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La provincia di Frosinone è chiamata Ciociaria. Storicamente parte del frusinate era incluso nell'antica provincia di Terra di Lavoro in Campania, e fu trasferito al Lazio nel periodo fascista.
Frosinone è posto non lontano dalla confluenza del piccolo fiume Cosa con il Sacco, corso d’acqua una volta navigabile fino a Colleferro. E situato all’incrocio fra diverse strade: quella diretta alla pianura Pontina e al mar Tirreno, quella per i monti Ernici e l’Appennino e quelle per l’Abruzzo e il Sud. La città è raggiunta dall’autostrada del Sole, dalla ferrovia Roma-Napoli e dalla via Casilina, l’antica via Latina, che collega il Lazio con la Campania, attraversando l’intera provincia frusinate. A questo fascio di strade si collega una viabilità locale che fa di Frosinone, oggi come ieri, un punto nodale dell’intera valle del Sacco. L’attuale città sorge sui resti di diversi antichi insediamenti e gode di un’eccellente posizione panoramica: infatti, dall’alto della sua collina, si gode un vastissimo panorama della valle del Sacco, dei tanti paesi del circondano e dei monti che chiudono in tutte le direzioni l’ampia conca ciociara.

STORIA
Per il nome non esiste un’etimologia precisa e sicura: fra le ipotesi più accreditate vi è quella che fa derivare il nome della città antica dalla gens etrusca Fursina. Testimonianze di insediamenti dell’Età del ferro si sono trovate in diversi luoghi del territorio frusinate, sia nella città vera e propria che nell’agro, ma la presenza di un centro abitato vero e proprio è attestata solo in un periodo successivo. Reperti sono stati individuati nella località Fontanelle, ove pare si sia sviluppato parte dell’abitato volsco. Resti di ceramiche di periodi storici diversi sono stati rinvenuti nei costoni del “Bel vedere”. La città sorse al confine fra il territorio volsco e quello ernico. Inizialmente pare che fosse stata una città volsca e che avesse aderito alla lega ernica ribelle a Roma; nel 306, dopo la grande vittoria dei romani, Frusino, questa la denominazione antica, venne saccheggiata e ridotta a prefettura e i capi della rivolta decapitati. Durante l’avanzata di Annibale il suo territorio fu devastato, ma la città non si arrese al cartaginese. Forse da questo episodio scaturisce l’appellativo onorifico attribuitole da Silio Italico Bellator Frusino. La città è menzionata da scrittori antichi, sia latini che greci, e alcuni di questi mettono in rilievo un’altra virtù degli antichi frusinati: l’operosità come lavoratori de campi. Giovenale esalta la tranquilla vita rustica di Frusino rispetto a quella caotica di Roma. Sembra che Cicerone abbia posseduto una villa nel suo territorio. La città fu prefettura, municipio e, forse, colonia militare: in quegli anni venne cinta di mura e si arricchì di monumenti una parte dei quali è stata successivamente ritrovata. Altri sono stati sistemati in sedi diverse come una celebre statua rappresentante Marte, oggi in una collezione romana. Non si hanno notizie certe sulla diffusione del Cristianesimo a Frosinone. Come in altre città del Lazio meridionale, anche nel capoluogo ciociaro è diffusa la leggenda di una predicazione di San Pietro; si crede anche che vi sia stata un’antica diocesi. Le fonti attestano che a Frosinone nacquero due pontefici: Sant’Ormisda il figlio, San Silverio; quest’ultimo avversato dalla corte bizantina, fu relegato nel l’isola di Ponza, ove morì.

