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Taranto è un comune capoluogo dell'omonima provincia. Situato sul Golfo di Taranto nel Mar Ionio, si trova tra il Mar Grande e il Mar Piccolo.
È sede di un grande porto industriale e commerciale, e di un arsenale della Marina Militare Italiana, nonchè della maggiore stazione navale. È inoltre sede di un importante centro industriale, con stabilimenti siderurgici (tra i quali il più grande centro siderurgico di Europa), petrolchimici, cementiferi e di cantieristica navale. La sua provincia comprende 29 comuni, ed è dedita all'agricoltura, alla pesca e all'industria nei settori aeronautico, chimico, alimentare, tessile, e all'artigianato nella lavorazione del legno, del vetro e della ceramica.

Taranto si affaccia sul Mar Ionio ed è definita la "città dei due mari", il Mar Piccolo ed il Mar Grande: il Mar Piccolo è separato dal Mar Grande da due penisole che lo chiudono a golfo, orientate entrambe verso un'isola che costituisce il nucleo originale della città, e collegate ad essa tramite due ponti: il Ponte di Porta Napoli ed il Ponte Girevole. Precedentemente alla costruzione del canale navigabile nel fossato del Castello Aragonese, l'isola era anch'essa una penisola. Il Mar Grande, chiamato più frequentamente "rada" in quanto vi sostano le navi in attesa, è separato dal Mar Ionio dalle Isole Cheradi di San Pietro e San Paolo e da Capo San Vito. Il Mar Piccolo è da considerarsi un mare interno, pertanto presenta problemi di ricambio idrico. I suoi due seni sono idealmente divisi dal Ponte Punta Penna Pizzone, che congiunge Punta Penna con Punta Pizzone. Il primo seno ha la forma di un triangolo grossolano, i cui vertici meridionali sono rappresentati dall'apertura ad est sul secondo seno, e dall'apertura ad ovest sul Mar Grande tramite il canale naturale di Porta Napoli; il secondo seno ha invece una forma ellittica, il cui asse maggiore misura quasi 5 Km in direzione sudovest-nordest. Sia i venti che le maree, insieme alle sorgenti sottomarine con diversa salinità, condizionano l'andamento delle correnti di tipo superficiale e di tipo profondo tra i due seni del Mar Piccolo ed il Mar Grande. Nella parte settentrionale di entrambi i seni, sono localizzate alcune sorgenti sottomarine chiamate citri, che apportano acqua dolce non potabile mista ad acqua salmastra, donando alle acque del mare una condizione idrobiologica ideale per la coltivazione dei mitili, comunemente chiamati "cozze". Nel primo seno inoltre, sfocia il fiume Galeso. La città si è sviluppata lungo tutte le coste menzionate; il Borgo Antico si trova sull'isola, la penisola ad est ospita il quartiere Borgo, attuale centro della città, nonchè i quartieri Italia-Montegranaro, Salinella, Solito-Corvisea, Tre Carrare-Battisti, Talsano-San Donato, San Vito-Lama-Carelli e costituisce l'attuale asse di sviluppo della città. La penisola ad ovest, invece, ospita il quartiere Tamburi-Croce, nonchè la zona industiale ed il porto commerciale. Più decentrato a nord del Mar Piccolo, si trova il quartiere Paolo VI.

Lo sviluppo della città lungo le penisole è iniziato verso la fine del XIX secolo; in precedenza, infatti, la città era arroccata sull'isola. Questo è particolarmente osservabile considerando gli aspetti urbanistici della città; nella città vecchia si ha un intrico di vicoli, derivanti dalla costruzione di abitazioni quanto più possibile addossate per sfruttare tutto lo spazio disponibile e per facilitare la difesa in caso di invasioni, mentre nella città nuova prevale un ordinamento più razionale, quasi a pianta "ippodamea", modificata successivamente in una conformazione "a ventaglio"

STORIA DI TARANTO

La Storia di Taranto inizia nell'VIII secolo a.C., sebbene insediamenti precedenti siano stati attestati. La cronologia tradizionale, assegna la data della fondazione di Taranto al 706 a.C.. Le fonti tramandate dallo storico Eusebio di Cesarea, parlano del trasferimento di alcuni coloni Spartani in questa zona per necessità di espansione o per questioni commerciali. Questi, distruggendo l'abitato indigeno, portarono una nuova linfa di civiltà e di tradizioni. La struttura sociale della colonia sviluppò nel tempo una vera e propria cultura aristocratica, la cui ricchezza proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostante, che venne popolato e difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati in posizione strategica. La leggenda racconta che nell'VIII secolo a.C., l'eroe spartano Falanto divenne il condottiero dei Partheni, cioè di quel gruppo di cittadini emarginati in quanto figli illegittimi dell'aristocrazia al potere nella città di Sparta. Consultando l'Oracolo di Delfi prima di avventurarsi per mare alla ricerca di nuove terre, apprese che sarebbe giunto nella terra di Saturo ("Popolate la grassa terra degli Iapigi e siate la loro rovina"), e che avrebbe fondato una città nel luogo in cui egli avesse visto cadere la pioggia da un cielo sereno e senza nuvole (in greco ethra). Falanto si mise in viaggio, fino a quando giunse nei pressi della foce del fiume Tara. Addormentatosi sul grembo della moglie, ella cominciò a piangere a dirotto, ripensando all'oscuro responso dell'Oracolo e alle difficoltà sopportate, bagnando con le sue lacrime il volto del marito. L'oracolo si era avverato, una pioggia era caduta su Falanto da un cielo sereno: le lacrime della moglie Ethra. Sciolto l'enigma, l’eroe si accinse a fondare la sua città a cui diede il nome di Saturo, cioè "città dedicata a Sat" (Sat-Ur). Un’altra versione sull'origine di Taranto, farebbe risalire la nascita della città a 2000 anni prima di Cristo, ad opera di Taras, uno dei figli di Poseidone. Taras sarebbe giunto in questa regione con una flotta, approdando presso un corso d'acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome: il fiume Tara. Sempre secondo la leggenda, Taras avrebbe edificato non solo la città che ugualmente da lui avrebbe preso il nome (appunto Taras, poi divenuta Taranto), ma anche quella che egli dedicò a sua moglie Satureia che chiamò Saturo. Un giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi. L'antica Taranto ebbe un grande culto per il dio Poseidone e naturalmente nella città, non poteva non essere eretto un tempio dedicato a questa mitica divinità. Nel secondo millennio a.C., giunsero dall'interno ma anche dal mare delle colonie Arii, le quali, attratte dalla particolare conformazione della costa, costruirono le loro case su palafitte. A poco a poco gli Arii riuscirono a sottomettere le popolazioni locali ed a controllare tutto il territorio. In questo periodo la città cambiò nome, assumendo appunto il nome di Taras, dal mitico figlio di Poseidone.

