla consuetudine ci induce a retrodatare queste facoltà, che, al massimo, potevano avere avuto dei momenti di torpore. Passata la città, con il Regno, agli aragonesi, si assiste ad una serie di riforme istituzionali che, con successivi aggiustamenti, gettano le basi di quella che sarà per tutta l’età moderna la forma di governo cittadino. Ha avvio una consistente marcia tendente a riaffermare il potere sovrano dello stato; ma, nello stesso tempo, si verifica un’apertura – seppure transitoria – senza precedenti alla partecipazione politica.

Sul piano della deminutio dell’autonomia, nella riforma d’Alfonso d’Aragona del 1472-75 è sanzionata la nullità della convocazione del Parlamento in assenza del rappresentate regio, oltre che imposta la presenza di questi (o di un suo delegato) a ogni riunione dell’amministrazione cittadina. L’autogoverno subirà ulteriori restrizioni a partire dalla dominazione spagnola (dal XVI secolo) con l’introduzione nel Regno meridionale del preside, funzionario che, preso il posto del giustiziere – seppur con competenza territoriale ridotta alla provincia –, ne rimpolpa i poteri sovrapponendo alle competenze giudiziarie, prerogative militari e politico-amministrative varie. Non muterà tanto la situazione con l’intendente, importato durante il Decennio francese con legge del 1806: pur considerando le notevoli differenze tra questo e il preside (rispetto al quale sarà, peraltro, privato delle funzioni giurisdizionali), l’autonomia municipale fu ulteriormente soffocata da questo tipico portato del centralismo d’oltralpe. Inoltre, dalla dominazione francese in poi, abolita la feudalità, la vicenda istituzionale di Cosenza perderà ogni carattere di peculiarità venendo omologata in tutto al resto dello stato. Per molti anni dopo l’unità d’Italia l’erede della tradizione centralistica, il prefetto (sebbene inserito in un quadro inedito di costituzionalismo limitante ogni potere), continuerà a mantenere una notevole capacità d’influenza sull’amministrazione cittadina. Nonostante il conferimento al consiglio comunale – a fine Ottocento – della facoltà d’eleggere il sindaco, infatti, la maggiore autonomia concessa sarà spesso inficiata da una lunga serie di amministrazioni straordinarie a cui verrà sottoposto il Comune di Cosenza. Con la recrudescenza autoritaria conseguente al regime fascista, i prefetti assumeranno, poi, poteri ancor più straordinari ed invasivi. Le cose muteranno con l’Italia repubblicana, benché la dipendenza dalle scelte dei partiti (condizionate spesso pesantemente dal centro) nelle politiche di coalizione imbriglieranno non poco la capacità di movimento del sindaco, al quale sarà garantita una reale autonomia solo in seguito all’introduzione dell’elezione diretta da parte dei cittadini, avviata nel 1993 con la vittoria di Giacomo Mancini.

Se gli statuti di Alfonso d’Aragona diedero avvio alla secolare limitazione della capacità d’autogoverno, contemporaneamente, però, affermarono il principio secondo il quale nessun cittadino poteva essere estromesso dalla partecipazione al Parlamento generale della città. Nello stesso tempo, affidando a quest’organo collegiale il potere di eleggere l’organismo che avrebbe retto per un anno la città (gli eletti), gli statuti affermavano un principio rappresentativo eccezionalmente aperto rispetto ai tempi. Tra gli eletti, infatti, avevano diritto al seggio in proporzione paritaria sia i rappresentanti dei "gentilhomini et honorati" cittadini sia quelli del popolo. A questo s’aggiunse la possibilità concessa ai dottori in legge (in utroque iure, come si diceva) di intervenire alle riunioni degli eletti, aumentando ulteriormente, così, la rappresentanza concessa ai ceti non privilegiati di Cosenza. Inoltre, fu decretata la riduzione dei sindaci (che ai primi del Quattrocento erano dieci) a due: uno del popolo e uno del ceto elevato. Assetto diarchico che permarrà sino al 1799, salvo una parentesi con un terzo sindaco rappresentante il ceto degli onorati (sostanzialmente l’alta borghesia). Il principio di parità subirà una prima incrinatura agli albori dell’età moderna: dapprima si passa a concedere otto eletti ai ceti elevati e quattro ai popolani (oltre al solito sindaco ciascuno); successivamente, con l’incedere del Cinquecento, si delinea un processo che tramuterà la forma di governo cittadina in oligarchica. La preponderanza dell’aristocrazia era già stata sancita con la concessione esclusiva alla nobiltà del mastrogiurato (organo con funzioni di polizia oltre che con competenze giudiziarie sulle fiere), ma è nel corso del XVI secolo che i gentiluomini cosentini attuano una formidabile politica tendente alla serrata. In un primo tempo i nobili si distaccano dagli onorati costituendo un Seggio dei patrizi. Contemporaneamente, cercano di estromettere dal governo cittadino chiunque non faccia parte dell’aristocrazia. Così, prende forma una lotta di classe di durata secolare che assume toni asperrimi e che vede protagonisti contro i nobili, più che gli onorati, i dottori. Nel 1565 i patrizi, con un vero e proprio colpo di mano, promulgano uno statuto smaccatamente oligarchico nel quale sottopongono l’ammissione al patriziato a una maggioranza elevatissima. Per zittire l’opposizione, sono aggregati alla nobiltà molti borghesi, ma la ribellione – nonostante l’appoggio dato alla risoluzione dei patrizi dal re Filippo II – è inevitabile e si succedono per decenni richieste d’aggregazione al patriziato respinte, seguite da ricorsi al supremo tribunale dello stato (il Consiglio collaterale, favorevole ai dottori) che annullano le decisioni del Seggio nobile, integrando a esso i ricorrenti. La tensione raggiunge l’acme nella ribellione del 1647-48 – capeggiata dal Masaniello locale Peppe Gervasi –, nel corso della quale le rimostranze dei ribelli sono rivolte essenzialmente a ottenere l’ingresso alle stanze del potere e la nobilitazione. Nobilitazione che, peraltro, sarà sempre più agognata dagli abitanti dei Casali, d’indole più conservatrice e più sensibili al seducente fascino della noblesse. La chiusura del Sedile viene definitivamente sanzionata con atto di Carlo II d’Asburgo del 1681, ma le tensioni non si attutiscono proseguendo per tutto il Settecento (nel frattempo le famiglie nobili si ridurranno da quasi 100 a 23, tutte imparentate tra loro, esasperando così il carattere oligarchico), fino a quando la polemica anti nobiliare non sarà incanalata dagli illuministi meridionali nell’esperienza rivoluzionaria del 1799 alla quale seguirà, nel 1800, l’abolizione dei Sedili da parte di Ferdinando IV di Borbone.

