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Modena (Mòdna in dialetto modenese) è un comune capoluogo dell'omonima provincia. La città si trova circa nel centro della provincia di cui è capoluogo, nella Val Padana. Due fiumi la circondano senza peraltro attraversarla: il Secchia e il Panaro, la cui importanza per la città è testimoniata anche dalla presenza della Fontana dei due fiumi, dello scultore modenese Giuseppe Graziosi, situata in Largo Garibaldi. Nasce all'interno della città il canale Naviglio, che sfocia nel fiume Panaro all'altezza di Bomporto. Le prime propaggini dell'appennino modenese si trovano circa 10 km a sud della città, già al di fuori del territorio comunale.

STORIA DI MODENA

Nell'età del Bronzo fiorisce territorio modenese in regione la "civiltà delle terramare": nei pressi di Modena (Ponte S. Ambrogio) sorge un villaggio di palafitte. Del resto il nome più antico della città, Mutina, (di origine etrusca) allude forse a un antico insediamento terramaricolo (da Mut = "luogo rialzato"). Gli Etruschi colonizzarono la Pianura Padana nel VI secolo AC, per cederla tre secoli più tardi alla pressione dei Galli Boi. La dominazione dei Galli (che ha lasciato un'impronta notevole nel dialetto modenese) termina verso il 200 a.C., quando la regione cade sotto il dominio romano.

Sappiamo che intorno al 200 a.C. Mutina era già un'importante colonia romana, cinta da mura, nella quale le legioni romane trovarono rifugio durante un'insurrezione dei Galli. Ma la sua importanza è destinata a crescere con la costruzione della Via Emilia, su iniziativa del console Emilio Lepido: la strada romana unisce Modena agli altri grandi centri della regione (Parma, Bologna), favorendo le operazioni militari, ma anche il traffico delle merci. La fortuna della città è indissolubilmente legata a questa strada, che dà il nome alla regione e che è ancora oggi uno degli assi principali del traffico in Italia. Nei secoli che seguono Modena ha modo di prosperare: nelle Filippiche (44 AC) Cicerone la elogia come Firmissimam et splendidissimam populi Romani coloniam: "fedelissima e floridissima colonia romana". Proprio in quei giorni, all'indomani della morte di Gaio Giulio Cesare, lungo la via Emilia si consuma un episodio destinato a cambiare le sorti di Roma: lo scontro tra Marco Antonio, luogotenente di Cesare, e i consoli della Repubblica. Ma il vero vincitore della contesa è il giovane Ottaviano, nipote di Cesare, futuro primo Imperatore col nome di Augusto. Modena trascorre placidamente i primi secoli dell'Impero, ma non è indenne dalle guerre che a partire dal III secolo sconvolgono l'Occidente. Nel 387, durante una guerra civile, Sant’Ambrogio, attraversando la via Emilia, parla di Modena, Bologna e Reggio come di "cadaveri di città semidistrutte". Eppure proprio in quegli anni è attivo in città il personaggio destinato a incarnare, nei secoli a venire, la speranza dei modenesi: il vescovo Geminiano, acclamato Santo e patrono della città sin dalla sua morte (nel 397). In un'epoca di frequenti devastazioni, dovute a calamità naturali e alle incursioni barbariche, più volte i modenesi dimostreranno di confidare nell'aiuto del Santo: il caso più celebre è quello dell'invasione degli Unni. La leggenda narra infatti che Attila non poté raggiungere Modena perché San Geminiano la nascose sotto una coltre di nebbia. In realtà non risulta che le orde di Attila transitassero nella zona – il che non impedisce di immaginare un fondo di verità dietro la leggenda: la nebbia autunnale intorno a Modena è davvero impenetrabile, e può aver risparmiato alla città qualche scorreria, se non degli Unni, dei Goti, degli Eruli, dei Longobardi o degli Ungari: tante furono le popolazioni barbariche che per due secoli e più percorsero la penisola saccheggiandola.