Intorno al 500 a.C. la città era governata da un istituto di tipo monarchico; è noto infatti un re tiranno di nome Aristophilides ed una conflittualità politica tale da far ricordare un gran numero di esuli. Continue aggressioni venivano portate avanti ai danni dei vicini Peuceti e Messapi, fino al 473 a.C., quando la città subì una tale sconfitta da parte degli Iapigi, da indurre lo storico greco Erodoto ad annoverarla tra le più gravi sconfitte inflitte a popolazioni di stirpe greca. Questo evento provocò la crisi della classe aristocratica al potere, che non poté opporsi ad una rivoluzione istituzionale di tipo democratico, in quanto decimata dalla guerra. Nella prima metà del V secolo a.C. la città subì una profonda trasformazione urbanistica. Si costruì infatti una nuova cinta difensiva e si ampliò la superficie monumentale, che raggiunse il suo culmine con la costruzione di un imponente tempio dorico sull'Acropoli. La democrazia tuttavia, non arrestò la politica aggressiva nei confronti del mondo esterno. Tra il 444 a.C. ed il 433 a.C., la città ingaggiò una guerra per il possesso della Siritide con la colonia panellenica di Thourioi, che si concluse con l’accordo per la costituzione di una subcolonia mista di Thurini e Tarantini, che prese il nome di Herakleia, in cui prevalse ben presto la componente dorica di Taranto. Il periodo di maggiore floridezza fu vissuto dalla città durante il governo settennale di Archita, che segnò l'apice dello sviluppo tarantino ed il riconoscimento di una superiorità politica sulle altre colonie dell'Italia meridionale. Nel 302 a.C., allo scopo di frenare l'espansione della città di Taranto, i Lucani si allearono con Roma, la quale tuttavia preferì concordare la pace con la città magno-greca; nei trattati fu inclusa una clausola secondo la quale era vietato alle navi romane di spingersi più ad oriente del promontorio Lacinio.

Roma, desiderosa di estendere il suo dominio fino al Mare Adriatico, inviò una flotta nel Mar Ionio entrando nel porto di Taranto, violando il trattato con cui si impegnava a non oltrepassare con le sue navi il promontorio Lacinio (301 a.C.). Il popolo tarantino, si diresse al porto affondando alcune navi e facendo molti prigionieri tra i Romani. Nonostante l'oltraggio subito, Roma non volle cominciare un guerra che avrebbe sicuramente richiamato nella penisola milizie greche o cartaginesi, pertanto inviò nella città come ambasciatore Lucio Postumio, per chiedere con fermezza la restituzione delle navi e dei prigionieri catturati. Ma i Tarantini reagirono alla minaccia proferita invitando l'ambasceria ad abbandonare subito la città, e si racconta che in quell'occasione un uomo di nome Filonide imbrattò la toga di Postumio, il quale così ammonì la popolazione: "Per lavare questa macchia spargerete una gran quantità di sangue e verserete molte lacrime". Tutto questo fu il pretesto affinché la guerra venisse dichiarata nel 281 a.C. Taranto, per resistere alla potenza di Roma, strinse un’alleanza con Pirro, Re dell'Epiro e nipote di Alessandro Magno, il quale inviò il suo luogotenente Milone con un esercito di circa 30.000 uomini e 20 elefanti, ma obbligò anche i Tarantini validi ad arruolarsi. Gli scontri tra epirei e romani furono sempre durissimi; gli elefanti di Pirro atterrivano i legionari romani che mai prima di allora avevano visto animali così imponenti, ed erano perciò costretti a ritirarsi. La più famosa battaglia di Heraclea (280 a.C) costò 7.000 morti, 2.000 prigionieri e 15.000 feriti ai romani, mentre 4.000 morti e un gran numero di feriti si contarono tra i greci. Nonostante le iniziali vittorie, Pirro non abbandonò mai il desiderio di concludere trattative di pace, consapovole della potenza dei suoi avversari. Nel frattempo i romani, avendo appreso che gli elefanti si spaventavano alla vista del fuoco, avevano appositamente costruito dei carri armati con all'estremità dei bracieri. Col passare del tempo, le sorti delle battaglie si spostarono sempre più a favore di Roma, tanto che Pirro decise di stipulare un trattato con cui si impegnava a lasciare l'Italia a patto però che si lasciasse tranquilla Taranto. Tuttavia Roma tornò ben presto in campo contro i popoli del Mezzogiorno, e Pirro fu ben presto invitato a ritornare in Puglia da messi inviati dall'Italia meridionale. Le sconfitte di Pirro furono questa volta molto più incisive rispetto al passato, tanto che dopo la disfatta di Malevento si ritirò in Grecia (dove morì poco dopo), lasciando a Taranto una piccola guarnigione comandata da Milone. I Tarantini allora chiamarono una flotta cartaginese a sostegno, affinché li aiutasse a liberarsi del presidio epirota. Per tutta risposta Milone consegnò la città al console romano Papirio, e così Taranto cadde in potere dei romani. Papirio fece smantellare le mura della città, le impose un tributo di guerra e gli sottrasse tutte le armi e tutte le navi. Tutto ciò che ornava Taranto (statue dell'arte greca, oggetti preziosi , pregevoli quadri) e qualsiasi cosa di valore, fu inviato a Roma, insieme ai matematici, ai filosofi, ai letterati, tra cui Livio Andronico, che tradusse dal greco l'Odissea per far conoscere ai romani l'Epica greca. Roma si astenne dall’infiggere a Taranto punizioni, e mise la città nel novero delle alleate, proibendole però di coniare moneta. Nel 123 a.C. Caio Gracco istituì una colonia romana nel territorio confiscato dallo stato romano. Dopo l'89 a.C., la comunità greca e la colonia romana confluirono in un'unica struttura amministrativa, il cosiddetto "municipium", segnando l'omologazione completa di Taranto nella Repubblica Romana. Nell'occasione della stipula di uno storico patto tra Augusto e Marco Antonio nel 37 a.C., la città venne fornita di un acquedotto e di un anfiteatro. Il I secolo a.C. fu caratterizzato nel complesso da una sopravvivenza difficile e solo verso la sua fine si registrò una certa ripresa. La città mantenne un buon livello di vita urbana all'epoca di Traiano, durante il quale furono costruite le terme "Pentascinenses".