All’interno dello stesso patriziato, comunque, si registrano vicende assai diverse. Molto più cospicue erano, anzitutto, le fortune di quelle famiglie – tra cui i Cavalcanti, i Sambiase, i Firrao – titolari di beni feudali, rispetto a quelle che n’erano prive come i Bombini o gli Andreotti. Inoltre, se in mano ai Sambiase o ai Firrao si concentravano grandi dominî (a fine Settecento ai primi saranno sottoposti 9.246 vassalli, ai secondi 10.477), non mancavano i casi di detentori di piccoli feudi (si pensi ai Passalacqua con 700 vassalli), nonché di feudi rustici, cioè privi di alcuni caratteri essenziali della feudalità (poteri giurisdizionali, militari): ne sono esempio i Lupinacci. Notevolmente diversificato fu, poi, l’andamento della persistenza del potere tra le casate cosentine nel corso dei secoli. Famiglie come i Migliaresi, i Quattromani, i Bernaudo, potentissime in età medievale, subiranno un’inesorabile decadenza. I Parisio, dopo un fulgore massimo tra Quattro e Cinquecento tenderanno a scomparire dal tessuto del potere cittadino e così anche i Martirano; mentre i Barracco, nonostante l’antica origine, vedranno aumentare esponenzialmente la loro influenza (ma non a Cosenza, salvo le proprietà silane) a partire dall’Ottocento. Ad alcune prosapie – i Telesio, i de Matera, i Castiglion Morelli – che riusciranno a mantenere più o meno costantemente il potere fino a tutto l’Ottocento, si contrappongono dinastie – gli Spiriti, gli Andreotti, i Ferrari d’Epaminonda – che subiscono un destino molto più fluttuante. Infine, s’aggiungano le differenze tra antica e nuova nobiltà: ad antichissimi lignaggi (i Passalacqua, gli Scaglione) si affiancheranno con l’incedere dell’età moderna, progenie quali i Giannuzzi Savelli e i Mollo. Sotto la dominazione francese (1806-1815) prende definitivamente corpo la scalata al potere della borghesia dopo la grande prova generale – tragicamente fallita – del 1799: in base alle riforme attuate dai napoleonidi, infatti, viene garantito l’accesso ai diritti politici a possidenti, intellettuali e commercianti. Ma la persistenza al potere della nobiltà è attestata dalla presenza di diversi patrizi tra le élites del tempo. Col Risorgimento e l’unità d’Italia la classe borghese celebrerà il suo trionfo, e vale la pena evidenziare il protagonismo secolare, nel ceto borghese cittadino, dei cultori del diritto: i dottori nell’età moderna e i giuristi e gli avvocati nell’età contemporanea. Analizzando la rappresentanza municipale cittadina dall’unità al fascismo, contiamo una percentuale di avvocati superiore al 50% tra i sindaci: si pensi ad Alfonso Salfi o Francesco Martire, ma anche a un giurista del calibro di Bernardino Alimena; preminenza che non riscontriamo in analoghe proporzioni a livello parlamentare – a causa della ventennale persistenza al potere di un leader carismatico come Luigi Miceli – salvo un’inversione di tendenza con il Novecento, a partire dal quale si accentuerà anche su questo piano la rappresentatività del ceto forense (esemplare il caso del leader radicale Luigi Fera). Per un primo reale mutamento occorrerà attendere il ventennio fascista, allorquando l’élite politica vedrà l’ingresso di nuovi personaggi provenienti da percorsi biografici, professionali e culturali differenti rispetto al passato: giornalisti, agitatori e sindacalisti come Michele Bianchi salgono, infatti, ai vertici del potere nazionale. Nello stesso tempo, però, la classe dirigente locale registra la salda resistenza di vecchie élites quali i Bombini o Tommaso Arnoni. Con l’Italia repubblicana scomparirà progressivamente il connubio avvocatura-politica: se in un primo tempo permarrà questa costante (con Pietro Mancini, Fausto Gullo, Gennaro Cassiani), a partire dagli anni Sessanta la politica tenderà sempre più ad assumere i caratteri di percorso professionale autonomo (emblematico il caso di Riccardo Misasi, eletto a ventisei anni deputato). Nello stesso tempo, soprattutto sul piano municipale, permarrà la presenza tra le élites politiche di veri e propri gruppi familiari, sia di vecchia data (è il caso dei de Matera-Mancini, ma anche degli Stancati e dei Perugini) sia di più recente ascesa come gli Antoniozzi, i Nucci e, sebbene ancora alla prima generazione, i Gentile.

Molti e molto negativi sono i miti che hanno accompagnato i Brettii dalla dominazione romana in poi, tanto che il critico letterario Sertorio Quattromani sentirà il dovere di dedicare gran parte della sua inedita Istoria della città di Cosenza a confutarne con acribia ogni fondamento. Indicati, i Bruzi, come tortores Christi e non mancava chi faceva nascere tra loro il traditore per antonomasia: Giuda Iscariota. Miti falsi, ma anche miti fondati su basi maggiormente razionali, come quello (penetrato nella storiografia) che contrappone dialetticamente l’oscura civiltà bruzia (e c’è chi nega che si possa parlare di civiltà!) alla splendente civiltà della Magna Grecia. La feracità di questo mito discende da più d’un fattore. Non ultimo un pregiudizio intellettuale (oggi meno in auge, però) secondo il quale solo determinate manifestazioni e forme, ancor meglio se pregiate, del pensiero e dell’agire umano possono avere asilo nell’aristocratica definizione di cultura. Pare evidente che la civiltà bruzia fosse molto meno sviluppata rispetto a quella magnogreca; forse, però, diluendo la contrapposizione dialettica in una più raffinata dinamica di influenze (sebbene poco o punto reciproche) riusciamo a penetrare meglio tra le misteriose pieghe degli abiti mentali degli antichi cosentini. In primo luogo, è astruso immaginare i Bruzi non dediti al culto di qualche divinità, e già questo evidenzia un codice o una serie di codici culturali che induceva la collettività, in modi a noi ignoti, ad assumere certi comportamenti o a ispirarsi a certi valori. Che poi i Bruzi fossero dotati di una sensibilità politico-istituzionale è difficilmente contestabile. Perché altrimenti intraprendere la via della confederazione, via peraltro seguita anche da diverse città dell’orizzonte ellenico? E pure il bilinguismo attribuito ai Brettii, normalmente inteso come segno di scarsa e grossolana identità culturale, non potrebbe invece essere connesso a un atteggiamento mentale aperto e ricettivo nei confronti dell’esterno e delle culture altre? Da indagini comparate effettuate sulla misera documentazione disponibile (in gran parte monete), s’è evidenziato da più parti una presenza di influenze greche. Perché non vedere nella volontà di assumere stilemi culturali esterni anche un riconoscimento implicito da parte dei Brettii di una loro inferiorità culturale, già, però, sinonimo di auto coscienza, di capacità di giudizio critico maturo? I numismatici evidenziano nelle tipologie monetali bruzie non solo influenze greche, ma anche cartaginesi e dell’Egitto tolemaico, oltre che romane (benché quest’ultime in misura assai inferiore); se ciò può indurre a ipotizzare scambi commerciali con queste civiltà, può legittimamente indurre pure a ipotizzare scambi e circolazioni di culture e idee. Tutto ciò potrebbe portare a ravvisare un atteggiamento