Tra 500 e 700 d.C. Modena è un avamposto del regno longobardo, al confine con i possedimenti bizantini. È il periodo più buio della città: funestata da periodiche inondazioni dei fiumi Secchia e Panaro, è abbandonata dagli abitanti, trasferitisi in un borgo più a ovest, Cittanova. Solo il vescovo resta fedele all'antica sede: ma il suo prestigio si scontra ormai con quello dell'abbazia benedettina di Nonantola, uno dei massimi centri culturali della regione, fondata nel 753 da Santo Anselmo. A partire dal IX secolo, con la vittoria di Carlo Magno sui Longobardi, Modena entra nel Sacro Romano Impero. A trarre vantaggio dalla nuova situazione è proprio il vescovado, pronto a occupare il vuoto di potere dell'effimero impero. Nell'892 Leodoino vescovo è investito feudatario imperiale: è in pratica il signore della città, che in quegli anni comincia un lento percorso di ricostruzione. Intorno all'anno Mille si acuisce il contrasto tra il vescovo di Modena, tradizionalmente filo-imperiale (ghibellino) e il conte di Canossa, filo-papale (guelfo). Modena è fatale all'imperatore Enrico IV, che qui nel 1084 viene sconfitto da Matilde di Canossa nella battaglia di Sorbara. Ma non è soltanto questa vittoria a segnare l'indebolimento del potere vescovile: in realtà la città sta vivendo una fase di crescita economica (che permette di avviare la costruzione del Duomo). Nasce una nuova classe di artigiani e mercanti insofferente nei confronti dei rapporti feudali: si afferma così, progressivamente, la civiltà comunale. Dal 1177 i cittadini modenesi eleggono un loro Potestà, ma solo cinquant’anni dopo il vescovo rinuncerà alla sua giurisdizione sulla Città. In quegli anni Modena adotta il suo stemma, la croce dorata su campo azzurro, simbolo comune alle città italiane aderenti alla Lega Lombarda contro l'imperatore Federico Barbarossa: Modena infatti, in principio alleata dell'imperatore, aderisce poi alla Lega che sconfigge Federico nella battaglia di Legnano. La storia del libero comune di Modena è estremamente turbolenta: le lotte tra papa, imperatore e comuni si intrecciano alle rivalità mai sopite tra i comuni vicini, in particolare Reggio e Bologna. L'episodio più celebre è quello della battaglia di Fossalta del 1249, quando i guelfi bolognesi impartiscono una sonora sconfitta ai modenesi alleati con re Enzo, figlio di Federico II: per dieci anni Modena passa sotto il controllo bolognese, mentre re Enzo resterà a Bologna prigioniero fino alla sua morte, nel castello che porta il suo nome. Ma più ancora dei nemici esterni saranno le continue lotte intestine tra fazioni a logorare le istituzioni comunali, finché nel 1288 i rappresentanti delle famiglie modenesi più importanti, esasperati, offriranno a Obizzo d'Este, marchese di Ferrara, la signoria su Modena.

Il governo della casa d'Este, pur contrastato dalle potenze vicine, si protrarrà per ben cinque secoli, fino all'arrivo di Napoleone. Sino a tutto il Cinquecento la città mantiene comunque intatta la sua fisionomia medievale; alcuni miglioramenti si dovettero se mai all'intraprendenza di un amministratore d'eccezione, Francesco Guicciardini, governatore di Modena tra 1516 e 1523, in un periodo in cui Modena era stata sottratta dal Papa agli estensi (che vi rientrano nel 1527). A metà del Cinquecento inizia la costruzione di quelle che saranno le ultime mura della città, il cui territorio in questa occasione viene ampliato verso nord: è l'"addizione erculea", che prende il nome dal duca Ercole. Ma Modena diventa veramente la ‘città estense’ solo dopo il 1598, quando il duca Cesare è costretto a cedere la signoria di Ferrara al Papa, e a trasferire proprio a Modena la capitale del suo ducato. Uno Stato di piccole dimensioni, destinato a barcamenarsi con alterne fortune nelle lotte tra le potenze italiane ed europee, e che malgrado le ripetute occupazioni da parte degli eserciti stranieri (i francesi nel 1702; gli austriaci nel 1742) resisterà fino all'unificazione dell'Italia. Con una sola, rilevantissima interruzione: il periodo napoleonico.