Con la caduta dell'Impero d'Occidente, Taranto si avviò dopo tanto splendore verso un periodo di decadenza lungo ed inesorabile, a causa anche dello sviluppo progressivo del porto concorrenziale di Brindisi. La popolazione assistette più volte all'avvicendarsi dei Bizantini, dei Goti e dei Longobardi: Giustiniano Belisario la occupò e la ripopolò, ma Totila con i suoi goti la conquistò, creandovi un forte presidio. Il generale greco Narsete, successore di Belisario, sconfisse Totila e la rifece bizantina. Poi, nel 568 calarono i Longobardi di Alboino e la conquistarono. Nella primavera del 663 il Basileus Costante II Eraclio sbarcò a Taranto con una flotta, e strappò ai Longobardi la città, le Murge, il Salento e il Gargano. Tornato l'Imperatore a Costantinopoli, i Longobardi ripresero la lotta, prima col duca Grimoaldo, e poi con il di lui figlio Romoaldo, che nel 686 riconquistò Taranto e Brindisi. Attorno all'anno 700 iniziarono le scorrerie dei berberi, che dureranno fino all'anno mille. L'inizio del IX secolo fu caratterizzato dalle lotte intestine che indebolirono il potere longobardo. Nell'840 un principe longobardo di Benevento fu tenuto prigioniero a Taranto, ma alcuni suoi sostenitori lo liberarono, portandolo a Benevento e proclamandolo principe. Nel frattempo i berberi occuparono la città, e Taranto diventò una importante base navale e militare araba, dalla quale partirono navi cariche di prigionieri destinati al mercato degli schiavi. Una flotta araba sconfisse davanti a Taranto nell'840 una flotta veneziana di 60 navi, organizzata dall'imperatore Teofilo II, e risalì l'Adriatico saccheggiando le città costiere. Nell'850 quattro colonne saracene partirono da Taranto e Bari per saccheggiare Campania, Puglia, Calabria, Abruzzo e Molise. Ancora, nell'anno 854, da Taranto partì una spedizione guidata da Abbas-Ibn-Faid che saccheggiò la provicia di Salerno. Nell'871, e poi nell'875, Taranto accolse le truppe saracene destinate al saccheggio della Campania e della Puglia. Nell'880 l'Imperatore Basilio I il Macedone decise di sottrarre agli arabi le terre pugliesi, e inviò due eserciti guidati dai generali Procopio e Leone Apostyppes, e una flotta al comando dell'ammiraglio Nasar. Bloccata la via del mare dalla flotta bizantina, gli arabi al comando di Othman vennero sconfitti, e dopo quaranta anni Taranto venne sottratta al dominio saraceno. Tra i primi atti del governo bizantino del generale Apostyppes vi fu la riduzione in schiavitù degli abitanti di origine latino-longobarda, ormai convertiti ai costumi islamici, e l'arrivo di coloni greci per ripopolare la città. Nel 922 la città continuò a subire le incursioni saracene.

Il 15 agosto 927, i Saraceni guidati dallo slavo Sabir, distrussero definitivamente la città greco-romana, infierendo contro i cittadini e massacrandoli senza pietà, deportando come schiavi in Africa tutti i superstiti. Pochi scamparono alla morte cercando rifugio nelle Murge. Solo dopo quarant'anni, nel 967, l'Imperatore bizantino Niceforo Foca, giustamente considerato il secondo fondatore di Taranto, cedendo alle reiterate pressioni dei superstiti, s'interessò alla città decidendo di ricostruirla, facendo così nascere l'odierno Borgo Antico. Spazzò via le rovine della vecchia città e dell'acropoli, abbassò il livello della città lungo il Mar Piccolo per facilitare il lavoro dei pescatori, costruì un ponte su sette arcate e ricostruì l'antico acquedotto romano del Triglio, che proprio attraverso il ponte, convogliava nella città le acque delle vicine Murge. I pescatori che erano emigrati, cominciarono a rientrare fiduciosi ed a popolare la zona spianata sul Mar Piccolo. Nel 977 Taranto subì nuovamente l'attacco dei saraceni guidati da Abn'l-Kàsim, che depredò la città e fece numerosi prigionieri, bruciando alcuni quartieri. Nel 982 fu base di partenza dell'esercito imperiale guidato da Ottone II, che venne poi sconfitto dai saraceni di Abn'l-Kàsim nella battaglia di Stilo. Conquistata dai Normanni, Roberto il Guiscardo costituisce il Principato di Taranto nel 1088. Successivamente arrivarono gli Svevi e l’Imperatore Federico II, che nominò Principe di Taranto suo figlio Manfredi. Ma nel 1266 Manfredi viene sconfitto a Benevento da Carlo I d'Angiò, e la città passa quindi ai Francesi ed affidata al Principe Filippo d'Angiò. A quest’ultimo si deve lo sviluppo della città di Martina Franca (TA) nei primi anni del Trecento: infatti ampliò il villaggio di profughi tarantini nato nel X secolo con il nome di San Martino, concedendo diritti e franchigie a quanti fossero venuti ad abitarlo. Intorno al 1380, Raimondo Orsini Del Balzo, figlio di Niccolò Orsini, ritorna dall’Oriente ed occupa alcune terre appartenenti al padre stesso. Alleandosi con Luigi I d’Angiò, riesce ad ottenere da Niccolò i beni che gli spettavano per eredità, e sempre su consiglio dell’angioino, sposa nel 1384 la Contessa di Lecce Maria d'Enghien. Con questo matrimonio, diventa uno dei più potenti feudatari del Mezzogiorno. A lui si deve la costruzione della "Cittadella" realizzata nel 1404, una massiccia torre quadrata e fortificata che vigilava l'ingresso in città dal Ponte di Porta Napoli. Nel frattempo gli Angioini erano stati definitivamente sconfitti nel 1399. Dopo la morte di Raimondello nel 1406, suo figlio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo diviene Principe di Taranto nel 1414. Nel 1465 il Principato di Taranto viene annesso al Regno di Napoli, entrando così a far parte del regno aragonese. A causa delle costanti minacce portate dai Turchi e dai Veneziani, gli Aragonesi decisero di fortificare la città, costruendo il Castello Aragonese ed il suo fossato.