che potremmo definire eclettico e plurale. Non una cultura "nazionale", ma una serie di codici recettivi delle idee esterne: questo potrebbe essere un segno distintivo, un carattere della cultura degli antichi cosentini. Accanto ai miti negativi, anche in virtù del lavoro confutatorio della mitografia invettiva, fiorirono su Cosenza una serie di invenzioni della tradizione (secondo la celebre formula di Eric Hobsbawn) attribuibili ad autori locali e non: si pensi ai sette colli o a molti aspetti della vicenda di Alarico. Fenomeno che emerge con vigore nel Rinascimento, perdurando nell’età Barocca e ancora oltre, fino a lambire i lidi del secolo scorso. Un interessante mito (già anticipato) è quello riguardante la tradizione repubblicana bruzia. Sul piano istituzionale, e dunque sulla veridicità del mito, poco c’è da aggiungere a quanto detto prima; ma è il fatto stesso che venga agitato a essere indicativo, poiché ci rende capaci di cogliere alcune sfaccettature mentali delle élites colte cosentine rispetto a un importante problema politico dell’età moderna. Al di là dell’orgoglioso e provinciale atteggiamento rivendicativo delle glorie locali, dunque, vanno comprese le inclinazioni sottese a queste espressioni. Con l’evocazione delle antiche origini d’autonomia s’evidenzia proprio una sensibilità diffusa verso forme repubblicane di governo: propensione comprensibile nel Mezzogiorno oppresso dalla feudalità laddove, come detto, Cosenza sfuggiva a questa regola godendo, oggettivamente, di maggiori quote di libertà ed autonomia politica. L’assetto patriziale, non monocratico e maggiormente aperto (sempre nei limiti d’una società d’Ancien Régime, naturalmente), favoriva nei cosentini lo sviluppo di un clima d’avversione a ogni concentrazione eccessiva del potere. Non potendo espressamente dichiararsi repubblicani, date le condizioni d’oppressione della società assolutistica, gli scrittori si rifugiano negli antichi fasti oppure si dimostrano sedotti da esperienze repubblicane come quella di Venezia (Antonio Serra). Così molti cosentini dissimulano inconfessabili desiderata politico-istituzionali; dissimulazione che non impedirà, peraltro, a Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di definire Cosenza "sede d’antico e ardente repubblicanesimo", suggerendo che tale fosse la percezione esterna sulle attitudini politiche dei cosentini. Alla fertilità del mito repubblicano (e del consustanziale repubblicanesimo) contribuì la tendenza verso idee radicali ravvisabile nelle élites colte cosentine. Alcune tra le suggestioni gioachimite di maggiore audacia trasmigreranno in anime inquiete incamminate su percorsi ereticali in fuga dalle persecuzioni e volti anche alla forca: gli Antitrinitari cosentini Valentino Gentile e Giuseppe Venanzio Nigro ne sono tragica testimonianza. E la libertà religiosa drammaticamente invocata da Gentile fa pendant con la "libertas philosophandi" propugnata da Telesio, la cui opera conteneva in nuce una forza eversiva eccezionale per i tempi (soprattutto ove si confrontino, come suggerisce Eugenio Garin, le prime edizioni del suo libro rivoluzionario); libertà di pensiero che sarà vessillo, nel secolo seguente, del filosofo e scienziato Tommaso Cornelio da Rovito. E una mentalità libertaria continuerà a serpeggiare nel Settecento, attraverso il gruppo che si formerà alla scuola del roglianese Pietro Clausi – allievo di Antonio Genovesi – e di Francesco Saverio Salfi – allievo di Clausi –, futuro congiurato e rivoluzionario nel Triennio giacobino. Un clima mentale aperto alle torride correnti radicali (fomentato, inoltre, da lotte di classe asperrime) che faciliterà il divampare dell’incendio a Cosenza in entrambi i tentativi rivoluzionari dell’età moderna (1647-48 e 1799). D’altronde, già nell’"autunno del medioevo" i cosentini avevano aderito alle rivolte contro i sovrani aragonesi agitate dal ribelle viceré di Calabria Antonio Centelles, conte di Catanzaro e marchese di Cotrone. Non sarà casuale, quindi, che a Cosenza nel 1799 si pianteranno i primi Alberi della libertà delle Calabrie, né che a Cosenza sarà compiuto il primo tentativo di ribellione carbonara nel Mezzogiorno guidato da Vincenzo Federici (il mitico Capobianco). Ancora nel corso del Risorgimento i cosentini manifesteranno una maggiore propensione verso le tendenze democratiche piuttosto che per quelle moderate, e un’attitudine alla radicalità sarà percepibile, dopo l’unità d’Italia, anche in molti deputati della città bruzia come Luigi Miceli, Luigi Fera, Pietro Mancini e Fausto Gullo (negli anni da loro trascorsi all’opposizione, ché tutti e quattro assumeranno pure incarichi ministeriali). Confermerà questa costante di lunga durata il maggior nucleo del partito d’Azione del Mezzogiorno e, al pari, il cospicuo numero di gruppi di sinistra extra parlamentare presenti a Cosenza negli anni Settanta (si pensi a Lotta continua o al Manifesto che diverrà Pdup). Negli anni Novanta, infine, non saranno avulse da queste propensioni mentali radicali e libertarie esperienze come quelle di Radio Ciroma o dei centri sociali Gramna e Filo Rosso. Cosenza "Atene delle Calabrie" è tòpos certo più celebre e celebrato del mito repubblicano. Anche in questo caso il fenomeno emerge nel Cinquecento, ma affonda le sue radici nel Quattrocento, salvo l’ambito ecclesiastico, nel quale la scuola scrittoria dell’arcivescovo di Cosenza Luca Campano (seguace di Gioacchino da Fiore) valga a esempio. Nel secolo dell’invenzione della stampa sorse a Cosenza la bottega tipografica di Ottaviano Salomonio di Manfredonia. Dato d’enorme rilievo, considerando che fu una tra le prime stamperie impiantate nel Mezzogiorno nell’età degli "incunabola" (1456-1500). Ora, se un forestiero aveva pensato di avviare un’attività simile nella città bruzia, evidentemente doveva esserci un panorama tale da fargli ritenere che l’iniziativa potesse avere una qualche speranza di successo commerciale. Nella scelta di Salomonio contribuì senz’altro la tolleranza cosentina verso gli ebrei, ma anche la reperibilità di una serie di elementi materiali necessari all’attività di stampa: la carta, pelli e pergamene per le copertine, i punzoni per i caratteri (e su quest’ultimo piano le attività d’oreficeria erano sufficiente garanzia, come ci ricorda la biografia di Gutenberg). La presenza della Fiera della Maddalena, poi, dovette essere determinante, dato lo stretto legame evidenziato in Febvre e Martin tra i principali centri di smistamento delle merci e la diffusione delle imprese tipografiche. Tutti questi fattori, comunque, dovevano in qualche misura essere connessi alla presenza di élites colte in città, il che va probabilmente collegato, secondo alcuni, non solo all’ambiente ecclesiastico, ma anche a quello delle professioni e della mercatura. Certo, la forza politica dimostrata dai dottori nel corso delle riforme istituzionali del secondo Quattrocento potrebbe evocare un’humus propensa alle raffinatezze del sapere, ma, con tutto ciò, l’introduzione della stampa a Cosenza resta avvolta da molte domande irrisolte. Comunque, fatto è che dal Cinquecento