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Vicenza soprannominata la città del Palladio, è un comune capoluogo dell'omonima provincia e sede episcopale.
STORIA DI VICENZA
Città d'arte tra le più importanti non solo del Veneto ma d'Italia, Vicenza ha origini romane ed è nominata per la prima volta nel 135 AC. In epoca medievale subì la dominazione degli Scaligeri. Dal 1404 al 1797 il lungo dominio della Repubblica di Venezia garantì quattro secoli di pace e benessere, le arti raggiunsero livelli eccelsi e l'economia prosperò. Il Cinquecento fu il secolo del grande architetto tardo-rinascimentale Andrea Palladio, che lasciò in eredità a Vicenza e al mondo intero un insostituibile patrimonio di architetture. Tra le opere principali la Basilica Palladiana nella centrale Piazza dei Signori, il Teatro Olimpico, Villa Capra detta la Rotonda posta appena fuori dall'abitato. La tradizione palladiana venne continuata da Vincenzo Scamozzi e da altri architetti fino al XVIII secolo. Nell'Ottocento, dopo la caduta di Napoleone, la città di Vicenza passò all'Impero Austro-Ungarico e successivamente fece parte del Regno Lombardo-Veneto, per unirsi nel 1866 al Regno d'Italia. Se durante la Prima guerra mondiale si combatté in gran parte nella provincia, la Seconda guerra mondiale colpì anche Vicenza, che fu gravemente danneggiata dai bombardamenti alleati. A partire dagli anni 1950 un forte sviluppo economico ed industriale ha fatto di Vicenza una delle città più ricche d'Italia. Per i suoi tesori artistici, Vicenza Città del Palladio è stata nominata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità.
Nel territorio sono presenti industrie metalmeccaniche, chimiche, farmaceutiche, cartarie ed editoriali. Particolarmente attivo è l'artigianato ed il settore orafo, di cui Vicenza è considerata la capitale. La manifestazione fieristica VicenzaOro è tra le più importanti al mondo nel settore. Il quotidiano più rilevante della provincia, il Giornale di Vicenza, ha qui la sua sede.
La principale squadra di calcio della città è il Vicenza Calcio, è detentrice di una Coppa Italia e di una Coppa Italia di Serie C. La squadra di pallacanestro femminile vanta una lunga tradizione, con 12 Scudetti, 5 Coppe dei Campioni, e 1 Coppa Ronchetti nel proprio palmares. La squadra di pallavolo femminile, promossa in serie A1 nella stagione 1997-98 ha vinto 1 Coppa Cev, 2 scudetti di Beach volley 4x4, e 4 Coppa Italia di Beach volley 4x4.
La Città di Vicenza e le Ville del Palladio nel Veneto Id. n. 712/712bis 1994-1996 C (i) (ii) Vicenza è una delle più antiche città del Veneto, nonostante la sua storia anteriore alla dominazione romana sia poco conosciuta. Pare siano stati gli Euganei ad averla fondata, ma i Galli la dominarono fino al 157 a. C., anno in cui, dopo essere stata annessa a Roma, venne chiamata Vicetia o Vincentia. Con l’imperatore Adriano attraversò un periodo particolarmente florido; fu poi saccheggiata dai Barbari, ma tornò a fiorire dapprima con i Goti e successivamente con i Longobardi e i Franchi. Divenne principato vescovile nel 1001, mentre dal XII al XIV secolo dichiarò guerra alle città vicine e passò di Signoria in Signoria, finchè nel 1404 aderì alla Repubblica Veneta. Il secolo d’oro di Vicenza è il Cinquecento: grazie al ricco Patriziato cittadino, nel periodo della Rinascenza vennero edificati vari palazzi e monumenti, per la maggior parte opera del grande architetto Andrea Palladio e dei suoi discepoli e continuatori. Dopo il dominio Napoleonico, nel 1813, Vicenza passò all’Austria; nel 1848 insorse e nel 1866 fu annessa al Regno d’Italia. Nel 1848 la bandiera del Comune venne fregiata di medaglia d’oro al Valor Militare "per la strenua difesa fatta dai cittadini contro il nemico nel maggio e giugno 1848"; nel 1994 la città ottenne un analogo riconoscimento per l’attività partigiana svolta durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 15 dicembre 1994, Vicenza è stata inserita nella lista dei beni "patrimonio dell’umanità". Nella "World Heritage List" risultano iscritti i ventitré monumenti palladiani del centro storico e tre ville site al di fuori dell’antica cinta muraria, pure realizzate dal famoso architetto. La città del Palladio può dunque fregiarsi del titolo di "patrimonio dell’umanità", poiché "essa costituisce una realizzazione artistica eccezionale per i numerosi contributi architettonici di Andrea Palladio che, integrati in un tessuto storico, ne determinano il carattere d’insieme. La città e le opere del Palladio hanno inoltre esercitato una forte influenza sulla storia dell'architettura, dettando le regole dell'urbanesimo nella maggior parte dei paesi europei e del mondo intero". Nel 1996 il riconoscimento dell'UNESCO è stato esteso fino a includere anche le ville palladiane dell’intero territorio provinciale (altre sedici). Vicenza è quindi uno dei siti UNESCO che possiedono il maggior numero di monumenti protetti: ben trentanove, anche se l’intero centro storico della città, modellato dal genio del Palladio, è considerato, a pieno titolo, "patrimonio dell’umanità". Il 15 dicembre 1994, il Comitato per il patrimonio mondiale UNESCO, riunito a Pukhet, in Thailandia, inserisce Vicenza nella lista, sulla base di due criteri: 1) Vicenza costituisce una realizzazione artistica eccezionale per i numerosi contributi architettonici di Andrea Palladio, che, integrati in un tessuto storico, ne determina il carattere d’insieme. 2) Grazie alla sua tipica struttura architettonica, la città ha esercitato una forte influenza sulla storia dell’Architettura, dettando le regole dell’urbanesimo nella maggior parte dei paesi europei e del mondo intero.