Nel 1495, Carlo VIII di Francia costringe alla fuga le truppe Aragonesi, entrando senza difficoltà in città e impadronendosi del castello. Ma nel mese di ottobre dello stesso anno, Don Cesare d'Aragona mette sotto assedio Taranto per circa un anno e mezzo, costringendo questa volta i Francesi alla resa. Per riconquistare il consenso del popolo tarantino furono concessi alcuni benefici, e la stessa Regina Isabella I di Castiglia, moglie di Ferdinando II d’Aragona, partecipò ai sontuosi festeggiamenti organizzati nel castello ed in città. Il 10 Agosto 1497 viene incoronato Re di Napoli Federico III d'Aragona, ed il 1 marzo 1502, l'appena dodicenne Ferdinando dovette cedere all’assedio degli Spagnoli capitanati da Consalvo di Cordova il Gran Capitano, che nel frattempo avevano ripreso a combattere gli Aragonesi. La popolazione si arrese a condizione di lasciar libero il giovane principe aragonese, ma essi non tennero fede al giuramento e lo mandarono invece prigioniero in Spagna. Taranto segue le sorti di tutta l'Italia Meridionale, cadendo sotto il dominio spagnolo e diventando città demaniale. Nonostante la mancanza di fondi, si decise di fortificare la città, mentre lungo tutta la costa del Mar Grande si costruirono numerose torri costiere di avvistamento. Il pericolo rappresentato dai Turchi infatti, non cessò mai di venir meno: per circa sei mesi nel 1554, essi stazionarono indisturbati nelle Isole Cheradi, e approfittando della momentanea debolezza degli Spagnoli, tentarono più volte di attaccare il castello, ma furono prima respinti e poi definitivamente sconfitti dal popolo tarantino nei pressi del fiume Tara. Nel 1647, in concomitanza con i moti di Napoli, il Re Filippo IV pretese l’arruolamento dei giovani di circa 18 anni. Scoppiò allora anche a Taranto una rivolta popolare guidata da Giandonato Altamura, sedata grazie all’intervento del Duca Caracciolo di Martina Franca, al quale gli Spagnoli avevano chiesto aiuto: Caracciolo fece finta di attaccare Taranto dalla parte del Ponte di Porta Napoli, ma la maggior parte del suo esercito attraversò il Castello Aragonese dalla parte opposta, attraverso la "porta Paterna" aperta dagli Spagnoli, e potè così sorprendere il popolo in rivolta alle spalle. Altamura si arrese e fu condannato all’impiccagione su un torrione del castello. Dalla seconda metà del Seicento, la Spagna comincia ad interessarsi maggiormente alle sue colonie dell’America centro-meridionale dalle quali ricavava oro e argento, tralasciando invece quelle del Mediterraneo.

Agli inizi del Settecento, con l’arrivo a Napoli degli Austriaci, i Tarantini accolsero con entusiasmo la notizia dell’insediamento degli Asburgo presso il castello. Tuttavia nel 1734, gli Spagnoli rioccuparono Napoli con Carlo III di Borbone, ed il Sindaco di Taranto Luigi Galeota venne nominato Regio Governatore e Castellano, titolo che dopo pochi mesi passò al Duca Petraccone Caracciolo. In quegli anni le fortificazioni della città sono in completo stato di abbandono: solo infatti nel 1755 si cominciò a riparare il Castello Aragonese, mentre nel fossato che si estendeva dalla Torre Sant'Angelo alla Torre della Bandiera, si realizzò un giardino con alberi da frutto. Qualche anno dopo, il nuovo Arcivescovo di Taranto Monsignor Giuseppe Capecelatro, cominciò a raccogliere presso la sua villa i numerosi reperti archeologici sparsi per la città, tentando così di fondare un primo museo. Passata successivamente ai Borboni e incorporata nel Regno delle Due Sicilie, Taranto aderì nel 1799 alla Repubblica Partenopea, fino al ritorno al potere del Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone. Fu comunque nel periodo napoleonico, e grazie all’opera di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat, che la città riacquistò importanza marittima e militare. Furono infatti costruite nuove caserme e fortificazioni, come il "Forte Laclos" sull'Isola di San Paolo nel Golfo di Taranto. Nel corso del nuovo secolo, si registrarono due avvenimenti eccezionali. Il 9 settembre 1827, un alluvione provocò danni a molte case ed alle mura che cingevano la città, allagando le campagne circostanti e trascinando a mare interi armenti, distruggendo tutti gli insediamenti di mitili del Mar Piccolo e causando una lunga carestia. Il 15 settembre 1883, una seconda e ben più memorabile alluvione colpì ancora una volta il Borgo Antico. Si legge in un resoconto del giornale dell'epoca "Rinnovamento di Taranto": "Questa notte, dopo un temporale durato parecchie ore, con lampi, tuoni, fulmini ed acqua torrenziale, il livello del Mar Piccolo si è elevato di quasi 3 metri. Quindi tutta la Piazza Grande e Via Garibaldi, le case e le botteghe a piano terreno sono rimaste inondante a più di un metro sott’acqua. In piazza e la su indicata via si eseguiva il salvataggio per mezzo di barche. Ma i danni sono stati moltissimi. La violenza della corrente che si riversava con impeto indicibile, dall'uno all'altro mare, ha completamente abbattuto il gran Ponte di Napoli, e la Cittadella, battuta alla base dalla violenza dell'acqua, minaccia rovina, sicchè si è dovuto ordinare l’immediato sgombero di tutti gli abitanti. Anche Porta Lecce è pericolante e s'è impedito il passaggio delle persone. Questo improvviso disastro ha gettato la città nella desolazione. Pare vi siano parecchie vittime. Pare che le sciaie delle ostriche e delle cozze abbiano immensamente sofferto, se pur non sono state distrutte totalmente. Tutti i terreni circostanti al Mar Piccolo sono devastati, inondati, irriconoscibili. Quanta sventura! Quanta miseria che si prepara! La Giunta si è costituita in permanenza. Un servizio di barche è stato organizzato dalla batteria Carducci alla Stazione. Si provvede a togliere l'acqua da Via Garibaldi per mezzo di pompe atteso l'altezza del livello del mare le cui acque rigurgitano dalle chiaviche e dai pozzi all'interno delle case. A memoria d'uomo non si ricorda un fatto simile, il quale dimostra o che le leggi della natura si sono alterate o che l'anno 1883 sia destinato a rimanere nella storia col nome di nefasto.". Con il ritorno dei Borboni, che non le attribuirono mai l'importanza che meritava, Taranto conobbe nuovamente un lungo periodo di abbandono, fino quando le truppe di Giuseppe Garibaldi la liberarono nel 1860. Con l'incorporazione di Taranto nel Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia avvenuta nel 1861, i Tarantini Cataldo Nitti e Nicola Mignogna si adoperarono per il suo rilancio sia marittimo che militare, contribuendo a far assumere alla città una nuova fisionomia. Viene infatti istituita la Base Navale con l'Arsenale Militare Marittimo, viene abbattuta la parte occidentale del Castello Aragonese e trasformato l'antico fossato in un canale navigabile, le cui due sponde opposte saranno congiunte dal Ponte Girevole, dando finalmente inizio all'espansione oltre il canale con nuove costruzioni edilizie. Le spedizioni coloniali in Africa decise dall'Italia, furono vissute dalla città come grande opportunità economica, soprattutto in virtù della crisi che l'industria dei mitili e delle ostriche attraversò per via dell’epidemia di colera del 1910.

