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La Provincia di Olbia-Tempio è una provincia della Sardegna. Affacciata a nord Mar di Sardegna, uno stretto canale che la separa dalla Corsica, e ad est sul Mar Tirreno, confina: ad ovest con la Provincia di Sassari, a sud con la Provincia di Nuoro.
La provincia conta 26 comuni e si estende per 3.397 kmq (il 14,1% del territorio sardo). Il territorio provinciale comprende la regione storica della Gallura (con eccezione per i comuni di Viddalba, Santa Maria Coghinas e Erula rimasti in Provincia di Sassari), la costa nord-orientale della Sardegna (inclusa la Costa Smeralda), l'Arcipelago della Maddalena, la parte settentrionale della regione storica del Montacuto, una piccola parte della Baronia e il versante orientale del Lago del Coghinas.
OLBIA
Olbia (sardo: Terranoa; gall.: Tarranoa), città che si trova nel nord della Sardegna, antica capitale del Giudicato di Gallura. Rientra nel territorio della provincia regionale di Olbia-Tempio di cui costituisce insieme a Tempio Pausania il capoluogo.
STORIA DI OLBIA
La mitologia Greca attribuisce al figlio di Ercole la nascita di Olbia, il primo consistente insediamento umano nella costa est della Gallura. Anche la Civiltà Nuragica (1800-238 a.C.) si espanse in questo tratto di costa Gallurese, caratterizzato da vaste piane, porti naturali ed impervi promontori granitici sui quali costruire i propri edifici di avvistamento, di culto o funerari (vedi Archeologia).
Furono però i fenici a fondare il primo nucleo urbano, nel stesso sito in cui è ubicata l'attuale città di Olbia, la loro unica colonia dell'area nord-orientale dell'isola. La nascita documentata del centro viene datata comunque tra il IV ed il III secolo a.C., a tale periodo risale il granito di S'Imbalconadu (visibile nel Museo Sanna di Sassari), nel quale compare il simbolo della divinità punica Tanit. I pochi resti di questo primo insediamento urbano giacciono attualmente sotto la parrocchiale di San Paolo, vicino al Corso Umberto I. Durante la dominazione romana Olbia conobbe un'espansione unica nella sua storia, l'estrema vicinanza con la capitale dell'Impero ne favorì notevolmente lo sviluppo.
Verso la metà del 400 d.C. la Sardegna fu invasa dai vandali, popolazione che si limitò ad attestarsi lungo le coste, occupando centri come Terranova e facendo scappare la popolazione verso l'interno. Durante "l'età Giudicale" Olbia tornò alla ribalta, fu dotata di un castello ed elevata a capitale del regno. Nella successiva dominazione degli aragonesi il centro si spopolò nuovamente ed i suoi abitanti si dispersero nelle aride campagne, formando aggregati di stazzi, le tipiche abitazioni rurali della Gallura. Con l'avvento dei Savoia si posero le basi per la fine del sistema feudale e Terranova Pausania riprese il suo sviluppo grazie ad importanti interventi come la riapertura dei trasporti marittimi, la costruzione della ferrovia e della carrozzabile che la collegò alla Carlo Felice, ad oggi la strada più importante dell'isola. Un notevole sviluppo si ebbe grazie all'industria del sughero, alla pastorizia, al settore caseario e alla pesca.
Olbia è la più estesa città della Gallura, dotato del porto turistico, commerciale e con il servizio di traghetti giornaliero verso la penisola; inoltre dotato di un funzionale aeroporto, una zona artigianale ed una discreta zona industriale. Il cuore della città è il suo accogliente centro storico, il vero boudoir cittadino vivacizzato dalle mille botteghe, dai piccoli ristoranti di grande fama e dagli accoglienti cocktail bar. Davanti al molo degli imbarchi per Livorno si erge l'elegante palazzo del Municipio, all'imboccatura del Corso Umberto, nel primo viottolo sulla sinistra (via Piro) dopo l'edificio comunale si trova L'Azienda Autonoma di Soggiorno con il servizio d'informazioni turistiche. Nella piccola piazza Civita sorge la parrocchiale di San Paolo, che presenta un'imponente facciata in blocchi di granito è la bellissima cupola rivestita in maioliche policrome. In via San Simplicio si trova la chiesa omonima, alla quale è legata la festa più sentita di Olbia.