esplode una produzione che dimostra la presenza di intellettualità intermedie vivaci e molto attente alle tendenze circolanti per l’Europa: se nel dibattito politico italiano di fine Cinquecento impazzava La ragion di stato di Botero, non mancava l’intervento di un cosentino: Giovan Antonio Palazzo, autore di un Discorso del governo e della ragion vera di stato. Un ambiente effervescente nel quale fu naturale evoluzione la strutturazione dei circoli colti in accademia vera e propria. E infatti sul ceppo delle esperienze "associative" di Aulo Giano Parrasio (Giovan Paolo Parisio) e di Telesio sorse l’Accademia cosentina, una delle più antiche istituzioni culturali d’Italia. Nei secoli seguenti Cosenza confermerà la sua vocazione intellettuale e già a metà Settecento il marchese Salvatore Spiriti ne traccerà un ricco bilancio nel suo Memorie degli scrittori cosentini. E la tradizione continuerà ininterrotta fino ai giorni nostri: lo rivelano individualità come Luigi Gullo e istituzioni quali l’Università della Calabria o la più recente Casa delle culture. Per dimostrare l’effervescenza intellettuale cosentina si può osservare la diffusione di giornali stampati in città, la numerosa schiera di editori che seguirà l’esempio di Salomonio e anche il numero di associazioni culturali e artistiche. Fenomeno che esplode nell’Ottocento, quello della carta stampata, con una fibrillazione di iniziative tra le quali è bastevole citare "Il Bruzio" di Padula e "Il Calabrese". Ma anche nel Novecento sarà ricchissimo il panorama giornalistico della città con esperienze quali la "Cronaca di Calabria", il "Giornale di Calabria" e, infine, "Il Quotidiano della Calabria". Molto più antica è invece, come visto, la tradizione del libro a stampa e dopo Salomonio la città continuerà per secoli a sfornare stampatori: da Angrisano nel Cinquecento a Moio Rossi e Mollo nel Seicento fino ai 12 dell’Ottocento tra i quali si segnala Migliaccio, libraio che iniziò la produzione nel Decennio francese con l’impulso del governo. Nel secolo seguente il fenomeno sarà ulteriormente incrementato e vale una menzione la vicenda dell’austriaco Gustav Brenner. Uno dei più celebri bibliofili europei, era figlio di un libraio-editore viennese e le sue origini ebraiche ne causarono la prigionia nel campo di concentramento di Dachau dal quale, però, riuscì a fuggire. Catturato nuovamente e recluso a Buchenwald, anche da qui riuscì a darsi alla fuga riparando in Italia, a Milano, ove con l’aiuto dagli amici editori Hoepli e Malavasi, lavorò clandestinamente sino a che, scoperto, non fu tradotto in Calabria nel campo di concentramento "Ferramonti" di Tarsia. Terminata la guerra, Brenner mise su famiglia e decise di eleggere a sua residenza Cosenza ove fondò la libreria Casa del libro e, nel 1953, l’omonima casa editrice che, in seguito, assumerà il suo nome. Edizioni note anche sul piano nazionale per opere come la traduzione in italiano del De rerum natura iuxta propria principia di Telesio e per l’introduzione nella penisola del procedimento di ristampa anastatica. L’associazionismo culturale, per concludere, accanto alle vicende fluttuanti dell’Accademia cosentina, vedrà fiorire nel corso dei secoli numerose altre iniziative. Dalla settecentesca Accademia dei pescatori cratilidi volta alle innovative idee illuministiche il fenomeno si perpetuerà nel secolo seguente ed esploderà nel Novecento, che vedrà ai suoi albori il riuscito tentativo di democratizzazione culturale del Circolo di cultura di Pasquale Rossi. Nell’Italia repubblicana germoglieranno numerosissime associazioni: dal circolo Città di Cosenza (animato tra gli altri dal poeta Michele De Marco – Ciardullo) ai diversi cineforum (si pensi a quelli del S. Nicola) alla ultra decennale e molteplice attività di Mondo nuovo sino ai giorni nostri. Anche sul piano dell’associazionismo artistico con la seconda metà del Novecento s’innerverà una linfa innovativa e plurale; tendenza, al pari della stampa e dell’editoria, che continua a dare risultati positivi. Basti pensare alla produzione teatrale nella quale avranno asilo forme come il teatro militante (il Gruppottanta) ed il teatro di ricerca, nel quale si può ricordare il Centro R. A. T., che impianterà esperienze come quella della tenda di Giangurgolo e, poi, del teatro Acquario e che porterà in città il Leaving Theatre dimostrando ulteriormente l’attenzione delle élites colte verso le produzioni più avanzate circolanti. È molto difficile trovare dei caratteri comuni e identificanti che possano consentire di individuare una o più culture o mentalità prettamente cosentine. Certo, una tendenza al radicalismo, all’autonomia e alla pluralità (nel pensiero come nella politica), al laicismo, nonché un atteggiamento d’apertura, d’attenzione verso le correnti di circolazione delle idee europee sono elementi che si possono scorgere, con uno sguardo di lungo periodo, quanto meno nelle classi colte. Attraverso un’indagine sulla produzione culturale osserviamo, sì, momenti topici e all’avanguardia nel panorama del pensiero europeo (Telesio e Antonio Serra); soprattutto, però, ci sovvengono molteplici esempi di intellettuali attenti alle idee delle più varie provenienze e pronti ad avvicinarvisi e a diffonderle (ma anche a criticarle). A Tommaso Cornelio è attribuito il merito d’aver introdotto nel Mezzogiorno le opere di autori come Cartesio, Hobbes e Gassendi; e tanto come esempio di permeabilità e attenzione dovrebbe esser sufficiente. Ma è anche nella capacità di mescolare idee diverse che si manifesta questa curiosità verso le produzioni di matrice esterna. Lo stesso Cornelio volle ispirarsi ecletticamente sia a Cartesio sia a Galilei, e Francesco Saverio Salfi, come evidenziato da Franco Venturi, fu tra quegli italiani che "tanta importanza ebbero come ponte e tramite tra il nostro Settecento e l’età del liberalismo"; si potrebbe continuare con Bernardino Alimena: la Terza scuola di diritto penale da lui fondata, infatti, si proponeva come soluzione di mediazione tra la scuola classica e quella positivistica. Evidentemente, la capacità di ricezione va connessa alla storia politica: Cosenza, con il meridione, sarà soggetta per circa due millenni a dominazioni straniere di diversa provenienza (romani, goti, bizantini, longobardi, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, austriaci, fino ai Borbone). Pur con lo sviluppo dell’orgoglio municipale suddetto, non è dubbio che ogni dominazione sia riuscita (quale più quale meno) a influenzare le popolazioni sottomesse da un punto di vista culturale e delle mentalità. Ma allora proprio in questo forse va cercato il segno distintivo che stiamo cercando (e che abbiamo visto potrebbe essere presente anche nei Brettii): nell’apertura a nuove idee, in una propensione (seppure indotta anche da imposizioni) al multiculturalismo. Attitudini mentali che non vanno interpretate come supina accettazione d’elaborazioni altrui per propria incapacità creativa, ma, al contrario, come capacità di captare le correnti di circolazione delle idee, di saperle assimilare e, all’uopo, di saperle rielaborare.