Quando arriva per la prima volta a Modena, nel 1796, Napoleone è soltanto il giovane generale dell'armata francese in Italia, acclamato come liberatore dai cittadini modenesi, che distruggono le statue degli Este e innalzano in piazza Grande l'"albero della Libertà". Presto però l'occupazione si rivela gravosa per i modenesi, costretti più volte a ‘ospitare’ le truppe francesi nel corso delle guerre che vedono Napoleone, ormai Imperatore, battersi contro tutte le potenze europee. Alla sua sconfitta, nel 1815, il ducato di Modena viene ricostituito e assegnato a Francesco IV d'Austria. Non tutti però si rassegnano alla Restaurazione: nel 1831 fallisce un'insurrezione liberale sotto la guida del patriota Ciro Menotti, che viene messo a morte. Solo nel 1859, dopo la Seconda guerra d'Indipendenza, Francesco V è costretto a fuggire, mentre la cittadinanza di Modena vota la sottomissione a Vittorio Emanuele III, futuro re d'Italia.

Gli anni del Regno sono segnati da tensioni sociali, specie nelle campagne, dove la condizione di mezzadri e braccianti è ancora assai arretrata. È l'epoca dei primi scioperi e del progressivo affermarsi del Partito Socialista, che dopo gli anni difficili della Grande Guerra si insedia nel 1919 al governo della città. Ma nello stesso periodo si stanno già organizzando le squadre dei picchiatori fascisti: in quegli anni l'intera Emilia è caratterizzata dalla tensione tra ‘rossi’ e ‘neri’ che sfocia spesso in rappresaglie armate. Un periodo di violenza che sembra terminare con l'ascesa dei fascisti al potere, ma non è che un'anticipazione di quanto accadrà vent’anni dopo, durante l'occupazione tedesca. La pagina più buia della storia recente di Modena è anche però la più gloriosa. Alle violenze dei nazifascisti infatti la cittadinanza risponde organizzando, sia in città che in provincia, il movimento resistenziale che varrà poi a Modena la medaglia d'oro al Valore Militare della Resistenza. Negli anni del dopoguerra Modena conosce col boom economico un periodo di benessere senza precedenti. Il successo della città è legato soprattutto all'affermarsi di piccole industrie dai prodotti unici al mondo, come Ferrari o Maserati, e alla valorizzazione dei prodotti tipici della regione.

Il Duomo di Modena, la Torre civica e la Piazza Grande sono state dichiarate patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

Palazzo Comunale
Il palazzo, che chiude col suo porticato il lato orientale e settentrionale di Piazza Grande, tuttora sede del Comune di Modena, è in realtà il risultato della ristrutturazione sei-settecentesca di numerose costruzioni sorte a partire dal 1046, tutte con la medesima funzione di edifici amministrativi e di rappresentanza. Se l'antica Torre civica (oggi Torre Mozza) fu abbattuta nel 1671 in seguito a un terremoto, l'attuale Torre dell'orologio fu costruita verso la fine del Quattrocento. All'interno è degno di nota il fregio della Sala del Fuoco, una serie di dipinti eseguiti da Niccolò dell'Abate nel 1546, raffiguranti gli episodi dell'assedio di Modena del 44 AC: un'occasione per raffigurare i personaggi della storia romana (Marco Antonio, Bruto, Augusto) in uno sfondo tipicamente ‘emiliano’ in cui appare anche qualche veduta della città. Nel Camerino dei Confirmati è custodita uno dei simboli della città: la Secchia rapita, un normale secchio di legno che ricorda ai modenesi la gloriosa vittoria ottenuta contro i bolognesi nel 1325 nella battaglia di Zappolino. Secondo un'antica cronaca, ritrovata nel Seicento (e che espirò il poema tragicomico di Alessandro Tassoni, la Secchia rapita), i modenesi sottrassero la secchia a un pozzo bolognese, e la riportarono in città come trofeo. La secchia è una testimonianza diretta della vita medievale nella città: possiamo accostarla alla Preda Ringadora, un grosso masso rettangolare di marmo collocato a pochi metri dal porticato del Palazzo, che probabilmente apparteneva in origine a un antico edificio romano. In epoca medievale la Preda era utilizzata come palco per gli oratori, ma anche come luogo dove eseguire le sentenze di morte ed esporre cadaveri (affinché qualcuno potesse identificarli). Al medioevo risale anche la statua detta della Bonissima, una misteriosa figura femminile eretta nel 1268 in Piazza Grande e poi successivamente posta sopra il portico del Palazzo Comunale, all'angolo con via Castellaro. La tradizione ci racconta di una generosa nobildonna modenese, Bona, che si distinse nella generosità nei confronti dei poveri. Più probabilmente la figura femminile (che forse reggeva nella mano una bilancia, oggi perduta) è il simbolo della Buona stima (da cui in dialetto bona ésma e poi bonésma), vale a dire della precisione in fatto di misure e compravendite: ai piedi della statua vi erano infatti incise le antiche misure mercantili modenesi, riportate poi Quattrocento nell'abside del Duomo.