Nel centro storico si trova la Chiesa parrochiale di San Paolo Apostolo. L'edificio sorge sulla parte più alta del centro, ricalcando l'area dove in epoca romana sorgeva un tempio dedicato probabilmente alla divinità Melqart-Ercole. Probabilmente rimaneggiata nel XVIII secolo (come dimostra un'epigrafe all'interno che riporta l'anno 1747)doveva risalire quantomeno ad epoca bassomedievale, e forse venne usata come cappella palatina dei Giudici di Gallura. Notevole è la basilica romanica di San Simplicio (11° - 12° secolo), ex cattedrale della diocesi gallurese, l'edificio di culto era originariamente circondato da un ampio cimitero, utilizzato precedentemente fin dal IV secolo a. C. (età punica). Durante i lavori di scavo per la costruzione di un sottopassaggio stradale nella zona del porto, il 1 luglio 1999 vengono alla luce relitti di navi romane. Ulteriori scavi hanno portato alla luce 24 relitti, di cui tré con alberi maestri (uno di questi lungo oltre 8 metri), mai rinvenuti in precedenza. Due di questi relitti risalgono all'epoca di Nerone. Un ospedale civile, più uno in costruzione. Numerose le opere pubbliche realizzare negli ultimi tempi: il Tunnel, il Museo Archeologico Nazionale e il Teatro affacciato sul Golfo, ultima opera dell'architetto Giovanni Michelucci.
Costituisce il principale punto di collegamento (anche per i movimenti turistici) tra l'isola e la penisola italiana, (dalla quale dista meno di 300 km. poco più di 3 ore con i moderni traghetti veloci)con un aeroporto ("Olbia-Costa Smeralda"),considerato, oggi, uno dei più importanti e all'avanguardia in Italia; un porto passeggeri ("Olbia-Isola Bianca")il cui movimento negli ultimi 30 anni è cresciuto tanto da far diventare lo scalo gallurese il primo porto passeggeri in Italia (grande importanza ha raggiunto anche il traffico merci); e la ferrovia per Porto Torres e per Cagliari. Superstrada per Nuoro, e Cagliari (SS131bis e SS131, Carlo Felice) e strade statali per Sassari (SS199/E840), Tempio Pausania (SS127) e Palau (SS125, Orientale Sarda).
Oggi Olbia è il principale centro economico della Gallura e del nord-est della Sardegna (centri commerciali, industrie alimentari, del granito, settore nautico) ed è situata a 30 km dalla nota zona turistica denominata Costa Smeralda. La festa patronale si celebra il 15 maggio, seguendo il tipico programma delle feste paesane. Alle celebrazioni religiose che iniziano nove giorni prima, si affiancano varie iniziative culturali, sportive, e intrattenimenti profani. In questa occasione viene anche offerto un'assaggio gratuito del principale prodotto ittico: le cozze. Il 26 maggio 1991 la 1^ tappa del Giro d'Italia 1991 si è conclusa ad Olbia con la vittoria del francese Philippe Casado.
In corrispondenza del villaggio turistico di Bados, arrivando da Golfo Aranci e dopo Cala Sassari, si stende la spiaggia omonima, che segna l'inizio del litorale di Olbia. Il Lido Pittulongu, che si trova ad un paio di chilometri a sud della spiaggia succitata, è molto frequentato dagli abitanti di Olbia, dato che dista solo otto chilometri dal centro cittadino. Poco distante dalla spiaggia è indicato il pozzo nuragico di Sa Testa e alla sinistra dell'arenile si scorge la Punta di Filio, il piccolo promontorio che segna l'ingresso della darsena dove sorge la stazione marittima di Olbia. Prima d'inoltrarsi nel centro abitato, uno svincolo a destra indica la zona di Cabu Abbas, nella quale sorge un imponente struttura nuragica con annesso un pozzo sacro in esemplare stato di conservazione.