Del periodo altomedioevale non ci sono documenti ma sembra che la città, con la formazione dello stato dei papi, sia stata sempre strettamente dipendente da Roma. Sembra anche che abbia svolto una funzione agricola, con la fondazione di una curtis agricola. Dalla documentazione medioevale, Frosinone appare un piccolo castello, ma una carta del 1081 la denomina civitas, riconoscendole un ruolo più rilevante. Si ritiene comunemente che Frosinone abbia avuto un ruolo essenzialmente militare per via della rocca eretta nel punto di congiunzione di diverse strade. Da questa fortificazione vennero fronteggiati i turbolenti signori de Ceccano. Nel secolo XI il risveglio economico determinò la nascita e l’evoluzione di nuovi gruppi. Anch’essi assunsero un ruolo militare sostituendosi ai milites, che, dal secolo precedente, avevano costituito una “consorteria” per governare la cittadina: tale istituzione non decadde e venne riconosciuta e approvata anche dalla Chiesa romana. Il regime condomimale fu confermato da Innocenzo III nel 1207, per mezzo di una concessione della durata di tre generazioni, ma il controllo di Frosinone venne insidiato dagli anagnini Mattia, Adinolfo Nicola per tutta la seconda metà del Duecento. Soprattutto Adinolfo fu reponsabile di violenze e devastazioni contro il castello e i suoi abitanti. Frosinone i schierò con i pontefici, e il costante appoggio papale rese vana l’azione dei nobili di Anagni. La fedeltà alla Chiesa condusse molti frusinati ad assumere importanti uffici nella curia papale; alcuni divennero prelati e legati. La prevalente funzione militare di Frosinone nel corso del Medioevo è documentata dalle fonti conservate negli archivi pontifici: in un registro in cui sono elencate le spese sostenute per la riparazione della rocca. Il papato fu interessato a tali lavori sia per la funzione militare assolta dalla fortificazione, sia perché la costruzione era sede della curia rettorale di Marittima e Campagna, sia, infine, per consolidare il proprio predominio nel comune frusinate. Il documento è interessante perché apre uno spiraglio su diversi aspetti della vita economica, sociale e sulle tecniche edilizie locali. Il castello possedeva, oltre alla cinta muraria, almeno due torri, locali per la residenza del rettore, una loggia, e diversi ambienti per la guarnigione. Sin dal XIII secolo Frosinone fu sede ordinaria del rettore di Campagna e Marittima, la provincia pontificia del Lazio meridionale, anche se sovente l’alto prelato abitò in altre città come Ferentino, Anagni e Priverno. Alla fine del Quattrocento l’antico abitato di Selva Molle o Selva dei Muli venne associato al comune di Frosinone. Il castello sorgeva sopra un modesto cono vulcanico nelle vicinanze del fiume Sacco a qualche chilometro da Frosinone verso Patrica e Supino. Si notano ancora mura medioevali di cinta, a fortificare la sommità del colle, luogo dal quale era agevole controllare la strada verso la Marittima e la rete viaria territoriale. Decaduto attorno alla metà del Quattrocento, in poco tempo il castello venne trasformato in casale, e venduto ai certosini di Trisulti che lo adibirono a grancia monastica, cioè a semplice azienda agricola: il territorio era ricco di sorgenti d'acqua. I certosini trasformarono il villaggio, e il palazzo pontificio fu ingrandito. Agli inizi del XIV secolo il castello frusinate strinse un'alleanza con il potente comune di Alatri. Con questo patto Frosinone si impegnava a intervenire con propri rappresentanti al parlamento alatrino e a partecipare anche alle spedizioni belliche dell’alleato, conservando però le proprie insegne militari. La città è ricordata alla fine del Quattrocento dall’umanista Giovanni Antonio Sulpicio che la menziona nel suo “Campaniae fletus” con parole elogiative. Dello stesso tenore è l’elogio elevato alla cittadina dall’altro umanista cinquecentesco Francesco Franchini: “... mi avvincono i colli dell’ameno Frosinone! ed i campi dolci e le acque...”