Chiesa di San Vincenzo
Eretta nel 1617 su una chiesa precedente di cui si hanno notizie già dal Duecento. Attribuita erroneamente al grande architetto modenese Guarino Guarini… il quale nacque però sette anni più tardi. In realtà l'esecuzione della chiesa fu affidata a Paolo Reggiano e in seguito a Bernardo Castagnini, con cui il giovane Guarini forse collaborò. La chiesa, è impreziosita dagli affreschi di Sigismondo Caula (con architetture dipinte di Sebastiano Sansone), raffiguranti le vite di San Vincenzo e di San Gaetano, fondatore dell'ordine dei Teatini a cui la chiesa era stata affidata (purtroppo la cupola, affrescata dallo stesso Caula e Tommaso Costa, è stata distrutta durante la guerra in un bombardamento). San Vincenzo è la sede dei monumenti funebri dei duchi estensi.

Chiesa di Santa Maria della Pomposa – Aedes Muratoriana
È una delle chiese più antiche della città (se ne ha notizia dal 1153). Ma l'edificio conserva ben poco della sua struttura originale: nella facciata è possibile distinguere la traccia di una antica porta arcuata poi chiusa, mentre la torre massiccia al fianco dell'edificio (che forse nel medioevo faceva parte di un castello) è mozza a una certa altezza. Più che per la sua rilevanza monumentale, l'importanza della chiesa è dovuta al fatto di essere stata la sede parrocchiale e la dimora di Ludovico Antonio Muratori, il grande storico modenese, che ne fu "prevosto" (parroco) dal 1716 al 1750. Fu per sua stessa volontà che Muratori, in quegli anni già studioso e scrittore di fama, si fece assegnare "la cura delle anime" di quello che era uno dei quartieri più poveri e malmessi della città. La chiesa stessa, in pessime condizioni, fu ricostruita dalle fondamenta, e Muratori vi fece aggiungere il coro. All'interno si trova un ciclo di dipinti del Seicento e del Settecento su San Sebastiano, opera di Bernardino Cervi e Francesco Vellani. La chiesa, con annessa canonica (dove Muratori visse attendendo alle sue opere più celebri), costituisce oggi il complesso dell'Aedes Muratoriana ("Casa del Muratori"), sede della Deputazione di Storia patria e del Museo Muratoriano. Testimonianza di affetto dei modenesi per uno dei suoi cittadini più illustri è il monumento a L. A. Muratori, che sorge poco lontano, sull'omonimo Largo che si affaccia sulla via Emilia. Scolpito da Adeodato Malatesta, che non volle ricevere compenso, il monumento ritrae lo storico in un atteggiamento pensieroso, ma riesce anche a suggerirne la profonda umanità.