Dal cavalcavia all'uscita di Olbia si può imboccare la strada per San Teodoro (dir. Nuoro) e le spiagge a sud del paese. Superato un vecchio ponte che passa sul fiume Padrogiano si trova lo svincolo per il villaggio Lido del Sole, in prossimità della Punta Saline, immediatamente dopo si trova l'ingresso per la Spiaggia delle Saline. Sul versante interno, tra la spiaggia e la strada, si allargano gli stagni di Tartanelle e Peschiera, un paradiso per i birdwatchers. A circa quattro chilometri si trova la frazione di Multa Maria, dalla quale si raggiunge la spiaggia di Porto Istana, attraversata da un piccolo ruscello e con l'orizzonte sormontato dalla magnifica isola di Tavolara. All'ingresso della strada per Porto Istana si trova lo svincolo per Capo Ceraso (sinistra), in cui s'incontra immediatamente l'ingresso per la Spiaggia Peschiera e successivamente altri piccoli arenili. Continuando lungo i versanti del promontorio s'incontra sulla sinistra la stradina che conduce a Porto Vitello, una baia riparata da qualsiasi condizione del mare. Prima di arrivare al Capo Ceraso, sulla sinistra si scorgono i due isolotti di Portolucas, davanti ai quali sorge la spiaggia omonima (da non perdere); sulla destra una piccola stradina conduce a delle vecchie postazioni militari. Da questo punto, attraverso un piccolo sentiero, si possono raggiungere le cale di Porto Legnaio e Sa Enas Appara, in quest'ultima sorge uno spettacolare arenile.
La principale festa di Olbia è quella in onore di San Simplicio, considerate la "Festa Manna" (festa grande) di Olbia. Si festeggia il 15 maggio con la solenne processione, i fuochi d'artificio e le gare di poesia e la "sagra delle cozze". L'estate olbiense e la Settimana del Folclore Internazionale è una manifestazione organizzata dall'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, con spettacoli musicali, teatrali e cinematografici, gare sportive, concerti polifonici, durante l'arco di tutta l'estate.
TEMPIO PAUSANIA
Tempio Pausania città nel nord della Sardegna, è divenuto un centro importante della Gallura in seguito alla decadenza dell'antica capitale Giudicale, Civita (attuale Olbia). Rientra nel territorio della provincia regionale di Olbia-Tempio di cui costituisce insieme ad Olbia il capoluogo.
STORIA DI TEMPIO PAUSANIA
Il nome di Tempio Pausania compare per la prima volta in un documento del 1173, che contiene un accordo stipulato tra il vescovo di Civita e la città di Pisa. Non si è in possesso di altri documenti diretti sino al 1300, quando si apprende che "Villa Templi" è un centro di ridotte dimensioni, che fornisce rendite esigue sia ai feudatari che alla Chiesa. Alla fine del '400, il piccolo centro appartiene ai Carroz, la più importante famiglia feudale dell'isola. La fama dei Carroz, ma soprattutto l'immigrazione dalle coste divenute pericolose, determinano un costante incremento demografico ed economico del centro. Nel 1506 viene proclamata l'unione delle cattedre vescovili di Ampurias e Civita e, alla fine del secolo, il vescovo risiederà a Tempio Pausania che diviene il maggior centro della Gallura. Durante il '600, la sua centralità aumenta rispetto agli altri centri della Gallura e dell'intera regione, diviene sede di un importante mercato per la commercializzazione del bestiame e allo stesso tempo si sottrae ai controlli dello stato e dei feudatari.
Si concentra così, nella Villa un gran numero di signori del bestiame di origine iberica, che monopolizza la vita economica e sociale del territorio insieme ad altre famiglie provenienti da Sassari e dalla Corsica. La popolazione cresce sempre di più, anche perché la città non viene colpita dall'epidemia di peste che decima la popolazione di altri centri della Sardegna. Tempio Pausania, sul finire del secolo, è una cittadina ricca e popolosa, seconda per importanza solo alle più grandi città sarde. Elevatissimo il numero di nobili (il 20% dell'aristocrazia rurale sarda), come è elevato il numero di conventi presenti nella cittadina: nel 1543, era stato fondato quello francescano; nel 1665, quello degli Scolopi, giunti nella città per il crescere della domanda di istruzione; ancora più interessante perché rara al di fuori dei grandi centri, la fondazione, avvenuta nel 1687, di un monastero delle cappuccine situato dove ora sorge il municipio. Nel '700 aumenta il numero di persone che vivono nelle campagne. Tempio Pausania si trova, infatti al centro di un vastissimo territorio dove vengono costruite abitazioni rurali stabili (stazzi) e vengono riattivate antiche chiesette campestri che divengono ben presto centri di aggregazione e intorno ad esse si formano veri e propri villaggi.