La bibliografia qui proposta lungi dal proporre l’elenco esaustivo delle opere consultate, vuole semplicemente fornire al lettore curioso alcuni strumenti attraverso i quali risalire a una più compiuta visione della plurimillenaria storia di Cosenza. Chi legge non vi troverà menzionate opere di carattere generale come le Storia d’Italia Einaudi e Utet o come la Storia delle idee politiche economiche sociali diretta da Firpo, delle quali ho fatto, peraltro, ampio uso; né v’è alcuna storia meridionale quale la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce o la ponderosa Storia del Mezzogiorno diretta da Giuseppe Galasso e Rosario Romeo per le Edizioni del Sole né sono menzionati gli studi fondamentali (ma anch’essi meridionali) sul medioevo di André Gouillou e di Vera fon Valkenhausen. Non ho riportato neanche opere che pure sono state fondamentali per la stesura di questo libro come La filosofia in soccorso de’ governi, di Galasso (Guida, 1989) o La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647) di Rosario Villari (Laterza, 19946), non attenendo queste ed altre simili opere a Cosenza o i cosentini. Fornisco, invece, le referenze degli autori citati espressamente nel testo e non riportati in bibliografia: l’epigrafe di Braudel è tratta da Civiltà materiale economia e capitalismo, Einaudi, 1982 e 1993 [1979], così come la sua definizione tipologica della forma urbana medievale. Il richiamo a Hobsbawn e a L’invenzione della tradizione, si riferisce agli omonimi atti del convegno organizzato dalla rivista "Past and Present" editi in Italia da Einaudi nel 1987 [1983]. Per quanto riguarda Franco Venturi, la citazione su Salfi è in Settecento Riformatore (Einaudi, Torino 1969), mentre le indicazioni di carattere generale sulla storia del libro e della stampa sono in Febvre e Martine La nascita del libro, Laterza, 1992 [1958]. Della Naturalis historia di Plinio il vecchio, ho fatto ricorso alla traduzione Einaudi (1982-1986), mentre per la Geografia di Strabone ho adoperato l’edizione curata da Sbordone messa a stampa in edizione numerata dall’Istituto Poligrafico dello Stato (1963-1970). Del Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di Vincenzo Cuoco ho utilizzato l’edizione a cura di Pasquale Villani (Rizzoli, 19993), e i suggerimenti di Garin su Telesio sono in La cultura filosofica del Rinascimento italiano (Sansoni, 1961). Per concludere, al lettore attento non sfuggirà la mancanza in bibliografia della Storia dei cosentini di Davide Andreotti: non è mancanza casuale, quest’opera, infatti, pur con i suoi innegabili e numerosi spunti di interesse, è nello stesso tempo a volte mendace nel racconto degli avvenimenti, per cui la sua lettura è consigliata a un lettore ben avvertito sulle vicende storiche della città.

Al forestiero che giunge a Cosenza e si chiede da dove iniziare la visita della città vogliamo proporre un itinerario che faccia tesoro della risposta che uno dei maggiori storici del Novecento fornisce ad un allievo allorché giungono insieme in una città mai visitata: "Pare che ci sia un Municipio nuovissimo. Cominciamo di là", suggerisce il maestro, e così giustifica la sua intenzione: "Se fossi un antiquario, non avrei occhi che per le cose vecchie. Ma sono uno storico. Ecco perché amo la vita".

E Marc Bloch (l’allievo dello storico medievista Henri Pirenne, che racconta l’episodio ne L’apologia della storia) dopo aver riflettuto che "è vano affaticarsi a comprendere il passato ove nulla si sappia del presente", commenta: "Questa facoltà di apprendere ciò che vive: ecco la massima virtù dello storico". Un intrigante avvio Similmente allo storico belga anche il visitatore - virtuale o meno - della città ama la vita, e siamo certi che gradirà riscoprire la storia di una città viva come Cosenza percorrendo un itinerario nello spazio e nel tempo che inizi là dove oggi la vita pulsa di più, ovvero dove in misura maggiore si concentra una plurimillenaria storia urbana che non smette di ribollire, così come continua a gorgogliare nel recipiente dell’atanor il precipitato della sapiente miscela di un alchimista, prima di giungere ad ulteriori incessanti trasmutazioni. Al forestiero, saggiamente curioso, potremmo suggerire di iniziare la sua visita dal costruendo Viale Parco, la più recente espressione di quell’antichissimo percorso che si snoda da settentrione a meridione o da sud verso nord, e che lungo il suo cammino interseca alla loro confluenza due vie fluviali (il Crati e il Busento) e i due sentieri che giungono dalla Presila e dalle Serre costiere.

Ed è proprio allo straordinario e arcaico incrocio fra queste vie che genti anch’esse antiche hanno costruito una città che, come esprime il suo stesso nome, invita al consenso, alla concordia, alla solidarietà; una città che è centro fin da epoche remote di un vasto e articolato complesso metropolitano - l’Università di Cosenza et soi Casali - che dal Medioevo si è contraddistinto per la sua prosperità e la sua autorevolezza, anche grazie al prezioso contributo dei Casali. Quei Casali - i paesi sparsi fra le due rive del Crati - che Giuseppe Imbesi indica, insieme all’altro luogo simbolo di Cosenza, ovvero la confluenza dei fiumi, come i genii loci della città; e che sono legati a Cosenza da relazioni sociali, economiche, culturali, e da un intenso rapporto grazie al quale la popolazione cosentina, periodicamente, in un profondo respiro demografico, vi si espande per poi concentrarsi nuovamente nel centro urbano. Il Viale Parco rappresenta la più recente espressione e il simbolo dell’antichissimo percorso protostorico, della successiva via consolare romana, dell’itinerario dei napoleonidi prima, e borbonico poi, della SS 19 delle Calabrie, affiancata dalla più recente Autostrada del Sole. Pregno di storia esso è anche la rivalsa sull’ottocentesco rilevato ferroviario che nella seconda metà del Novecento ha spaccato in due la città.