Palazzo dei Musei
Il Piazzale Sant’Agostino, posto a ridosso dell'omonima porta (abbattuta nel secolo scorso), è un esempio di architettura urbanistica del Settecento. Qui i duchi d'Este fecero costruire due grandi edifici con finalità sociali: nel lato settentrionale l'Ospedale (che è tuttora sede di uno degli ospedali modenesi); di fronte l'imponente Albergo dei poveri, inaugurato nel 1771, che un secolo più tardi fu trasformato dal Comune di Modena nell'odierno Palazzo dei Musei. Il palazzo ospita infatti i più importanti musei della città: oltre al Museo d'arte medievale e moderna, al Museo Civico del Risorgimento, al Museo Lapidario Estense, alla Gipsoteca Graziosi e al Museo Archeologico Etnologico, è possibile visitare la Biblioteca estense e la Galleria estense, le due preziose raccolte che testimoniano la passione per le arti della casa d'Este: entrambe furono trasportate da Ferrara alla fine del Cinquecento, quando Modena divenne la capitale del Ducato. La Biblioteca Estense è una collezione di manoscritti e antichi libri a stampa tra le più grandi e importanti d'Italia. Tra tutti occorre ricordare i due volumi della Bibbia di Borso d'Este, le cui sgargianti miniature sono considerate uno dei capolavori assoluti dell'arte del Quattrocento. La Galleria Estense è forse il maggiore tesoro portato dai duchi d'Este a Modena: tanto che alla grande collezione fece ricorso il duca Francesco III, che nel 1746 sanò il dissestato bilancio del ducato vendendo al re di Polonia i cento quadri stimati più importanti. Malgrado la perdita di queste opere (oggi per lo più a Dresda) essa rimane una delle più importanti collezioni pubbliche italiane, ospitando opere di Tintoretto, Paolo Veronese, Guido Reni, Correggio, Cosmé Tura e i fratelli Carracci. Ma le opere più celebri sono i due ritratti del duca Francesco I: il busto in marmo del Bernini e la tela di Diego Velasquez.

Chiesa di Sant'Agostino
Di fianco al palazzo dei Musei si affaccia sul piazzale Sant’Agostino questa chiesa, che sebbene eretta nel Trecento (nel sito di una precedente "chiesa degli agostiniani" fondata nel 1245), ha una spiccata fisionomia seicentesca. Essa fu infatti profondamente modificata nel 1663, quando vi furono celebrati i funerali del duca Alfonso IV: la sobria struttura trecentesca è ornata da una ricca decorazione di stucchi e da un pregevole soffitto a cassettoni, sul quale più artisti dipinsero ritratti di nobili e santi. Spicca invece per intensità drammatica il gruppo scultoreo in terracotta della Deposizione della Croce (1476), capolavoro del modenese Antonio Begarelli (nella prima cappella a destra). Una traccia visibile dell'antica chiesa è l'affresco trecentesco della Madonna della consolazione, di Tommaso da Modena: una Maria ritratta con delicata naturalezza nell'atto di allattare il bambino.

Chiesa di San Giovanni Battista
Posta all'angolo tra Via Emilia e l'odierna Piazza Matteotti, sorta sul luogo di una più antica chiesa dedicata a San Michele, fu ricostruita nel Cinquecento, ma rivela nei decori e nella struttura (la cupola, ellittica e non circolare) le profonde modifiche subite nel Settecento. Notevole l'organo costruito dal grande liutaio Agostino Traeri. Fino a pochi anni fa la chiesa conteneva il capolavoro dello scultore cinquecentesco modenese Guido Mazzoni, la Deposizione dalla croce (1476), un gruppo di statue in terracotta policrome che si può osservare, dopo l'ultimo restauro (che ha purtroppo eliminato il colore), nella chiesa di Sant’Agostino.

Chiesa di San Francesco
I frati francescani arrivarono a Modena molto presto: si ha notizia di un convento fuori le mura già nel 1221, quando [San Francesco d'Assisi|San Francesco] era ancora vivo. L'attuale chiesa fu costruita molto lentamente, a partire dal 1244, e due secoli dopo non era ancora terminata. Di sobrio stile gotico (che in parte è dovuto a ristrutturazioni ottocentesche), essa ospita uno dei capolavori del Begarelli, la Deposizione del Cristo dalla Croce: un gruppo di tredici statue ‘fotografate’ in un momento intensamente drammatico. Fronteggia la facciata della chiesa una piacevole fontana con statua di San Francesco, opera di Giuseppe Graziosi (1920).