Verso la metà dell'ottocento, sono numerosi a Tempio Pausania gli artigiani e i professionisti. Nel 1836 ottiene da Carlo Alberto il titolo di città e diviene sede di prefettura e di diversi uffici, per questo vi risiedono molti impiegati grazie alla presenza di alcuni uffici pubblici. Alla fine del secolo diviene importante, per l'economia del centro, lo sfruttamento del sughero. Sino al primo dopoguerra Tempio Pausania, con il suo vastissimo territorio comunale abitato dai pastori degli stazzi, costituisce una eccezione nel panorama sardo fatto di vasti spazi disabitati. Nel secondo dopoguerra si evidenziano alcuni sintomi di crisi aggravati dal progressivo e inarrestabile ritorno della popolazione verso le coste. La posizione geografica, che era stata nel passato una delle cause del suo sviluppo, finisce per divenire uno dei fattori della crisi. Oggi, Tempio Pausania conta 15.000 abitanti che hanno la grave responsabilità di non disperdere l'importante eredità del passato. Certi della grandezza del loro comune che, sino a cinquecento anni, fa era primo in Italia per estensione, potranno cogliere le numerose opportunità di sviluppo offerte dal territorio.
CARNEVALE Il carnevale a Tempio Pausania e nella Gallura in generale, ha origine antica. Risalire al principio non è facile perché molte tradizioni sono completamente scomparse. Di certo però la figura di GIORGIO, mitico Re del Carnevale Tempiese, ci riporta ad epoca pre-romana, in quanto, come sostiene D. Turchi, lo spirito della terra che fruttifica, prima ancora della religione misterica, era chiamato GIORGI, e a questa divinità venivano offerti sacrifici nel corso di riti finalizzati ad ingraziarne i favori (Giorgi viene sacrificato per fecondare la terra).A Tempio Pausania è sopravvissuto il nome del re divinizzato (Gjolgju) insieme ad alcuni toponimi che ad esso rimandano (come per esempio la collina di Santu Gjolgju) Alle pressione delle stratificazioni culturali succedutesi nel corso dei secoli hanno resistito solo alcune locuzioni che rimandano a personaggi ormai scomparsi, come: «pari un traicoggju». Un’espressione che i più anziani traducono come riferimento a “persona rozzamente vestita che cammina in modo pesante”. Che questo sia il suo significato traslato non ci sono dubbi.
Infatti nel Vocabolario Tempiese - Italiano del Gana, al termine Traicoggju toviamo: «secondo la credenza del popolino, è il rumore che fa uno spirito trascinando un cuoio di bue o di cavallo al quale sono attaccati paioli vecchi, padelle, ciarpami e catene, percorrendo con altri famelici compagni le vie del paese per la penitenza…». “Lu Traicoggju”, quindi, come le vecchie maschere sarde, è una sintesi tra le figure animalesche e quelle demoniache. Un personaggio della Gallura che, come il più celebre “mamuthone”, rappresentava nell’immaginario collettivo “l’uomo selvatico”, munito di uno strumento idoneo a produrre suoni inquietanti. Simile, quindi, alle altre maschere primordiali (mèrdules, bòes e thùrpos) che in altre zone della Sardegna hanno conservato maggiormente le caratteristiche originali. Altra reminiscenza la possiamo trovare nel termine “fuglietta”, tuttora usato per indicare una persona irrequieta ed in perenne agitazione. Sempre secondo il Gana: «la fuglietta è uno spirito malvagio che per tormentare i vivi deve incarnarsi o “prendere la figura” di un animale».