. Nel Cinquecento la città fu coinvolta in due guerre. Nel 1526 la guarnigione pontificia riuscì a contrastare validamente le truppe spagnole che la assediavano ma l’anno dopo Frosinone fu saccheggiata da truppe francesi e fiorentine dopo essere stata contagiata dalla peste portata dai lanzichenecchi. Dopo questi fatti, connessi col sacco di Roma, la rocca di Frosinone, quasi del tutto distrutta, venne ricostruìta ai tempi del cardinale Cicada. Probabilmente fu spostata di sito e occupò il posto in cui oggi sorge il palazzo del governo. La rocca venne costruita secondo i dettami cinquecenteschi e il portale principale, secondo taluni, fu disegnato da Michelangelo. Qualche anno dopo Frosinone fu occupata dagli spagnoli che marciavano verso Roma contro Paolo IV. I danni furono ingenti: molte chiese furono ridotte in macerie. Per un periodo molto lungo la città fu impegnata nella ricostruzione e, per pagare i debiti, il comune fu costretto ad alienare diversi beni fondiari. Nella seconda metà del Cinquecento, con la riorganizzazione dello stato, la residenza dei governatori pontifici venne fissata definitivamente a Frosinone. Nuove funzioni furono da loro assunte: il controllo dei comuni, il comando della polizia statale (i birri furono impegnati a combattere contro un brigantaggio molto attivo organizzato in bande armatissime), l’istituzione di un tribunale d’appello in luogo delle corti signorili. L’ufficio del governatore, inoltre, estese il suo raggio d’azione e aumentò il proprio personale.

Un intenso incremento demografico è segnalato fra il Seicento e l’Ottocento a causa dello spostamento di popolazione verso Frosinone. Molteplici i fattori: il definitivo stabilirsi del governatore pontificio a Frosinone, l’emigrazione interna dai paesi della diocesi verolana e il disboscamento delle pianure verso il Sacco. Frosinone passò da meno di 2000 abitanti registrati alla metà del Seicento a 4500 abitanti alla meta del secolo successivo, dai 6000 dell’inizi dell’Ottocento agli oltre 10.000 del 1870. L’incremento demografico e delle attività fece emergere nuove realtà economiche. Apparve, ad esempio, una rete di mulini, costruiti lungo il fiume Cosa. La metà del Seicento fu un periodo di imprese edilizie fra cui si ricorda la costruzione di un ponte e di una fontana vicina al fiume Cosa, ancor oggi esistenti e d poco restaurati. Nel Settecento vi fu una vigorosa crescita del medio ceto, prevalentemente impegnato nei commerci e negli uffici de governo locale pontificio. Fra i chierici i giureconsulti emerse anche qualche letterato arcadico. Alla fine del secolo XVII. l’arcade Eufemo Euritidio, al secolo il sacerdote Antonio Batta, compose un poemetto su Frosinone intitolato “Capitoli Giocosi”. Lo scrittore scrisse la storia della città in versi, riprendendo leggende, descrivendo l’ambiente, gli abitanti e i loro costumi, infine esaltando i due papi d’origine frusinate e celebrando alcuni illustri cittadini. Il poema costituisce una fonte preziosa a cui attingere per ricostruire la storia della città. Esso, inoltre, ci illustra l’espansione urbana verificatasi nel capoluogo di Campagna nel corso del Settecento: dai due alti colli la città era ormai scesa fin quasi al fiume Cosa. Nel corso del secolo le chiese si arricchirono di molti dipinti, andati in gran parte perduti durante la seconda guerra mondiale. Gli avvenimenti di fine Settecento coinvolsero direttamente Frosinone che si ribellò all’occupazione francese e alla repubblica romana: per questo motivo venne saccheggiata dalle truppe polacche dell’armata d’Oltralpe. Nonostante l’ostilità della città nei confronti dei francesi alcuni governanti della repubblica furono frusinati, fra cui il console Giuseppe De Matthaeis e soprattutto Luigi Angeloni, in seguito esule e battagliero combattente per l’unità d’ Italia: a lui si devono diversi scritti politici sulla questione dell’unificazione. La presenza di una loggia massonica e di una “vendita” carbonara fu dovuta soprattutto al folto numero di impiegati laici degli uffici locali pontifici. A queste consorterie aderirono diversi frusinati; fra questi si distinse Nicola Ricciotti che cadde in Calabria con i fratelli Bandiera. L’intera sua famiglia partecipò ai moti risorgimentali, con grande sacrificio e dedizione.