Vicenza sorge in un fertile tratto della pianura padana compreso fra i colli Berici ed i Lessini a 42° 32' 30" di latitudine nord e 11° 32' 30" di longitudine est da Greenwich. È situata in un importante punto di convergenza per le vie di comunicazione stradale e ferroviaria da e verso la Lombardia. L'attraversano i fiumi Retrone e Bacchiglione, che confluiscono a sud-est della città, e, di minore importanza, l'Astichello e la Seriola. L'espansione urbanistica, iniziata dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha interessato e tuttora interessa la periferia. Il centro storico, nonostante le ferite subite durante questa guerra, è rimasto pressochè inalterato: i palazzi, i monumenti e le chiese conservano intatta la loro fisionomia rinascimentale, motivo di vanto ed orgoglio per i vicentini e di grande ammirazione per i turisti che frequentemente visitano la città. La città si divide nei seguenti quartieri: Centro, Anconetta, Araceli, Barche, Bertesina, Bertesinella, Campedello, Casale, Cattane, Debba, Ferrovieri, Laghetto, Longara, Maddalene, Ospedaletto, Polegge, Riello, S. Felice, S. Giuseppe, S. Pietro, S. Pio X, Santa Caterina, Santa Croce, Santa Croce Bigolina, Saviabona, Settecà, Stanga, Tormeno, Villaggio dei Fiori, Villaggio del Sole.
Secondo la fantasia di alcuni umanisti vicentini, il primo nome di Vicenza fu Cimbria e mutò all'epoca della fondazione di Roma per un fatto singolare. Si narra infatti che il re di Roma, volendo abbellire la nuova città che era destinata, per volere degli dei, ad essere la più potente del mondo, convocasse artisti da ogni dove perchè costruissero sontuosi palazzi sulle rive del Tevere. Gli artisti ed i relativi luoghi di provenienza avrebbero gareggiato fra loro e sarebbe stata proclamata vincente quella città le cui maestranze avessero per prime ultimato l'opera. Iniziò la gara. Erano presenti i rappresentanti di ogni città, tranne quelli di Cimbria. La cosa suscitò l'ira di un vecchio saggio che a Cimbria rimproverò aspramente i suoi concittadini per l'avarizia che li aveva trattenuti dal partecipare. Fu tanto convincente che si decise di rimediare inviando a Roma gli operai e artisti più validi e pagandoli lautamente purchè recuperassero il tempo perduto. Questi partirono alla volta di Roma e lavorarono con tanto impegno che il loro palazzo, anche se iniziato con molto ritardo rispetto agli altri, fu utimato per primo. Il re di Roma proclamò i cimbri "vincentes" della pacifica gara e da quel giorno la loro città si chiamò Vicetia. L'episodio è certo frutto di fantasia; il problema dell'origine del nome della città non è stato finora risolto.