Chiesa di San Pietro
La tradizione vuole che la Chiesa sorga nel sito di un antichissimo tempio a Giove Capitolino. La chiesa attuale è stata però edificata a partire dal 1476, secondo un progetto dell'architetto Pietro Barabani di Carpi, accanto a un'antica abbazia benedettina fondata fuori le mura della città nel 996. Si tratta perciò di uno dei pochi esempi di architettura rinascimentale a Modena (oltre che di una delle più belle chiese in città), impreziosita all'interno da un organo cinquecentesco, con intagli in legno dorato e portelli dipinti, e soprattutto dalle numerose opere in terracotta realizzate dal Begarelli: i sei santi disposti intorno alla navata centrale, la Pietà e soprattutto il cosiddetto Apogeo Begarelliano, un gruppo raffigurante l'ascensione della Madonna tra i santi Pietro, Paolo, Benedetto e Geminiano. Il notevole campanile a vela fu eretto nel 1629.

Chiesa di San Giorgio
È conosciuta anche come "Santuario della Beata Vergine Ausiliatrice del Popolo modenese", secondo il nome che le era attribuito fino ad un secolo fa. La Beata Vergine Ausiliatrice è naturalmente l'immagine della Madonna presente sull'altare maggiore. Quest’ultimo fu realizzato in marmi policromi da Antonio Loraghi (1666). La chiesa è degna di nota per la sua pianta a croce greca (cioè composta di quattro bracci della stessa dimensione). Fu realizzata a partire dal 1647 da un progetto di Gaspare Vigarani e Cristoforo Malagola detto il Galaverna.

Tempio israelitico (Sinagoga)
A pochi metri dal Palazzo Comunale, sul lato opposto di Via Emilia si affaccia l'ampia Piazza Mazzini, dominata dalla facciata del Tempio israelitico, detto più comunemente Sinagoga, costruita nel 1873 in suggestivo stile lombardesco. Il progetto, a pianta ellittica iscritta in un'area rettangolare (le dodici colonne che sorreggono il matroneo rappresentano le dodici tribù di Israele), è di Ludovico Maglietta; le decorazioni dipinte all'interno (tutte rigorosamente non figurative, come prescrive la legge ebraica) di Ferdinando Manzini. Oggi la facciata della Sinagoga è ben visibile nella zona più centrale della città: ma nel passato le cose erano ben diverse. Quando fu costruito, infatti, il tempio era totalmente nascosto alla visuale dai fabbricati che sorgevano nell'area dell'attuale Piazza Mazzini: questi fabbricati furono demoliti soltanto nel 1904. La Sinagoga sorgeva in effetti al centro del ghetto degli ebrei, voluto da Francesco I nel 1638: in questo quartiere, dal quale gli Ebrei non potevano uscire durante le ore notturne, era chiuso con due cancelli in via Blasia e in via Coltellini. Qui viveva almeno un migliaio di ebrei nel 1861, quando con l'annessione di Modena al Regno d'Italia il ghetto fu chiuso. In provincia di Modena si ricorda anche l'abbazia di Nonantola, fondata nel 752 che fu un centro di studio durante il medioevo.

Modena è una città concentrata sul presente, purtroppo poco sensibile alle tradizioni del suo passato, che negli ultimi decenni sono andate progressivamente scomparendo. Lo stesso dialetto locale, a cui già Dante nel lontano Trecento rimproverava gli accenti bruschi e ‘inurbani’, è stato ormai sostituito dall'italiano, anche se ha lasciato tracce caratteristiche nella cadenza un po’ sorniona dei modenesi.