Ed anche come atto riparatore di una non recente ferita urbanistica, nell’attività febbrile che ne segna la realizzazione, il costruendo Viale Parco è l’esempio più manifesto della Cosenza che vive, la Cosenza che più interessa allo storico accorto e al forestiero attento alla vita e non alle curiosità morte degli eruditi. Ecco perché esso rappresenta la prima e più intrigante tappa di un percorso che un tempo portava alle soglie della città, a quella vecchia stazione ferroviaria intesa da un visitatore inglese dell’Ottocento come la soglia di Cosenza aperta sull’Europa, e che fra breve servirà a congiungere attraverso la metropolitana leggera il centro cittadino all’Università della Calabria che simboleggia il futuro per la città e per l’intera regione. Il Viale Parco, tappa iniziale di un itinerario che dalla vita di oggi ci spinge verso la vita degli umani di ieri, è il presente che interroga e contribuisce a spiegare il passato; come tale è il luogo elettivo dal quale iniziare una visita alla città e alla sua storia contemporanea. Verso il secolo nuovo Al passaggio fra Otto e Novecento Cosenza - secondo la efficace espressione di Michele Fatica - si dota di gran parte dei servizi essenziali per essere classificata una città moderna, ad iniziare proprio dal collegamento ferroviario che (svolgendosi nel suo ultimo tratto sull’attuale percorso del costruendo Viale Parco) unisce a quel tempo, attraverso la stazione intermedia di Sibari (allora Buffaloria), la città con la rete nazionale che corre lungo la ferrovia jonica. Qualche decennio dopo la più veloce linea tirrenica raggiungerà la Calabria, e Cosenza si congiungerà ad essa attraverso la suggestiva tratta per Paola, dopo che sarà prevalsa quest’ipotesi sull’altra della derivazione verso Nocera Terinese lungo il fiume Savuto. George Gissing (lo scrittore inglese che abbiamo richiamato più sopra a proposito della vecchia stazione) quando giunge a Cosenza alla fine dell’Ottocento, ha modo di osservare - forse un po’ ottimisticamente, ma di certo coerentemente con il suo modo di pensare moderno - che la linea ferroviaria ha inserito nella rete europea la città, dove inizia ad apparire "l’età nuova" grazie alle sbuffanti locomotive, alle più comode strade di circonvallazione, ai nuovi ponti in ferro che, in attesa di essere sostituiti da quelli in ferro-cemento, vengono accolti (negli stessi anni della costruzione della Tour Eiffel di Parigi) come un tangibile segno di tempi del tutto nuovi che si immaginano proiettati verso infiniti progressi. Fra l’ultimo quinquennio del secolo al tramonto e il primo lustro del nuovo, la delegazione comunale, nella quale trovano posto preminente i rappresentanti della migliore cultura progressista cittadina, appronta un insieme di provvedimenti che permettono alla città di presentarsi preparata all’appuntamento col secolo nuovo. I progetti di realizzazione di centrali elettriche utili sia all’illuminazione pubblica che per la fornitura di energia al comparto economico e produttivo cittadino, la costruzione di un moderno acquedotto e l’inizio della distribuzione dell’acqua nelle case, altri interventi strutturali su viabilità urbana e condizione igienica della città, insieme all’avviato completamento del teatro comunale, ed al progetto di inalveamento dei fiumi, riscrivono e trasformano profondamente l’aspetto urbano di Cosenza, che abbandona il suo arroccamento sul colle Pancrazio per scendere decisamente a valle. Oltre che sul piano dell’intervento urbanistico, anche dal punto di vista sociale e culturale la città è impegnata in una profonda opera di modernizzazione. E non sono pochi i fatti e gli elementi che mostrano che Cosenza, al sorgere del Novecento, è all’alba di una vita nuova: è il caso dell’attivazione e della rinascita di nuovi e antichi circuiti culturali: i moderni e vivaci circoli di cultura e l’antica e prestigiosa Accademia Cosentina, la stampa periodica, l’istituzione di una biblioteca pubblica che diventerà l’attuale prestigiosa Biblioteca Civica, le nuove scuole accanto all’antico liceo intitolato al Telesio. È il caso, ancora, dell’irrompere sulla scena cittadina di nuove e impegnate correnti politiche: dai socialisti di Pasquale Rossi e Pietro Mancini, ai cattolici progressisti di don Carlo De Cardona, che iniziano una serrata critica contro la vecchia rappresentanza parlamentare affetta da trasformismo e da una grave forma di cecità politica; è il caso, infine, del manifestarsi di quei fermenti di novità che stimolano la Massoneria presente e attiva in città, e che percorrono come una scarica elettrica alcuni settori delle stesse classi egemoni, sottraendo spesso alla loro egemonia culturale alcuni promettenti rampolli. Né mancano, in questi anni, le proiezioni culturali e scientifiche della città verso l’Italia e l’Europa tutta, considerato che promettenti o già affermati intellettuali cosentini - Bernardino Alimena, Bonaventura Zumbini, Stanislao De Chiara, Nicola Misasi, lo stesso Pasquale Rossi - collaborano a riviste nazionali e internazionali, tengono conferenze in tante città d’Italia e in Europa, ricevono onorificenze all’estero, pubblicano con le maggiori case editrici di Roma, Torino, Palermo, Milano, e vedono i loro libri tradotti in alcuni paesi europei. Norman Douglas, un altro viaggiatore inglese che soggiorna a Cosenza fra il primo e il secondo decennio del Novecento, non può fare a meno di constatare l’avvento in città dei tempi nuovi notando, da gaudente edonista qual è, che a Cosenza si possono trascorrere magnifiche giornate. All’alba del secolo nuovo la vita cittadina, come in buona parte d’Europa, è suggellata da una serena fiducia nell’avvenire; ed è incardinata, nonostante l’insieme di fattori negativi che segnano le sorti del Mezzogiorno, alla profonda convinzione di essere incamminata su una strada non del tutto disagevole, accompagnata in questo cammino dalla scienza e dalla tecnologia; e segnata, dal punto di vista della convivenza sociale e politica, da un sicuro processo di democratizzazione che segna la vita civile del Paese dopo i tentativi reazionari dell’ultimo Ottocento, un processo democratico questo, sul quale si esercita l’accorta vigilanza delle forze progressiste che vanno manifestandosi nella società del tempo, e nella stessa Cosenza. Anni di progresso Agli inizi del Novecento Cosenza, che nel decennio precedente aveva già mostrato i primi segni di un contenuto sviluppo demografico, conta poco più di ventimila abitanti e si prepara ad assistere ad un lento, ma continuo e costante flusso di immigrazione che diventerà sempre più cospicuo dagli anni trenta fino agli anni settanta. Gli amministratori, nel manifestare consapevolezza del trend demografico e della necessità della città di espandersi, decidono di dotarla di un nuovo piano regolatore. Viene quindi approntato il piano Camposano che, approvato nel 1912, prevede l’espansione di Cosenza, una volta bonificati i fiumi, verso est e verso nord. L’ampliamento ad est avviene sulla riva destra del Crati e verso la zona detta di Cosenza Casali, con la sua stazione ferroviaria, zona che, insieme alla prospiciente fascia a sinistra del Crati, inizia a configurarsi come il polo industriale della città, con i suoi stabilimenti (fra i quali spiccano quello di manufatti cementizi e una fabbrica di ghiaccio sulla riva sinistra del fiume, e l’altro di prodotti tannici sulla riva destra), e con gli insediamenti operai come il palazzo detto "della Lega" frutto dell’efficace opera della lega operaia di estrazione cattolica. A nord la città si proietta verso il vallo, ad iniziare dalla zona del Carmine, già individuata nel 1887 come area di sviluppo da un primo piano di ampliamento che, però, non aveva trovato alcuna applicazione pratica; verso tale zona, invece, la città inizierà a svilupparsi con decisione nell’immediato primo dopoguerra. Nel primo quindicennio del ventesimo secolo Cosenza, immergendosi nel clima del tempo segnato in campo nazionale dalla politica giolittiana, si incammina sulla strada di una sempre più decisa modernizzazione. Fra il 1904 e il 1914, trovando anche le energie per sanare le ferite del terremoto del 1905, si iniziano e si dà compimento ai lavori di arginatura dei fiumi, nel mentre si costruiscono, con le più avanzate tecniche edilizie del tempo, due ponti in ferro-cemento: il primo che attraversa il Busento all’altezza della chiesa di san Domenico, e il secondo che sostituisce il cinquecentesco ponte di Santa Maria, e supera il Crati a metà dell’attuale corso Telesio, facilitando con la sua più ampia carreggiata le comunicazioni e i commerci fra il centro della città e la via verso i paesi presilani e la Sila. E, attendendo che la città venga collegata alla linea ferroviaria tirrenica attraverso la tratta per Paola, Cosenza dal 1908 si collega con un regolare servizio automobilistico alla cittadina di san Francesco e ai più importanti centri della provincia, dopo che dal 1907 il telefono l’aveva già unita a Reggio, Napoli e Roma. La vita civile cittadina in questi stessi anni è animata da una serie di periodici politici, culturali e di cronaca che rappresentano anche la palestra per i numerosi intellettuali che vivacizzano il dibattito cittadino; il Teatro Comunale nel 1909 inaugura la sua prima stagione lirica con l’opera "Aida", mentre già dal 1906 era stato introdotto in città il film muto. Tre musicisti cosentini - il già affermato Alfonso Rendano e gli emergenti Stanislao Giacomantonio e Maurizio Quintieri - propongono in città, oltre che fuori dei confini calabresi, le loro opere. E si iniziano a manifestare, anche, quei segni tipici che accompagnano lo sviluppo della società contemporanea: dopo l’introduzione del cinema di cui abbiamo già detto, nel 1913 nasce la Società Sportiva Fortitudo con particolare attenzione verso discipline come podismo, calcio e ciclismo Ed è lo stesso immaginario collettivo nazionale che propone una immagine della Cosenza del tempo segnata da tratti di modernità: "Io non conosco abbastanza bene la Calabria - racconta Elsa Morante nelle prime pagine della Storia -. E della Cosenza di Iduzza non posso che ritrarne una figura imprecisa, attraverso le poche memorie dei morti. Credo che già fin da allora, intorno alla città medievale che cinge la collina, s’andassero estendendo le costruzioni moderne. In una di queste, infatti, di genere modesto e ordinario, si trovava l’angusto appartamentino dei maestri Ramundo".