Con la restaurazione pontificia la burocrazia frusinate venne potenziata. A Frosinone ebbe sede il delegato apostolico (il prelato capo della provincia) con gli uffici centrali, la sua piccola corte, il tribunale superiore provinciale, le carceri e gli uffici della polizia. Il delegato, ormai, era a capo dell’intera provincia in quanto i feudatari avevano rinunciato a tutti i loro poteri passandoli allo stato. Il potenziamento degli uffici comportò un certo incremento d’impiegati. Inoltre, negli anni successivi al regime napoleonico il brigantaggio aveva acquisito nuovo vigore costringendo le autorità ad ampliare le forze militari e di polizia. Di conseguenza si ebbe un’ulteriore crescita della popolazione e un’espansione delle attività locali. Frosinone divenne sempre più il punto di riferimento dell’intera provincia. Eppure, malgrado Frosinone contasse sei quartieri e quasi diecimila abitanti, nel 1859 appariva allo storico tedesco Gregorovius “meschina e mal costruita”. Solamente dopo l’unificazione nazionale, infatti, si provvide a un rinnovamento edilizio e a un abbellimento architettonico dell’abitato, come testimoniano i pochi residui palazzi dell’attuale centro storico, che appunto presentano edifici tardo ottocenteschi e umbertini. Precedentemente si erano costruite alcune strade per migliorare la viabiità del piccolo borgo che all’inizio dell’Ottocento era ancora rinchiuso dentro le sue mura. Solo nel primo Ottocento si organizzò per opera del comune una più completa rete d’istruzione con scuole anche femminili. Nel 1816 venne stampato il primo libro sulla storia frusinate, opera del De Mattheis, mentre il sacerdote Pietro Pellissieri, memore di Antonio Batta, compilò un poemetto sulla città. Ma furono i due fratelli Maccari, Giambattista e Giuseppe, a segnalarsi sul piano culturale come delicati poeti classicisti. Frosinone partecipò attivamente alle vicende risorgimentali: oltre ad avere dato i natali a Luigi Angeloni e Nicola Ricciotti, come abbiamo già detto, la città fu sede dell’attività clandestina di carbonari e patrioti che nel 1848 imposero l’adesione alla repubblica romana. Da Frosinone partì, per partecipare alla prima guerra di indipendenza, il battaglione campano, guidato dal frusinate Guglielmi. La maggior parte della popolazione contadina, invece, rimase favorevole al regime papale, come dimostrarono i festeggiamenti e l’appoggio dato a Pio IX. Papa Mastai venne di nuovo festeggiato nel 1863 in occasione di un suo viaggio in Ciociaria, del quale si conservano eccezionali immagini fotografiche che ritraggono il pontefice in treno e la benedizione della folla dal palazzo della delegazione di Frosinone. In quella occasione, come accadde in molti altri centri della provincia, anche a Frosinone si inaugurò un acquedotto per l’acqua corrente. I sentimenti filopapalini portarono i frusinati negli anni Sessanta ad appoggiare scopertamente in diverse occasioni i briganti borbonici e anti-unitari. Dopo il fallito tentativo garibaldino del 1867, condotto da Nicotera sulla direttrice frusinate, l’annessione del 1870 per Frosinone avvenne il 17 settembre, tre giorni, quindi, prima della breccia di Porta Pia. Vi fu un certo fermento innovativo, risoltosi però, come per tutta l’Italia, nell’ adeguamento all’ordinamento piemontese. Si ebbe comunque un notevole incremento demografico e un’ulteriore espansione dell’abitato: si costruirono palazzi ed edifici nuovi e venne organizzata una rete più solida di servizi pubblici. I partiti ingaggiarono una vivace lotta politica, animata da una diffusa stampa locale. Nel 1910 si inaugurò il monumento a Nicola Ricciotti e ai martiri frusinati del libero pensiero e del Risorgimento: l’opera è di Ernesto Biondi, scultore di Morolo. Alla