La presenza dell'uomo nel territorio vicentino risale alla preistoria. Lo confermano testimonianze archeologiche rinvenute nella pianura, nei colli e nella zona lacustre di Fimon. I primi abitatori furono probabilmente gli euganei che, verso il II millennio avanti Cristo, occuparono la vasta zona compresa fra il golfo di Monfalcone, la foce dell'Adige e il territorio a sud del Lago d'Iseo. Verso l'VIII secolo i veneti, una popolazione indo-europea proveniente dall'Illiria, sospinsero gli euganei verso le alture, costringendoli a trovar rifugio nelle Prealpi. I veneti si stanziarono in diversi centri già occupati dagli euganei e ne fondarono altri; fra questi fu probabilmente Vicenza. Situata ai piedi delle colline, in uno spazio delimitato da fitti boschi e vaste paludi, non ebbe forse un ruolo difensivo, ma fu piuttosto mercato e stazione di sosta. Il territorio occupato dai veneti non fu immune dagli attacchi dei galli e degli etruschi ed è probabile che nuclei di queste popolazioni siano riusciti a penetrare e a insediarsi in qualche località amalgamandosi con gli indigeni. A loro volta i veneti non si astennero dall'attaccare quegli stessi popoli, per allargare i loro confini.
Abbiamo notizia da Polibio che nel 390 a.C. i galli senoni, che si erano spinti fino a Roma, dovettero ripiegare in tutta fretta per difendere il loro territorio, occupato dai veneti. È probabile che fra questi ultimi e i romani esistesse un precedente accordo di collaborazione per la difesa dei territori del nord. È certo infatti che nel 225 i veneti furono a fianco dei romani contro i galli, alleati degli etruschi. Nel 216, poi, alcuni contingenti di veneti combatterono a Canne contro i cartaginesi di Annibale. Alla fine della II guerra punica, quando Roma conquistò la Gallia Cisalpina e l'Illiria, le città venete alleate si sottomisero a Roma e fra esse anche Vicenza (177 a.C.). Iniziò allora per la città uno dei periodi più felici della sua storia. Con la lex Pompeia (89 a.C.) ottenne il diritto latino e con la lex Iulia (49 a.C.) divenne municipio romano iscritto alla tribù Menenia, come comprovano alcune iscrizioni. Tacito definì Vicenza municipio di scarsa importanza militare, data la vicinanza a Verona e Padova. Era però tenuto in buon conto a Roma, come attestano una lettera di Decimo Bruto a Cicerone e una di Plinio il Giovane. Infatti Vicenza poteva vantare una struttura urbana ed un contesto sociale di un certo livello. L'economia agricola era completata da avviate fabbriche di laterizi; si estraevano marmi dalle cave delle montagne vicine; era fiorente una corporazione di lanaioli; operavano fabbriche, oculisti, geometri, falegnami e così via. La prosperità della città è confermata anche dalla bellezza e ricchezza degli edifici che la ornavano. Grandioso era, per esempio, il Teatro Berga, costruito all'epoca di Adriano (118-138 d.C.), lesionato forse in seguito dai terremoti del 1117 e del 1245, devastato da un incendio e infine smantellato un po' alla volta, fra il 1400 e il 1700, per utilizzarne marmi e statue. Un acquedotto riforniva di acqua la città partendo dalle campagne presso Caldogno e numerose abitazioni civili cittadine dovevano essere veramente splendide, a giudicare dai resti di pavimenti a mosaico rinvenuti un po' ovunque, alcuni dei quali possono essere ammirati al Museo Civico. E ancora di Vicenza romana parlano i torrioni, i ponti, i tratti di strada lastricata. La religione fu quella romana e pare fosse particolarmente diffuso il culto a Diana. L'evangelizzazione risale al I secolo d.C. Nel IV secolo, nel luogo in cui sorgevano un tempio a Venere e un cimitero pagano, furono sepolti i martiri vicentini Felice e Fortunato. Fra il IV e il V secolo Vicenza fu diocesi alle dipendenze del metropolita di Milano e alla fine del V secolo passò sotto la giurisdizione del vescovo di Aquileia.
Priva di mura e situata sulla via Postumia, Vicenza fu più volte saccheggiata dalle orde dei barbari che calarono in Italia fra il IV e il V secolo: nel 401 da Alarico, nel 404 da Radagaiso e nel 452 da Attila, flagello di Dio. Non era ancora ultimata la riedificazione della città che nel 455 giunsero i vandali guidati da Genserico e, nel 464, gli Alani. Caduto l'impero romano d'occidente (476), salì al trono un barbaro romanizzato, Odoacre, che governò con saggezza e rispettò la fede cristiana dei sudditi. Sotto di lui Vicenza godette di un periodo di prosperità e di pace, che continuò anche sotto il re ostrogoto Teodorico. Purtroppo, con la conquista dell'Italia da parte dei bizantini (535-553), anche Vicenza sopportò tirannie e violenza. L'esosa politica di Bisanzio alienò gli animi degli italiani e favorì lo scisma detto dei tre Capitoli, al quale aderì anche il vescovo di Vicenza.