La maggior parte delle pelli lavorate venivano utilizzate da calzolai e sellai, ma una parte era utilizzata senza alcun dubbio per l’abbigliamento. Uno dei capi tipici del vestiario maschile a Tempio Pausania era infatti lu cugliettu, una veste di pelle rasata che alcuni “viaggiatori dell’ottocento” vorrebbero derivata dalla Mastrucca citata da Cicerone. Questi abiti erano usati a carnevale e costituivano le così dette Mascari brutti registrate alla fine dell’ottocento da F. De Rosa. Costui ricorda anche le “Cucine o Società del Buon Umore”, che avevano proprio lo scopo di animare il carnevale. Una conferma ulteriore l’abbiamo da F. Cossu, che precisa: «Gli uomini si annerivano la faccia con la fuliggine dei paioli, si camuffavano buttandosi addosso tutti i cenci, infagottandosi di vecchiume, caricandosi di pelli, sonagli, campanelli, conducendo in mezzo alle brigate le figure sinistre degli antichi satiri, dei baccanti, dei coribanti (nell’antica Grecia, sacerdoti di Cibele e Attis), dei primitivi attori, di cui Tespi (attore e poeta greco del 500 a C) si serviva per rappresentare i primi abbozzi di tragedia, sopra i carri di città in città». Come ormai documentato, le maschere carnevalesche rappresentavano ovunque demoni, antiche divinità, personaggi fantastici della narrativa popolare che si fondevano con le schiere dei morti per dar luogo ad una grande rappresentazione magico rituale.
l fatto che simili lugubri personaggi possano entrare a far parte delle maschere carnevalesche sembra un controsenso. Giova quindi precisare che anche le maschere dei più celebri carnevali italiani come Arlecchino o Pulcinella, hanno origine demoniaca. Sono “anime di morto”, ci fa sapere P. Toschi, che nei sei giorni del carnevale, tornano tra i vivi per tormentarli con i loro scherzi spesso pesanti e che vengono rabboniti con l’offerta di vino, dolci o cibo. A questo si aggiungeva inoltre la consuetudine dell’inversione dei ruoli in virtù della quale era permesso alle donne indossare gli abiti maschili, agli uomini quelli femminili, il povero poteva vestire da ricco, il pastore da cittadino e via dicendo. Di queste tradizioni, come già detto rimane ben poco.
Di certo abbiamo, al momento attuale, a conferma del perdurare dei riti carnevaleschi in Gallura, due poesie: la prima, del sacerdote Pietro Molinas di Tempio Pausania (1700), parla delle sorti dell’uomo in generale ma precisa che: «… Suzzedi a lu carrasciali/ una caresima pronta/ undi si paca e si sconta/ l’alligria generali/ e l’omu chi godi abali/ dumani è in calamitai…» (Segue al carnevale/ un’immediata quaresima/ nella quale si paga e si espia/ l’allegria generale/ e l’uomo che adesso gioisce/ domani è in disgrazia…); la seconda, di Matteo Pirina, noto Cuccheddhu di Telti (1843-1905), parla espressamente del carnevale ed in particolare, deplora l’uso dei bar nei trattenimenti danzanti, ma, soprattutto, ci da l’estensione temporale di questa manifestazione: «…Principiendi da li Tre Irrè/ finu a la sera di Carrascialoni/ dicu cincanta franchi, pocu è,/ si li po spindì dugna stiddoni/ ca si poni a baddà undi si paca/ mezu scudu la sera sillu laca…»
(Iniziando dall’Epifania/ fino alla sera della Pentolaccia/ dico cinquanta lire, ed è poco/ può spenderle ogni giovanotto/ chi balla dove si paga/ ci lascia mezzo scudo ogni sera…) Da questi versi abbiamo la conferma che il carnevale, nel XVIII e XIX secolo, era una grande manifestazione che coinvolgeva tutta la popolazione e che comprendeva balli, canti, abbuffate e grandi spese per un periodo piuttosto lungo: da “Li tre Irrè” (l’Epifania), fino a “Carrascialoni” (la Pentolaccia). Circa due mesi dunque, in corrispondenza col periodo in cui la terra è a riposo e i lavoratori possono “rilassarsi”, ballare, bere, mangiare e spendere (economia permettendo), fino alla ripresa delle attività. Questa consuetudine è rimasta invariata, l’Epifania sancisce l’inizio del carnevale, ma è soprattutto nella “sei giorni” conclusiva che si raggiunge l’apice, sia nel divertimento che nelle abbondanti libagioni.