Cosenza è nel pieno fervore delle opere che tendono a renderla una città ancor più moderna quando nel 1915 l’Italia (lacerata dal contrasto intestino fra interventisti e neutralisti, fazioni che trovano sostenitori anche fra i cosentini) decide di partecipare al conflitto che si era acceso in Europa l’anno prima. Le nefaste conseguenze della guerra non tardano a manifestarsi anche in città, la cui vita pubblica si inaridisce nelle sue espressioni progettuali, a parte qualche bagliore che si manifesta come tardivo frutto di vecchi progetti in corso d’ultimazione, ed è il caso dell’inaugurazione della tratta ferroviaria Cosenza-Paola, aperta senza alcun festeggiamento il primo agosto del 1915. La città subisce un traumatico arresto nel suo sviluppo civile e, divenuta sede di distaccamenti militari, vede le sue vie affollate da soldati, profughi e da qualche colonna di prigionieri austro-ungarici che sostano in città per essere smistati altrove, o inviati in Sila e nelle campagne per tentare di rimpiazzare la manodopera contadina richiamata alle armi. Nel 1917 il carovita imperversa, i provvedimenti di calmiere si dimostrano inefficaci, la lotta contro il mercato nero porta a pochi risultati, la manodopera, come si diceva, viene a mancare; l’irritazione popolare sfocia in manifestazioni di piazza anche violente. La fine delle operazioni belliche agli inizi di novembre del 1918 è, perciò, salutata con soddisfazione e spontanee manifestazioni di gioia; a Cosenza, come in tante altre città italiane, il Te Deum viene officiato nel duecentesco Duomo dall’arcivescovo. Il dopoguerra si presenta in città, come in tutta Italia, carico di tensioni: aumenti eccessivi dei prezzi (e soprattutto di quelli delle derrate alimentari), rientro dei reduci dal fronte, riapparizione di malattie come la malaria (che si era riusciti a circoscrivere grazie ai lavori di bonifica iniziati negli anni prima della guerra), comparsa dell’epidemia di febbre "spagnola", rappresentano alcuni dei fenomeni negativi che segnano la vita della comunità cosentina del tempo. Ad essi si somma sul piano finanziario una preoccupante situazione delle casse del Comune, accompagnata dalla palese incapacità dei vecchi amministratori di far fronte all’emergenza. Nel circondario, e in Sila soprattutto, si manifestano gravi tensioni sociali che portano all’occupazione di terre e alla messa in discussione dei tradizionali assetti della proprietà terriera, così magistralmente descritti da Elsa Morante in un’altra pagina della Storia:: "in Calabria (come altrove nel sud) i più minacciati, nelle loro fortune erano i possidenti agrari, i quali, fra l’altro, erano in gran parte usurpatori, essendosi appropriati nel passato, con vari sistemi, di terreni del demanio. Erano campi e foreste da loro spesso lasciati incolti e in abbandono". Nel frattempo la città ha continuato ad attirare abitanti ed è ulteriormente cresciuta. Alla fine del secondo decennio del Novecento conta ormai trentamila abitanti, e si inizia a palesare una questione abitativa che tarderà ad essere risolta. Per altro verso Cosenza va sempre più assumendo le caratteristiche di una realtà urbana con una precipua vocazione commerciale e terziaria, anche se non sono assenti quelle realtà di piccole industrie che già abbiamo citato. Ed è proprio dalla classe operaia che (nel più generale clima di effervescenza sociale e politica, che caratterizza gli anni del "biennio rosso" al centro-nord e dei movimenti delle occupazioni delle terre nel Mezzogiorno) giunge alla società cosentina un messaggio ben chiaro. Gli operai della fabbrica chimica in cui si produce il tannino, grazie a una serie di scioperi sostenuti dalla Camera del Lavoro che ha come principale protagonista il repubblicano Federigo Adami, nel marzo del 1920 conquistano, fra i primi in Italia, le otto ore lavorative quotidiane. Alle proteste popolari ed operaie, si sommano quelle dei contadini che, organizzati dai cattolici nella leghe bianche e dai socialisti, preoccupano non poco i locali agrari. La società cosentina come le altre di tante città italiane, è dunque una società in movimento, attraversata da spinte contrastanti, animata dai nuovi partiti che, oltre a quello socialista presente in città da oltre un ventennio, nascono e si affermano: nel 1919 è la volta del Partito popolare di don Carlo De Cardona e don Luigi Nicoletti che inizia ad organizzarsi radicandosi soprattutto fra i piccoli agricoltori del contado, e del Partito dei combattenti che ottiene alcune interessanti quanto effimere affermazioni politiche; nel 1921 è fondata la sezione del Partito comunista, con un suo organo di stampa, grazie agli sforzi organizzativi di Natino La Camera e di Fausto Gullo, quest’ultimo consigliere provinciale del collegio presilano. Ultimo giunge il movimento dei Fasci di combattimento di Mussolini che inizia ad agire in città dal 1921 per opera di Michele Bianchi, Luigi Filosa ed Agostino Guerresi, scagliandosi, come in tutta la Penisola, contro le forze democratiche in perfetta sintonia con quanti vedono in quelle dei perturbatori dell’ordine stabilito e non elementi di progresso sociale. Le azioni squadristiche, fra minacce, somministrazione forzata di olio di ricino, assalti e devastazioni di sezioni dei sindacati e dei partiti democratici, portano nel maggio del 1921 alla morte dello studente lavoratore Riccardo De Luca, e nel settembre del 1924 a quella dell’operaio socialista Paolo Cappello. La resistenza - politica, culturale ed anche fisica - manifestata dalle forze democratiche e progressiste della città, rallenta la marcia dei fascisti, nonostante il palese aiuto che essi ricevono dalle forze dell’ordine. Accade così che alle elezioni del 1924 lo stesso leader del fascismo locale, quel Michele Bianchi che nel 1922 aveva partecipato da quadrunviro alla "marcia su Roma" ed è uno dei collaboratori più stretti di Mussolini, ottiene in città meno voti del socialista Pietro Mancini e dello stesso Tommaso Arnoni appartenente all’area politica moderata e governativa. Ed è proprio Tommaso Arnoni, che, dopo essersi avvicinato al partito di Mussolini, diventa il punto di riferimento dell’ala moderata dei fascisti e il referente locale di Michele Bianchi, già Ministro dei Lavori Pubblici. E sarà ancora lui a gestire il potere a