fine della prima guerra mondiale Frosinone contava oltre 12.000 abitanti, la maggior parte dei quali viveva in campagna, in piccole borgate o in case sparse; il nucleo più consistente risiedeva nel quartiere Ferrovia, sorto attorno alla strada ferrata. La città era sede degli uffici della sottoprefettura, del distretto militare e delle stazioni ferroviarie statali e vicinali. Sebbene la maggior parte degli abitanti fosse contadina, vi era una fetta consistente di impiegati e un numeroso gruppo di artigiani e commercianti. Questi ultimi abitavano per lo più nel centro storico, sulle colline e nei quartieri di Santa Maria, Sant’Antonio e piazza Giuseppe Garibaldi. Erano sorte alcune modeste attività industriali: mulini e pastìfici, fabbriche di sapone, liquori e calzature. Mancavano le scuole superiori che vennero create solo nel corso degli anni Venti. La vita pubblica si svolgeva tutta attorno all’attuale piazza della Libertà, su cui si affacciavano i palazzi pubblici del tempo: sottoprefettura, comune e uffici statali periferici. Nelle vicinanze si trovavano gli altri uffici pubblici e privati. Nella piazza si svolgeva anche il mercato settimanale, che costituiva un forte richiamo per le popolazioni dei paesi vicini. Il centro storico era servito dalla ferrovia vicinale che da Frosinone portava ad Alatri, Fiuggi, Palestrina e Roma. L’altra stazione ferroviaria, della linea Roma-Napoli, si trovava a quattro chilometri dal centro. Durante il ventennio fascista, nel quadro della riorganizzazione amministrativa dell’Italia, il governo costituì la provincia di Frosinone, sottraendo numerosi comuni alle due province di Roma e Caserta. Il capoluogo venne fissato a Frosinone, già sede dal 1870 dell’omonimo circondano retto da un sottoprefetto. Si ebbe pertanto un brusco passaggio da una realtà di scarsa portata politica, economica e sociale a un’altra nuova che cambiò i destini della città. Si ampliarono gli uffici esistenti, altri se ne crearono, e si potenziarono i servizi pubblici e privati. Lo stato, inoltre, trasferì a Frosinone un folto numero di dipendenti, particolarmente da Caserta. Il nuovo ruolo assunto da Frosinone incentivò lo sviluppo generale della città in termini demografici, economici e soprattutto sociali per i nuovi servizi pubblici che si andavano creando, finanziati dallo stato in primo luogo in campo scolastico, sanitario e commerciale. In questo periodo sorsero gli edifici delle scuole elementari, della provincia e della camera di commercio. La città divenne il punto di riferimento di un vastissimo territorio, gran parte del quale non aveva mai avuto relazioni con essa come il cassinate e il sorano. Durante la seconda guerra mondiale Frosinone fu duramente colpita da 56 bombardamenti aerei alleati, che causarono gravissimi danni all’intera città fino a raderne al suolo quasi interamente la parte più alta, con la cattedrale e i palazzi adiacenti: quasi tutto il ricco patrimonio artistico settecentesco venne distrutto. organismi governativi abbandonarono la città, ritirandosi a Fiuggi in posizione defilata. La popolazione fu costretta a rifugiarsi nei paesi vicini per scampare ai durissimi bombardamenti e i tedeschi sacheggiarono la città ciociara prima di abbandonarla. Nel dopoguerra l’opera di ricostruzione fu lenta; il sindaco della liberazione, l’ex deputato Marzi, si adoperò per fornire i primi soccorsi alla popolazione e riorganizzare e ricostruire la città. Solo dopo molto tempo gli organi amministrativi statali ritornarono a Frosinone. Si riedificarono il palazzo della prefettura, della banca d’italia, dei tribunali, gli uffici finanziari e delle poste. Progressivamente, nel corso di un ventennio Frosinone mutò del tutto la sua fisionomia: la città si estese