Il carnevale
Questo aspetto del carattere modenese è ben rappresentato dalla maschera della città: il Sandrone ("Sandròun"): e non è certo un caso se tra tante manifestazioni della tradizione il carnevale è quella che conserva a tutt’oggi la maggior visibilità. Sull'origine di Sandrone vi sono varie teorie. Pare che a ogni carnevale il duca invitasse ai festeggiamenti di corte un contadino per il gusto di metterne in ridicolo la dabbenaggine e la grossolanità. Le cose cambiarono però quando a corte fu chiamato un tale Alessandro Pavironi, di Bosco di Sotto, che alle imbarazzanti domande dei convitati, escogitate proprio per metterlo in ridicolo, rispose con un'arguzia e un buon senso rimaste memorabili. Da allora la figura del "Sandrone" divenne l'emblema della saggezza del mondo contadino, contrapposto alle sofisticherie della città, dei ricchi e dei nobili. La leggenda è simile a quella di tante fiabe popolari. Di certo vi è soltanto che il personaggio di Sandrone era già popolare nella prima metà del secolo scorso, portato sulle scene da una dinastia di attori e burattinai che si esibirono con successo anche presso la corte estense. Ancora oggi, secondo la tradizione (tenuta in vita dalla "compagnia del Sandrone"), ogni anno il giovedì grasso Sandrone arriva a Modena. Lo accompagnano la moglie, la robusta Pulonia, e il figlio Sgorghìguelo: insieme la "famiglia Pavironica" sfila dalla stazione fino a Piazza Grande, dove i modenesi si affollano per assistere allo "sproloquio": il discorso dei tre (pronunciato nientemeno che dal balcone del Palazzo Comunale!), ricco di commenti arguti sulla vita cittadina e bonarie critiche all'amministrazione.

Modena è al centro di una fortunatissima porzione della Pianura padana in cui si estendono le aree di produzione tipica del prosciutto di Parma e del formaggio Parmigiano-Reggiano. Queste due glorie della gastronomia nazionale illustrano alla perfezione i caratteri della cucina modenese, basata sul formaggio e soprattutto sul maiale, l'animale d'allevamento più diffuso nella zona. Oltre al prosciutto (a dire il vero quello tipico di Modena è più sapido del parmense), tanti sono gli insaccati di suino che meritano di essere assaggiati: citiamo i salami, la mortadella e i ciccioli. Un piatto tipico delle feste invernali è lo zampone, ottenuto con carne macinata di maiale insaccata nella cotica della zampa anteriore. Ma dal maiale si ottiene anche lo strutto indispensabile per il tipico gnocco fritto: una focaccia quadrata che si accompagna molto bene ai salumi. Originaria dell'Appennino (ma gustata volentieri in tutta la provincia) è invece la crescentina, detta anche tigella, cotta sulla pietra nella caratteristica forma rotonda. Anche in questo caso formaggio e salumi sono l'ideale complemento. Ma la provincia di Modena è giustamente famosa per altri due prodotti tipici della tradizione: l'aceto balsamico e il vino lambrusco. Il primo si ottiene con l'uva bianca della zona collinare intorno a Spilamberto, e una sapiente lavorazione che prevede una complicata serie di passaggi tra botti diverse. Quanto al lambrusco, è forse il più celebre dei vini rossi frizzanti. Gli intenditori sanno distinguere al primo sorso le differenti varietà: il Lambrusco di Sorbara (prodotto nella pianura) ha un aroma più delicato e un profumo di violetta; il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro (prodotto sulla collina) ha una gradazione più alta e una caratteristica schiuma rossa. Si tratta in entrambi i casi di un vivace vino da pasto che va bevuto rapidamente, prima che svapori: non è un vino d'annata, anzi, esso dà il meglio di sé a un anno dall'imbottigliamento, mentre il novello è un vino ideale per i brindisi e i festeggiamenti. Si dice che il lambrusco ‘soffra’ particolarmente i trasporti: perciò esso dovrebbe essere gustato appieno soltanto nel territorio modenese. Il che non gli ha impedito di essere commercializzato con successo un po’ in tutto il mondo (anche se questa grande diffusione ha significato forse un abbassamento della qualità) Tra i liquori il più tipico è certo il nocino, un infuso in alcool dei malli verdi delle noci, che si raccomanda per il sapore intenso e le proprietà digestive; tra i dolci va ricordato il bensone, una sorta di pane dolce, cotto al forno e decorato con grani di zucchero: si mangia tagliato a fette e intinto nel vino.
 
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