Nel 1915 scoppiò la I Guerra Mondiale, e Taranto assunse un ruolo di primo piano con il suo Arsenale Militare Marittimo e con i nuovi Cantieri Navali Franco Tosi, per la riparazione e la costruzione delle navi da guerra. Gli operai furono di conseguenza pagati meglio, ed il transito delle migliaia di soldati diretti al fronte migliorò le condizioni economiche dei commercianti, ma la guerra portò con se anche un aumento dell'inflazione ed una diminuzione del potere di acquisto degli stipendi, al punto tale che la Marina Militare Italiana dovette provvedere al razionamento ed alla distribuzione dei generi alimentari. La guerra vera e propria fu però vissuta dalla città solo nella notte del 3 agosto 1916, quando un attentato fece esplodere la nave militare Leonardo da Vinci. Alla fine della guerra, le condizioni economiche si rivelarono drammatiche, aggravate nel 1920 dalla chiusura dei Cantieri Navali. Il disagio economico scatenò inevitabilmente numerose dimostrazioni di protesta che sovente si conclusero con scontri violenti tra dimostranti e Polizia. L'ascesa al potere di Benito Mussolini ed il Fascismo, condussero alla ripresa dei lavori nell’Arsenale Militare Marittimo e nei Cantieri Navali, per la riparazione e la costruzione delle navi destinate alle guerre coloniali, e ad un nuovo sviluppo della città dal punto di vista ubanistico. Nel 1929 si diede inizio alla demolizione del teatro "Alhambra" ed alla costruzione sulle sue macerie del Palazzo del Governo, inaugurato dallo stesso Benito Mussolini nel 1934. Furono inoltre costruite numerose case di edilizia popolare nel Borgo Antico, nuovi stabilimenti balneari sorsero sul lungomare, e nella centrale Piazza della Vittoria venne costruito il Monumento ai Caduti della I Guerra Mondiale. L'italia entra nella II Guerra Mondiale il 10 giugno 1940, e la conseguente concentrazione nel Mar Piccolo delle navi da guerra della Marina Militare Italiana, portò nuovo lavoro per l'Arsenale Militare Marittimo, ma tutti gli altri settori economici ripiombarono nella crisi, mentre la cittadinanza abbandonò lentamente la città per timore dei bombardamenti, trovando rifugio nei paesi della provincia. La notte dell'11 novembre 1940, storicamente conosciuta come "Notte di Taranto", gli aerosiluranti partiti dalla portaerei inglese Illustrious bombardarono la flotta italiana nel Mar Piccolo, semiaffondando la corazzata Conte di Cavour, danneggiando gravemente le corazzate Littorio e Caio Duilio, e provocando 59 morti e circa 600 feriti. Solo due aerei britannici Swordfish furono invece abbattuti. Dopo questo episodio, la marina da guerra italiana dovette ritirarsi Taranto per rifugiarsi nei porti di Napoli, La Spezia e Genova, più sicuri ma più lontani dal principale teatro delle operazioni. La caduta di Benito Mussolini ed il conseguente armistizio, portarono alla fuga delle truppe tedesche e alla presa di possesso della città da parte delle truppe alleate (Operazione Slapstick), che requisirono numerosi edifici pubblici per trasformarli in alloggi militari. Il 25 aprile 1945, l'annuncio della fine della guerra comunicato nella centrale Piazza della Vittoria, segnò l'inizio di una nuova era.

Principato di Taranto (1088-1465) - Nel 1088, Taranto diventa la capitale di un Principato normanno. Il primo reggente fu il figlio di Roberto il Guiscardo, Boemondo di Taranto, che ottiene il titolo dopo una disputa di successione: il padre dopo aver ripudiato la prima moglie, la madre di Boemondo, e aver avuto un figlio, Ruggero Borsa dalla seconda moglie Sikelgaita, designa come suo successore al ducato di Puglia proprio quest'ultimo. Boemondo fu ricompensato con Taranto e le terre che coprivano gran parte dello "sperone" di Puglia. Il Principato di Taranto, durante i suoi 377 anni di storia, fu talora un potente e il più delle volte indipendente dominio feudale del Regno di Sicilia (e più tardi del Regno di Napoli), altre volte si ridusse a mero titolo, spesso concesso all'erede al trono o al marito d'una regina regnante.

La Notte di Taranto, fu una battaglia combattuta nella notte tra l'11 agosto ed il 12 agosto 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale. In quella data, tristemente nota anche come la prima Pearl Harbor italiana, la flotta navale della Regia Marina subì un massiccio bombardamento ad opera della flotta aerea inglese nel porto di Taranto, uno dei più importanti assieme al porto di La Spezia.

La base navale di Taranto, così come tutte le basi navali italiane, era bene attrezzata per la riparazione delle unità danneggiate, grazie soprattutto alla disponibilità di grandi bacini di carenaggio e di tutti i pezzi di ricambio per i macchinari e le armi. Tuttavia si riscontravano gravi carenze per tutto ciò che riguardava la protezione contraerea e la protezione antisiluramento delle navi in porto: le batterie contraeree erano del tutto insufficienti sia come numero che come calibro, e a questo si aggiungeva la scarsa protezione notturna determinata dall'assenza del radar, per cui la rilevazione di eventuali aerei ostili in avvicinamento era affidata a vecchi proiettori di scarsa portata, guidati da aerofoni risalenti alla I Guerra Mondiale. Per quanto riguarda la protezione antisiluro, questa era affidata alle reti antisiluro, anch'esse poco numerose a causa della scarsità di materie prime che affliggeva l'industria italiana.

Nell'agosto del 1940, entrarono in servizio due nuove unità da battaglia della Regia Marina: le corazzate Vittorio Veneto e Littorio, così imponenti che con un'adeguata protezione antiaerea e antisilurante avrebbero potuto sopraffare qualsiasi unità nemica. Queste navi infatti erano lunghe 238 metri, potevano sviluppare una velocità massima di 30 nodi e dislocavano 41.300 tonnellate standard. Il peso complessivo della sola corazzatura era di 13.600 tonnellate. L’armamento era constituito da 9 cannoni da 15 pollici collocati in tre torri trinate, da 12 cannoni da 6 pollici e da 12 cannoni da 90 millimetri. Vi erano inoltre 4 cannoni da 120 millimetri per il tiro illuminante e 20 mitragliere antiaeree da 37, 24 e 20 millimetri. Due mesi più tardi le truppe italiane invasero l'Epiro, costringendo la Gran Bretagna ad impegnarsi militarmente al fianco della Grecia, sia per evitare che gli italiani finissero per controllare il Mar Egeo, mettendo così in pericolo la sicurezza di Alessandria d'Egitto, sia per scoraggiare la Turchia dall'entrare nel conflitto come alleata dell'Asse. Questo comportò un aumento notevole del numero di convogli marittimi britannici in partenza dall'Egitto, per consentire un sempre crescente rifornimento di materiale bellico ai porti greci e all'isola di Malta, roccaforte britannica strategica tra la Sicilia e la Tunisia, vicino alla quale transitavano i convogli marittimi italiani diretti in Libia. La vicinanza di Taranto a queste manovre preoccupò notevolmente l'ammiragliato britannico, in quanto le navi italiane che vi facevano base avrebbero potuto facilmente raggiungere e distruggere i convogli marittimi britannici in navigazione.