lungo le principali strade e si costruirono nuovi quartieri. La popolazione si trasformò: si ridusse notevolmente il numero dei contadini (o meno del cinque per cento della popolazione attiva), aumentarono gli impiegati, i commercianti e gli operai, a causa mutamenti economici e sociali. Purtroppo lo sviluppo urbano avvenne in modo caotico: esaurito ben presto lo spazio in collina, gli edifici dilagarono nella sottostante pianura, e anche nelle più nascoste vallette a nord-est. Negli anni Cinquanta vi fu un forte sviluppo del commercio e dei servizi sociali, ma fu con gli anni Sessanta che Frosinone si trasformò completamente: la città, infatti, grazie anche alla costruzione dell’autostrada, diventò polo industriale e commerciale e operò un potenziamento dei servizi statali, particolarmente d scuole e uffici. Il grattacielo Edera è considerato il simbolo di questo processo d modernizzazione. Negli anni Settanta, malgrado la crisi di metà decennio, la città cresce: aumentano le fabbriche, si sviluppano ulteriormente i servizi, nascono il conservatori Licinio Refice e l’accademia di belle arti. Sono presenti tutti i tipi di scuole superiori. La città, sede degli uffici provinciali e di quelli del decentramento statali e regionale, vede potenziata la sua funzione burocratica. Si cerca di dare risposte ai problemi del traffico, uno dei più gravi, con la costruzione della “direttissima”, una strada costruita mediante un grande viadotto che collega la parte bassa alle zone del colle. Nel corso degli anni Ottanta, a seguito della riforma delle diocesi, Frosinone diventa anche sede episcopale e riunisce quelle antichissime di Veroli-Frosinone e Ferentino. Già da tempo è sorto un modernissimo Palazzo vescovile in una zona nuova, lungo la tangenziale dei monti Lepini, e nuove chiese sono state erette nel corso degli ultimi decenni.

La città romana è sorta sopra il colle più alto di Frosinone, oggi corrispondente all‘area tra le piazze della Libertà e Santa Maria, con funzione di acropoli, mentre l‘abitato si è esteso lungo i fianchi della collina: al di sotto dell’attuale Belvedere sono state reperite tracce dei villaggi prostorici, antichi e medioevali. Come già detto, nell’Ottocento la città appariva al Gregorovius “meschina e mal costruita. Il solo palazzo della delegazione era un bell’edificio”. Un secolo più tardi qualcuno ha paragonato Frosinone, appena diventata capoluogo di provincia, una navicella illuminata immersa nel buio assoluto delle campagne. Oggi l’intera valle del Sacco è costellata di luci, provenienti dagli stabilimenti industriali dai quartieri di Frosinone, ormai lontani dal centro cittadino. La città, infatti, durante la sua espansione ha abbandonato da tempo il colle e si è ramificata lungo strade vecchie e nuove nella pianura sottostante. Il centro conserva gli uffici, a prefettura, il comune e la provincia oltre ai quartieri di più antico insediamento: Santa Maria, piazza Garibaldi, il distretto e Sant’Antonio, con il corollario dlelle aree vicine. Lungo le strade di scollinamento, via Napoli, via Roma, via Fosse Ardeatine, via America Latina, via Mazzini, sono sorti palazzi e caseggiati ;che hanno allungato l’abitato fino alla pianura, già da tempo attraversata da vie di collegamento. Lungo queste, in particolare lungo la Marittima, la Tiburtina, la Maria e la Casiina, sono sorti pian piano diversi quartieri nuovi che hanno colmato i vuoti tra Frosinone alto e i due quartieri ottocenteschi della Ferrovia e della Madonna della Neve. A partire dalla fine degli anni Settanta, la città è andata colmando lo spazio fra la Marittima e la tangenziale, lungo la quale ormai è quasi ininterrotta la serie di insediamenti civili, commerciali e artigianali. Aree una volta lontane dal