Il momento clou del Carnevale Tempiese è sicuramente la Sfilata dei carri allegorici la cui ideazione e creazione nell’attuale struttura risale ormai a circa quarantacinque anni fa. Prima di tale data infatti le sfilate, così come oggi sono concepite , non avevano luogo mancavano di precise allegorie ed erano più che altro, una esibizione di costumi stravaganti fatti di vecchi abiti ed acconciature strane. Fra tutti risaltava il così detto “Linzolu Cupaltatu” un vero e proprio lenzuolo che avvolgeva la donna ( qualche volta anche l’uomo!!) da capo a piedi, nascondendole viso, corpo e forme tanto da rendere il soggetto assolutamente irriconoscibile. A Tempio Pausania, ancora oggi si raccontano scherzi grotteschi giocati da buon temponi che, nascondendosi sotto questo lenzuolo, e facendosi passare per ingenue fanciulle, facevano sognare erotiche avventure a compassati signori. Oggi Lu Linzolu Cupaltatu viene proposto nelle sfilate solo a titolo dimostrativo.
Parliamo del carnevale così come è stato ristrutturato dal 1956/57 e così come è arrivato fino ai giorni nostri con alterne fortune. Il personaggio incontrastato del Carnevale Tempiese è “Giorgio”, ieri “ Jolgliu Puntogliu” oggi invece “Sua Maestà Re Giorgio”. La sua maschera, ieri fantoccio imbottito di paglia ed infilato in un palo, oggi enorme figura assisa su un trono, rappresenta il potere in tutte le sue forme grandi e piccole. Può essere il padrone, può essere il sindaco, l’assessore o il presidente del consiglio o della repubblica, è l’artefice di tutti i mali grandi e piccoli della città è infine lo sberleffo alla vita ed ai suoi problemi. Per sei giorni Sua maestà Re Giorgio viene osannato, onorato e adulato. Il Martedì grasso, quando il giorno volge al tramonto e la gente è al parossismo del divertimento, il Re, colpevole di tutto, colpevole anche di esistere, viene processato e bruciato sulla pubblica piazza. Si ripete così l’antico rito del fuoco che preannuncia la fine dell’inverno e l’arrivo di una primavera ancora tardiva.
IL Re muore, ha lasciato però un erede. Nei bagordi del carnevale si è invaghito di una formosa popolana, chiamata Mannena e la cui figura, enorme anch’essa sfila accanto a Giorgio, che gli darà un figlio, Sarà Re Giorgio per il prossimo carnevale. Attorno alla figura del Re nascono i carri allegorici e gli sfavillanti costumi che hanno fatto la fortuna del carnevale tempiese nell’era moderna. Per la realizzazione dei carri e dei costumi si mette in moto in città una gigantesca macchina organizzativa che vede coinvolte migliaia di persone di ogni ordine e grado e di ogni età. Centinaia di giovani, da mesi, nelle ore libere o durante la notte, lavorano alla realizzazione dei carri che hanno ovviamente un tema ed una allegoria ben precisa. Sono solitamente, carri realizzati in carta pesta su una struttura in legno. Attorno a questi carri, circa una ventina, sfileranno migliaia di figuranti nei loro sgargianti costumi realizzati da centinaia e centinaia di sartine, che per mesi hanno pensato solo a tagliare e cucire. E’ una attività frenetica, bellissima da vivere e nella quale si coinvolgono anche i bambini. Non per niente si dice che il tempiese abbia il carnevale nel suo DNA. Le sfilate, cui partecipano anche quaranta/ cinquantamila spettatori si svolgono il giovedì grasso, con l’ingresso in città di sua maestà, domenica con lo sposalizio del Re ed infine martedì con il processo e la condanna al rogo.
Oltre ai carri ed ai gruppi organizzati vi è da segnalare, nelle sfilate, la presenza delle così dette maschere estemporanee. Persone singole, gruppi grandi e piccoli che hanno deciso di sfilare, fuori da ogni regola, per il semplice gusto di esserci. Sono maschere bellissime, piene di significato, pronte allo sberleffo feroce, grottesche e comiche al tempo stesso, anima anche loro del carnevale tempiese. Oltre le sfilate di cui si è detto il carnevale moderno propone anche una serie di spettacoli e manifestazioni collaterali per grandi e piccini di grandissimo interesse. Da non dimenticare ovviamente i grandi veglioni che per sei giorni animano la città. | | |