La Royal Navy decise allora di allestire un'operazione per affondare o danneggiare le unità navali italiane dislocate nella base di Taranto, perfezionando un piano di attacco notturno con aerosiluranti studiato già nel 1935, all'epoca della guerra italo-abissina. Il piano era molto rischioso e contava molto sul fattore sorpresa, in quanto le portaerei da cui sarebbero decollati gli aerei per compiere la missione, dovevano portarsi ad almeno 130 miglia dalla costa italiana, con il rischio di essere scoperte dal nemico. Inoltre si doveva illuminare la rada ricorrendo al supporto di aerei bengalieri, mentre gli aerosiluranti avrebbero dovuto volare a pelo d’acqua, per eludere le batterie contraeree e per evitare che i siluri affondassero nel fango del fondale basso. Tuttavia, se le navi italiane avessero steso le cortine fumogene, l'azione sarebbe certamente fallita. Il pomeriggio del 6 novembre 1940 l’operazione ebbe inizio: le corazzate Malaya, Ramillies, Valiant e Warspite, la portaerei Illustrious, gli incrociatori Gloucester e York e 13 cacciatorpediniere, salparono da Alessandria d'Egitto diretti verso Malta, nei cui pressi stazionava la portaerei Eagle. L'8 novembre, allarmato da queste manovre nel Mediterraneo, il Comando Supremo della Marina italiana inviò unità cacciatorpediniere, motosiluranti e sommergibili di pattuglia nel Canale di Sicilia, mentre nella base di Taranto fu fatto concentrare il grosso della forza navale italiana. Le navi britanniche raggiunsero Malta nella giornata del 10 novembre, ed il giorno seguente la portaerei Illustrious cominciò a dirigersi verso il punto prefissato per il lancio degli aerei verso Taranto. La portaerei Eagle non potè invece salpare a causa di un'avaria al motore: questo inconveniente dimezzò praticamente il numero di aerei disponibili, ma non costrinse a rinviare l'incursione. Le ricognizioni degli aerei inglesi su Taranto si protrassero fino alla sera dell'11 novembre, quando la Royal Navy apprese che nelle due rade del porto di Taranto si erano riunite le corazzate Andrea Doria, Caio Duilio, Conte di Cavour, Giulio Cesare, Littorio e Vittorio Veneto, gli incrociatori pesanti Bolzano, Fiume, Gorizia, Pola, Trento, Trieste e Zara, i due incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi e vari cacciatorpediniere. A difesa del porto erano previsti 87 palloni frenati, ma le cattive condizioni climatiche dei giorni precedenti, ne avevano strappati 60 e non si erano ancora potuti rimpiazzare a causa della mancanza di idrogeno. Le unità navali erano protette da reti parasiluri, ma degli 8.600 metri necessari per una difesa efficace, ne erano stati posati appena 4.200 metri. Alle ore 20.30 dalla portaerei Illustrious cominciarono le operazioni di decollo della prima ondata di aerei diretti verso Taranto. Giunti sull’obiettivo pochi minuti prima delle ore 23.00, furono accolti da un poderoso fuoco di sbarramento. Due bengalieri cominciarono a lanciare i bengala sulla sponda orientale del Mar Grande per illuminare i profili dei bersagli, mentre 6 aerosiluranti Swordfish iniziarono a scendere a quota di siluramento. Un primo velivolo, che venne poi abbattuto, sganciò un siluro contro la Conte di Cavour, squarciandone la fiancata sinistra, altri due mirarono contro l’Andrea Doria, senza però colpirla. Contemporaneamente quattro bombardieri danneggiarono i cacciatorpediniere Libeccio e Pessagno e bombardarono i depositi di carburante. Alle 23.15 due aerosiluranti attaccarono contemporaneamente la Littorio, colpendola sia a dritta che a sinistra, mentre l'ultimo Swordfish sganciò inutilmente un siluro contro la Vittorio Veneto. Alle 23.20 gli aerei della prima ondata si ritirarono, ma alle 23.30 arrivarono gli aerei della seconda ondata. Nonostante il fuoco di sbarramento, un primo Swordfish sganciò un siluro contro la Caio Duilio colpendola a dritta, mentre due aerosiluranti colpirono la Littorio. Un altro aereo mirò alla Vittorio Veneto che anche questa volta fu risparmiata, mentre un secondo Swordfish venne abbattuto nel tentativo di attaccare la Gorizia. Infine un ultimo attacco danneggiò seriamente la nave Trento. Gli ultimi aerei si ritirarono alle ore 0.30 del 12 novembre: l'attacco contro Taranto era terminato provocando 59 vittime. In 90 minuti gli aerosiluranti della Royal Air Force avevano prodotto danni ingenti, in quanto metà della forza navale italiana venne messa fuori combattimento. L'esito dell'incursione dimostrò soprattutto quanto fosse sbagliata la convinzione secondo cui gli aerosiluranti non avrebbero potuto colpire le navi all'interno delle basi, a causa dei bassi fondali, ma soprattutto segnò un punto di svolta nelle strategie della guerra sul mare, affidando all'aviazione e quindi alle portaerei un ruolo fondamentale nei futuri combattimenti.

I ristoranti tradizionali della città offrono una cucina leggera ma gustosa, che combina sapientemente i frutti di mare con i prodotti della terra, conditi con l'ottimo olio extravergine di oliva tarantino (Olio Terre Tarentine DOP). Piatti tipici come i cavatelli con le cozze, il risotto ai frutti di mare, il polipo ed il pesce alla griglia, sono accompagnati da ortaggi crudi o cucinati nei modi più vari: i pomodori, i peperoni, le melanzane, i carciofi ed i legumi sono particolarmente saporiti. Da non dimenticare le Orecchiette con le cime di rapa o al ragù, nonchè le mozzarelle e le provole fresche, o gli involtini di vitello e i fegatini alla brace, accompagnati con i vini DOC del territorio (Primitivo, Lizzano, Martina Franca, Aleatico). Arance, mandarini, clementine (Clementina del Golfo di Taranto IGP), uva, fichi e angurie non mancano mai sulle tavole imbandite, così come i dolci di miele ed in pasta di mandorle, o le più tipiche Carteddàte, Sannacchiùdere e Pettole, preparate nell'occasione di particolari festività o ricorrenze.