centro storico, come l’aeroporto militare, sono state raggiunte da una lunga serie di costruzioni. Quel che rimane dell’antico centro storico, dopo le distruzioni della guerra e le manomissioni degli ultimi decenni, ancora conserva qualche zona con le architetture della Frosinone ottocentesca. L’unica testimonianza monumentale ancora esistente e risalente all’epoca romana rimane l’anfiteatro, di cui si ha notizia sin dal Medioevo. E stato scoperto solo recentemente vicino al fiume Cosa, nell’area in cui è situato un ponte di età moderna. Dell’anfiteatro sono rimasti solo pochi muri e tracce delle fondazioni, tagliati in mezzo da una strada moderna. Resti di un acquedotto d’epoca romana in contrada Ponte della Fontana si con servano ancora in buono stato. Non si hanno più tracce del circuito murario, in qualche parte inglobato dalle abitazioni; rimangono in sito le due Porte Campagiorni e Garibaldi: la prima, più piccola, (che fino al Seicento era stata dedicata a San Biagio) è un arcone a sesto acuto incorporato nelle ottocentesche case adiacenti, la seconda è invece molto grande e solenne, anche se le manca del tutto un impianto decorativo.

Fra i monumenti degni di rilievo è in piazza Madonna della Neve la fontana voluta da Livio de Carolis alla metà del Settecento. Commerciante arricchito, de Carolis apparteneva a quella famiglia che costruì diversi palazzi a Roma su progetto di Alessandro Specchi in via del Corso. Donò alla città frusinate un acquedotto che portava l’acqua corrente in una delle contrade delle campagne circostanti. La fontana, posta allo sbocco dell’acquedotto, è di ottimo disegno. La fonte presenta un bacino quadrilobato sopra la quale è posta la tazza centrale ai cui lati sono erette due colonne. Moderna è un’altra fonte, tornata da qualche anno al suo posto, dopo essere stata per alcuni decenni nei magazzini comunali. Si tratta di una grande vasca in pietra, opera di scalpellini locali. Oggi è stata collocata davanti alla Porta Campagiorni, nelle vicinanze del posto ove sorgeva nell’anteguerra. La città è dominata dal Palazzo della prefettura, una moderna costruzione eretta sul luogo dove sorgeva l’antico Palazzo pontificio distrutto durante l’ultima guerra. La facciata richiama con un loggione, sorretto da sei colonne doriche, la precedente costruzione; nel salone di rappresentanza ci sono pannelli dipinti da Domenico Purificato. Monumenti recenti sono in piazza della Libertà: uno dedicato a Nicola Ricciotti e ai martiri ciociari è opera dello scultore Ernesto Biondi, l’altro, di Umberto Mastroianni, è in memoria dei caduti di tutte le guerre. La Chiesa di Santa Maria Assunta è di ventata da pochi anni la cattedrale della diocesi frusinate; di origine medioevale è stata restaurata nel Settecento a somiglianza di Sant’Andrea della Valle di Roma. Dopo le distruzioni belliche è stata ricostruita secondo le linee assunte nel XVIII secolo. Nel dopoguerra, perduto il patrimonio artistico a causa degli eventi bellici, il parroco ha commissionato un importante ciclo di pittura contemporanea a vari artisti come Ceracchini, Colacicchi, Montanarini, Purificato, Fantuzzi, e altri che hanno realizzato dieci pale d’altare. L’unico dipinto del Seicento, sopravvissuto alle distruzioni, è il quadro del pittore bolognese Sementi, rappresentante la Madonna con Sant’Anna, San Giovannino e angeli. L’adiacente campanile è stato ricostruito secondo le linee romaniche. Solo il basamento è originale: si presenta imponente e a tre ordini di finestre bifore; oggi è considerato il simbolo della città. La Chiesa di San Benedetto sorge nella piazza della Libertà, davanti alla prefettura. Di antiche origini, appartenuta ai benedettini, è stata ricostruita fra il 1750 e il 1797 in forme