Cosenza per tutta la prima parte dell’epoca fascista. Sviluppo urbano senza democrazia Arnoni viene nominato inizialmente commissario straordinario del Municipio e alla fine del 1926 podestà, in seguito alla promulgazione della legge fascista di riforma delle amministrazioni comunali. Si assicura l’appoggio incondizionato dello stesso Mussolini e, forte anche del gran numero di cariche importanti che ricopre in città, si appresta a dotare Cosenza di una nuova sistemazione urbana, spingendola con decisione verso il vallo e sulle colline ad ovest. Arnoni ben presto si accorge che l’insediamento urbano tende a superare il limite del piano Camposano fissato sull’attuale via Piave; decide così, riprendendo di quello stesso strumento urbanistico le direttrici di sviluppo, di meglio definirle con un piano di ampliamento, che fa redigere nel 1935 dall’Ufficio Tecnico del Comune, retto dall’ing. Tommaso Gualano, e che verrà approvato solo nell’ottobre del 1939, prevedendo, fra le altre misure anche lo sventramento di alcune fasce del centro storico cittadino, misura questa che, per fortuna, non verrà mai attuata. La città inizia, invece, a svilupparsi con decisione verso nord oltre il Carmine e lungo il Busento nelle aree rese disponibili dopo le opere di bonifica. La nuova Cosenza fa sfoggio di larghe strade urbane, che, come ricorda Giuseppe Cavalcanti, stupiscono non poco i cosentini abituati alle strette vie del centro storico, e lungo le quali sorgono, secondo le indicazione dello strumento di pianificazione urbana, palazzi per civili abitazioni, sedi di uffici pubblici, scuole, case popolari e per impiegati, parchi e giardini; un nuovo acquedotto è costruito sulle colline a ovest della città per venire incontro alle accresciute esigenze idriche della città. E già nel 1931 un attento viaggiatore qual è Antonio Baldini registra le avvenute trasformazioni, e nel suo Italia di bonincontro non si limita solo a prendere atto dello sviluppo urbanistico, ma tenta un’ardita quanto lungimirante previsione: "È sorta una nuova città con caratteri tutti differenti dall’antica. […] Oramai è chiaro che anno per anno, giorno per giorno, quantunque ultima arrivata sulle sponde del Crati e del Busento, la nuova città non sarà paga finché non avrà tolto alla vecchia, se non proprio materialmente marmi e pietre (bronzi non ce n’han più da essere), quel che più conta: ogni prerogativa di vita". Nel 1936 Cosenza conta ormai quarantamila abitanti residenti, e altre migliaia ne attrae quotidianamente dal suo hinterland e dalla provincia che ha una notevole estensione. Se attraverso i suoi uomini di punta come Arnoni (che nei primi anni trenta lascia la carica di podestà proprio quando scompare Michele Bianchi l’altro protagonista di quegli anni) il fascismo dà una nuova fisionomia alla città, la società cosentina non è conquistata totalmente dal regime: si avverte ancora la presenza di antifascisti anche dopo i reiterati provvedimenti di confino, le dure condanne del Tribunale Speciale e le sanzioni cui sono soggetti gli ambienti dell’opposizione in città. Non manca di fare sentire la sua voce non allineata la Chiesa cosentina, che, in occasione della promulgazione delle leggi razziali leva, attraverso i suoi organi di stampa e con pochi altri esempi in Italia, un’alta protesta contro la scellerata legislazione razzista; lo stesso Partito comunista, benché in clandestinità, riesce a tessere una trama di rapporti fra il centro estero e la città; gli studi professionali, quelli degli avvocati soprattutto - è il caso dei Mancini, dei Gullo - rappresentano le fucine del pensiero democratico e progressista. La città sembra offrire un suo consenso al regime solo quando, iniziata l’avventura coloniale d’Etiopia e con l’intervento di Mussolini in Spagna a fianco dei golpisti di Francisco Franco, non sono pochi i cosentini che si arruolano volontari, ma più per sottrarsi ad una condizione di miseria segnata dalla disoccupazione che non per spirito patriottico e fascista. La città mostra un volto ben accetto al regime quando viene mobilitata in occasioni importanti, come la visita dei reali nel 1937, o quella dello stesso Mussolini nella primavera del 1939, accolti gli uni e l’altro da una disciplinata e festeggiante folla. Un viaggiatore francese, Jules Destrée, che, negli anni trenta, giunge e soggiorna in Calabria, passando per Cosenza, dopo aver descritto l’opera compiuta dal regime, ha modo di osservare spassionatamente che nei posti da lui visitati "c’è dunque, inconfutabilmente, una vernice fascista", ma si pone anche la domanda: "È qualcosa di più di una semplice vernice?" La risposta all’intrigante interrogativo del viaggiatore francese la daranno la guerra che scoppierà di lì a poco, e i fatti che seguiranno con accelerata velocità dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Anche a Cosenza l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’alleato nazista è dato in diretta da Roma attraverso la radio; qualcuno ricorda che fra gli entusiasmi generali indotti dalla propaganda fascista, non sono pochi, e sono soprattutto fra le donne che avevano già subito la perdita dei loro cari nella precedente guerra, coloro che piangono paventando ciò che l’ubriacatura propagandistica tenta di nascondere e che è invece ben chiaro nella coscienza di tanti. La guerra significa morte e distruzione e, dopo averne avuto il presentimento, i cosentini ne hanno piena e immediata contezza quando dall’aprile del 1943 gli anglo-americani bombardano la città. Morti (fra cui non pochi bambini di scuola elementare all’uscita dalle lezioni in piazza Spirito Santo), distruzione di strutture e siti strategici e di simboli della cultura e della fede (solo per fare alcuni esempi: la Biblioteca Civica, il teatro Rendano, il Duomo, alcune scuole, l’Ospedale civile, la sede centrale delle Poste, il ponte Alarico), devastazioni, sfollamento e mercato nero, squassano il tranquillo vivere quotidiano, già affaticato dalla partecipazione di tanti cosentini su tutti i fronti di guerra. Le notizie dei morti che giungono dai vari scenari bellici, l’assenza di notizie circa i militari fatti prigionieri, e per ultimi i violenti bombardamenti: tutto contribuisce a far evaporare velocemente il consenso, la patina di vernice fascista di cui aveva par