Verso la fine degli anni 50, fu decisa la costruzione del "IV Centro Siderurgico Italsider". Inaugurato dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat nel 1965, costituisce uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell'acciaio in Europa. Il suo sbocco a mare, è situato nelle vicinanze del Molo San Cataldo, ed è dotato di una moderna struttura specializzata nello sbarco di materie prime e nell’imbarco dei prodotti finiti. La presenza del colosso siderurgico, risollevò in quegli anni la stagnante economia locale, e contribuì allo sviluppo delle numerose attività industriali e di servizio ad esso collegate. Taranto si trasformò da tranquillo centro di provincia in una grande città industriale, tra le prime per reddito pro-capite, ma l'industrializzazione costò il prezzo della cementificazione del territorio, dell'inquinamento atmosferico, nonché dell'alterazione delle caratteristiche ambientali ed ecologiche del Mar Piccolo. Nel corso degli anni Ottanta, la crisi mondiale della siderurgia e l'avvento di nuovi materiali, condusse il gruppo siderurgico verso un inesorabile declino, sfociato nella sua privatizzazione avvenuta nel 1995, con conseguenti problemi di riconversione e calo dell'occupazione. Il siderurgico di Taranto si estende su una superficie di 15.000.000 di metri quadri, con al suo interno 200 Km di binari ferroviari, 50 Km di strade, 190 Km di nastri trasportatori, 5 altoforni e 5 convertitori.

Il porto di Taranto è localizzato sulla costa settentrionale dell'omonimo golfo e riveste un ruolo importante sia da un punto di vista commerciale che strategico. Le installazioni del porto mercantile ed industriale sono distribuite lungo il settore nord occidentale del Mar Grande, ed immediatamente al di fuori di esso in direzione ovest. L'installazione più recente è costituita dal terminal containers ubicato sul molo polisettoriale, una struttura modernissima completa di sistemi telematici e torre di controllo, con una capacità di stoccaggio e movimentazione merci di circa 2.000.000 di TEU/anno (vedi). In Mar Grande esiste inoltre un impianto per il trasbordo del petrolio greggio destinato ad alimentare la raffineria attraverso alcune condotte sottomarine. Di seguito si descrivono le caratteristiche strutturali del porto di Taranto: Banchine metri lineari 8.616 di cui: 1.560 nel porto commerciale; 5.056 nel porto industriale; 2.000 nel terminal containers. Pontili petroliferi metri lineari 1.120. Aree operative metri quadri 2.737.700 di cui: 1.046.400 nel porto commerciale; 691.300 nel porto industriale; 1.000.000 nel terminal containers.

L'Arsenale Militare Marittimo di Taranto, situato sul Mar Piccolo e inaugurato il 21 agosto 1889 alla presenza del Re Umberto I, ha da sempre avuto sulla città un notevole impatto, sia da un punto di vista economico e imprenditoriale, che sociale e urbanistico. Progettato anche per la costruzione di navi da guerra, diede durante e dopo i due conflitti mondiali, un contributo determinante alla riparazione e ricostruzione di unità militari e civili, sia nazionali che alleate. Già nel dopoguerra tuttavia, si avvertì l'esigenza di trasferire in Mar Grande la Stazione Navale, sia per assicurare una maggiore mobilità alla flotta, sia per ridurre l'impatto che l'apertura del Ponte Girevole aveva sulla città. Così, con la realizzazione della nuova Stazione Navale inaugurata il 25 giugno 2004, alle banchine del vecchio arsenale rimangono attraccate le navi in disarmo, i sommergibili e le unità necessitanti di lavori. La nuova base, a comando italiano ma dotata di alcune infrastrutture NATO, si affaccia direttamente sul Mar Grande in località "Chiapparo", e costituisce la realizzazione più grandiosa per le Forze Armate nel periodo post bellico. Il personale dell'arsenale, è costituito da circa 200 militari e 2.300 civili, impiegati nei numerosi reparti specializzati per le lavorazioni di bordo: da quelle tradizionali, quali costruzioni in ferro, congegnatoria, stampaggio bandiere, a quelle ad elevato contenuto tecnologico, quali revisione e riparazione di impianti missilistici, Tlc, radar, riparazione moduli e schede elettroniche.

Il porto di Taranto ospita numerose imbarcazioni per la pesca. La flotta è costituita principalmente da circa 80 pescherecci, che non superano le 10 tonnellate di stazza lorda e che praticano la pesca a strascico, mentre le rimanenti imbarcazioni della piccola pesca operano con reti da posta. Il mare, ricco e generoso, è popolato da dentici e orate, cernie, triglie e alici, gamberi e calamari. Taranto inoltre rappresenta oggi la maggiore area di produzione al mondo di mitili allevati, con un stima prossima ai 30.000 tonnellate/anno e i suoi 1.300 addetti. La mitilicoltura caratterizza da secoli l'economia della città, tanto che la cozza rappresenta il simbolo gastronomico per eccellenza di Taranto. Si racconta che i primi vivai di La Spezia, Pola, Olbia e persino di Chioggia siano stati impiantati da mitilicoltori emigrati da questa città. La barca dei mitilicoltori tarantini rappresenta il vero ambiente di lavoro per gli addetti del settore. Ogni dettaglio costruttivo è stato studiato ed affinato nel corso del tempo, per permettere la massima razionalizzazione dell'attività colturale. La pratica della mitilicoltura è basata sull’uso di particolari strutture portanti in legno o metallo, lunghe una decina di metri e chiamate comunemente "pali", che vengono infissi nel fondo per sostenere le corde e le reti utilizzate. I mitili ivi coltivati sono particolarmente gustosi ed apprezzati, in quanto crescono in un particolare ambiente marino frutto della commistione di acqua salata e acqua dolce di provenienza carsica. Queste particolari condizioni ambientali dei mari di Taranto, grazie al contributo di numerose sorgenti sottomarine chiamate citri, risultano ideali non solo per i mitili, ma anche per i pesci ed i crostacei che tra i pali trovano cibo e rifugio. Nel Mar Piccolo si contano circa 18 citri, mentre nel Mar Grande c'è ne uno che apporta molta acqua dolce, chiamato "Anello di San Cataldo" in onore del Santo Patrono.