tardobarocche con un tiburio ottagonale e una facciata a due ordini sovrapposti. Conserva un interessante patrimonio artistico fra cui un quadro, ritenuto miracoloso dalla devozione popolare, attribuito, ma senza fondamento alcuno, a Giulio Romano o, addirittura, a Raffaello. Alcuni dipinti del Settecento e dell’Ottocento rappresentano la Madonna e santi. Un altro edificio religioso ricostruito secondo le linee ottocentesche, dopo le distruzioni belliche, è la Chiesa di Santa Lucia. Oggi è sul corso della Repubblica, mentre fino al 1840 sorgeva nei pressi della rocca, esattamente ove oggi si trova la Banca d’Italia: la facciata è neoclassica e l’interno a pianta circolare. Molto frequentato è il Santuario della Madonna della Neve, che sorge ai margini settentrionali della città. Costruito come cappella rurale nel Seicento, nel luogo di un evento miracoloso, ha ospitato una comunità di religiosi ed è stato il punto di convergenza delle popolazioni contadine in occasione della festa di Santa Maria Assunta e della grande fiera d’agosto. Nella chiesa un affresco ciquecentesco ricorda la Madonna della Neve, ai cui lati sono rappresentati i santi frusinati Ormisda e Silverio. Una pala rappresenta la Madonna della Cintura ed è stata dipinta dal napoletano Filippo Balbi. La Chiesa di San Liberatore è sicuramente fra le più amate dai frusinati; si tratta di una cappella rurale ove si conserva un affresco del 1562 raffigurante una Madonna col Bambinello, alla cui destra è il santo venerato dalla chiesa e alla sinistra Sant’Antonio da Padova. La chiesa è sempre stata molto piccola, anche se nel corso dei secoli sono stati aggiunti altri ambienti. Nel 1977 l’edificio è stato ulteriormente ampliato e restaurato.

Durante il mese di giugno Frosinone organizza i festeggiamenti per i santi patroni con manifestazioni culturali, sportive e spettacoli. Da alcuni anni, durante l’autunno e l’inverno, si organizzano stagioni di prosa e di lirica; presso il conservatorio opera un’orchestra sinfonica giovanile e vi si svolgono numerose attività in tutti i settori. Il carnevale frusinate, pur avendo antiche origini e derivando da riti arcaici, nel corso dei secoli è stato arricchito da episodi e significati diversi. La festa oggi è pressoché decaduta mentre un tempo si svolgeva secondo le più tipiche caratteristiche dei carnevali italiani. Una mascherata, che coinvolgeva gran parte della popolazione, sfilava insieme a un carro con sopra il fantoccio da sacrificare. Durante la festa si distribuivano gratuitamente caraffe di vino: alla fine, in mezzo a una danza scatenata, il fantoccio veniva bruciato. Il soggetto del carro, e il rito della “radeca” erano tipici del carnevale frusinate. Qui l’antico fantoccio della “vecchia” o del carnevale — il nemico da esorcizzare — era stato successivamente sostituito da una figura storica, quella del generale francese Championnet, comandante delle truppe di stanza a Frosinone nel febbraio 1799, dopo alcuni mesi che gli stessi francesi avevano duramente represso una rivolta antigiacobina dei frusinati. Pare che il generale passeggiando per la città ciociara durante il carnevale, si sia sottoposto al rito propiziatorio. Alla festa, secondo l’antichissimo rituale, sfilavano persone con “radeche” mescolate a coloro che portavano cavolfiori. I due gruppi procedevano danzando; i “radecari” accoglievano benevolmente i forestieri che assistevano alla festa solo se questi ultimi “avevano reso omaggio” al carnevale e avevano accettato di venire “battezzati” con le foglie, cioè di essere leggermente colpiti. Una tradizione ancora viva in Frosinone è quella del “favone”: la notte di Santa Lucia, a dicembre, vengono accesi grandi falò.
 
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