La città è sede di un importante museo archeologico, dove è esposta tra l'altro una delle più grandi collezioni di manufatti dell'epoca della Magna Grecia, tra cui i famosi Ori di Taranto. Il museo è stato fondato nel 1887 ed occupa la sede dell'ex convento di San Pasquale di Baylon edificato nel XVIII secolo, sito in Corso Umberto I civico 42. L'archeologo Luigi Viola voleva farne un Museo della Magna Grecia, ma esso è sempre stato dedicato principalmente alla documentazione archeologica di Taranto e del resto della Puglia. Il piano rialzato del museo è utilizzato attualmente per esposizioni temporanee. Il primo piano ospita la sezione greco-romana inerente la società tarantina. Il secondo piano ospita la sezione preistorica (Paleolitico ed Età del Bronzo) inerente l'intero territorio pugliese. Si notano tra i reperti esposti: Sculture in marmo, tra le quali la "statua acefala di divinità femminile", la "Kore", la "testa di Eracle"; Collezione di ceramiche provenienti dalla necropoli, tra le quali il bronzetto di un cavallo", "aryballos", "skyphos", le tre "kylikes"; Collezione di statue tra le quali lo "Zeus" da Ugento (LE) in bronzo, la "testa di Afrodite", il "corpo di Ninfa"; Corredi funerari, tra cui i gioielli in oro con il prezioso "diadema", le "coroncine", gli "orecchini a disco con tre pendenti".

Lo studio delle necropoli scoperte nella città, ha fornito agli archeologi una grande quantità di informazioni sulla società, sulla cultura, sull'arte e sul lavoro degli antichi popoli del periodo greco-romano. I resti ritrovati, testimoniano la presenza di veri e propri rituali funerari: le sepolture avvenivano per inumazione, cioè seppellendo i defunti in posizione fetale, ma anche mediante cremazione, cioè bruciando i corpi dei defunti e conservandone le ceneri in un'urna. All'interno delle tombe veniva deposto il corredo funerario, solitamente legato alla vita quotidiana dell'individuo, pertanto le stesse venivano corredate con utensili, vivande e gioielli, nel tentativo di imitare la casa del defunto. Nelle Necropoli di Taranto si possono riscontrare differenti tipi di tombe: le "Tombe a Camera" e le "Tombe a Semicamera", adottate dalle famiglie aristocratiche, collocate all'incrocio di due vie per essere facilmente individuabili; le "Tombe a Fossa", adottate dalle famiglie plebee, scavate nella roccia e chiuse da un masso. Tutti i siti archeologici sono visitabili attraverso un percorso che si snoda tra le 160 sepolture suddivise in sette locazioni: "Necropoli" di via Marche, "Tombe a Camera" di via Umbria, di via Sardegna e di via Pio XII, "Tomba a Semicamera" di via Alto Adige, "Ipogeo Genoviva" di via Polibio e "Tomba degli Atleti" di via Francesco Crispi.

Di particolare rilievo è l'Ipogeo "De Beaumont Bonelli", sito in corso Vittorio Emanuele civico 39 nel Borgo Antico, una struttura straordinaria che narra la storia di Taranto sin dall'epoca geologica risalente a circa 65 milioni di anni fa, con successive tracce magno-greche, bizantine, medioevali e settecentesche (vedi). L'ipogeo si sviluppa su tre livelli per complessivi 700 metri quadri e per 14 metri sotto il livello stradale. Al suo interno si trova il banco di roccia calcarea, sulla quale si possono ammirare i resti fossili dei [mitili tipici di Taranto. Le mura perimetrali sono di origine bizantina, mentre è molto probabile che il muro che divide la struttura dal mare possa avere origini magno-greche. L'ipogeo ha infatti uno sbocco esclusivo al livello del mare, che permette l'accesso diretto alla battigia del lungomare del Borgo Antico. Su questa struttura è stato eretto in epoca successiva il palazzo nobiliare residenza della Marchesa "De Beaumont" e del Principe "Bonelli" suo marito. L'attuale proprietario, il Dott. Marcello Bellacicco, ha eseguito un rigorosissimo restauro, restituendo gli affreschi murari e del soffitto al loro antico splendore. Entrambe le strutture, benchè private, sono a disposizione dei visitatori gratuitamente, in quanto patrimonio della storia e dell'arte di Taranto.

Afferente al Consiglio Nazionale delle Ricerche, l'Istituto Sperimentale Talassografico "Attilio Cerruti" di Taranto ha sede in via Roma. Sono annessi un museo e una biblioteca contenente circa 5000 testi. I suoi principali campi di ricerca sono: Ciclio biochimici nel Mar Piccolo L'impatto della pesca di crostacei sulla biodiversità della costa del Salento. L'introduzione della Caulerpa racemosa e della Undaria pinnatifida; Biodiversità della flora batterica marina Coltura delle alghe a fini energetici. Vi lavorano circa una decina di persone, che hanno a disposizione uno specchio d'acqua antistante l'istituto, una imbarcazione di 15 metri e uno spettrometro di massa. Il museo annesso, visitabile, contiene una collezione di circa 3.000 reperti riferiti alla vita del mare e alla ricerca, alcuni risalenti al XIX secolo.

La città è sede di una Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari, di numerosi corsi erogati dall'Università degli Studi di Bari (tra i quali Economia, Veterinaria, Scienze Ambientali, Maricultura, Giurisprudenza), ed è sede decentrata della Libera Università degli Studi San Pio V di Roma e della Libera Università Maria Ss. Assunta di Roma. Per quanto riguarda le università pubbliche, esiste una proposta in Parlamento (la 2849 al Senato della Repubblica) per l'isituzione di una "Università degli Studi di Taranto" che è attualmente in esame. La città è sede anche di numerosi Licei (i primi furono il Liceo Ginnasio "Archita" e il Liceo Scientifico "Giuseppe Battaglini" del 1927), Istituti Tecnici e Biblioteche. La Biblioteca Comunale conta nella sezione "Rari" 33 manoscritti, 4 incunaboli, circa 300 cinquecentine, numerose opere del Seicento, del Settecento e dell'Ottocento e 4 pergamene.

Lo stemma civico di Taranto, riconosciuto ufficialmente nel dicembre del 1935, si presenta di colore Rosso e Blu e raffigura un giovanetto nudo a cavallo di un delfino, che impugna con la mano destra un tridente ed ha il braccio sinistro avvolto in un drappo. Questa figura è sovrastata da una fascia in cui ci sono due gruppi di lettere, divise da una conchiglia, che forma il nome greco di Taranto. Il giovanetto sarebbe Taras, figlio di Poseidone. Precedentemente al posto del giovanetto era raffigurato un uomo barbuto coronato, che portava al posto del drappo uno scudo con sopra uno scorpione; questo stemma venne abbandonato perché l'uomo barbuto non rappresentava Taras, morto fanciullo, bensì suo padre Poseidone. Dal 1964 Taranto è gemellata con Brest (Francia). Esiste un detto locale: tre sono le città più belle del mondo: Budapèst, Bucarèst e Tarde Nuèstr.
 
Hotel Alberghi dei Comuni della Provincia Taranto

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