Con la morte di Giustiniano (565) fu facile ai longobardi invadere le pianure dell'Italia settentrionale (568). Vicenza subì di nuovo saccheggi ed incendi e molte famiglie trovarono salvezza nelle isole della laguna veneta. I longobardi fecero di Vicenza un ducato con il permesso di coniare moneta longobarda in una zecca. Furono ampliati i confini verso Padova e tutto l'altopiano passò sotto il ducato vicentino. Alferisio, Wettari, Gaido sono nomi storicamente provati di duchi di Vicenza. Del duca Peredeo narra particolarmente Paolo Diacono. I toponimi tutt'ora esistenti dimostrano come siano state profonde le radici longobarde nel territorio: Fara di Lonigo, Fara di Breganze (vedere Fara Vicentino), Guarda (da wardan, torre di vedetta), Guizza (da wiffare, cioè porre un segno). Fra i vari reperti archeologia uno è la vasca di Fontana, fatta costruire da un certo Radoaldo, che si trova nella prima cappella a destra del duomo cittadino e che fu usata per secoli come fonte battesimale. Cimiteri longobardi sono stati ritrovati ad Orgiano, Sandrigo, Dueville, Montecchio Precalcino, Arzignano. Nel 671, con la conversione dei longobardi alla religione cristiana, anche nella diocesi di Vicenza, travagliata ancora dallo scisma dei tre Capitoli, riprese il fervore religioso. Esso fu alimentato dalle predicazioni dei benedettini che riconquistarono alla fede le genti della città e delle campagne, le aiutarono a far rifiorire l'agricoltura, che era in stato di abbandono per le traversie militari e politiche, e a bonificare gran parte del territorio. Gli ultimi re longobardi, Astolfo e Desiderio, arricchirono Vicenza di chiese e monasteri benedettini (San Felice e San Pietro).
Nel 773, su invito di papa Adriano I, Carlo Magno scese in Italia e sconfisse i longobardi. Anche Vicenza passò sotto il dominio dei franchi e fu Contea. Le notizie di questo periodo sono poco attendibili e per lo più avvolte di un alone leggendario. L'incapacità degli ultimi discendenti di Carlo Magno diede inizio ad un periodo di grande confusione, di debolezza e di ignoranza. Si sa con certezza che nelle campagne continuò la bonifica promossa dai benedettini di San Felice e che nell'823 Lotario I, trovando "lo studio delle umane lettere malandato, anzi affatto perduto", fece istituire a Vicenza una scuola per gli studenti della città, di Padova, di Asolo, di Feltre, di Treviso e di Ceneda. Nell'agosto dell'899, quando attraverso le Alpi Giulie entrarono in Italia le terribili orde degli ungari, anche Vicenza, che non possedeva fortificazioni, subì la loro violenza: il monastero di San Felice fu spogliato dei suoi tesori e quasi completamente distrutto. Fu allora che i vicentini si preoccuparono di erigere una cerchia di mura intorno alla città, con torri di vedetta quasi in ogni casa. Nelle campagne sorsero castelli di feudatari e di vescovi a difesa delle genti e delle chiese. Con Ottone I, re di Germania, incoronato imperatore dal Papa nel 962, rinasceva il Sacro Romano Impero. Ottone difese i confini dagli ungari e iniziò la serie di elargizioni ai vescovi e la pacificazione interna. In questo secolo Vicenza aveva raggiunto un pauroso decadimento civile e religioso, soprattutto a causa delle devastazioni prodotte dalle invasioni degli ungari. La ripresa religiosa iniziò nella II metà del secolo con il vescovo Rodolfo, che fece ricostruire la basilica e il monastero di San Felice, e proseguì con il suo successore, Lamberto. Anche la vita economica ebbe accenni di ripresa. Nel 983 saliva al trono Ottone III, che intensificò la politica a favore del clero iniziata dai suoi predecessori. Egli esentò infatti i castelli della chiesa vicentina dalla "tassa del fodro". Questo privilegio si aggiungeva ai molti altri concessi in precedenza e fu proprio l'esagerazione di tali favori a suscitare la reazione dei laici, con a capo Arduino d'Ivrea. Il vescovo di Vicenza Girolamo fu coinvolto nella ribellione di Arduino e costretto a scegliere fra questi e l'impero. Scelse il primo, ma pagò cara la sua scelta perchè Enrico II sconfisse Arduino e depose Girolamo privandolo persino dei suoi beni familiari. Il timore di perdere i privilegi temporali che l'impero garantiva spinse i vescovi seguenti ad appoggiare l'imperatore nella lotta per le investiture fra Gregorio VII ed Enrico IV. Nel 1122 la lotta aveva termine e cessava pure l'atteggiamento scismatico dei vescovi vicentini, che si sottomisero al loro vero sovrano.
Vicenza aveva mantenuto, anche nei momenti di massima decadenza, le sue tradizioni di origine romana. Per questo il potere dei duchi longobardi e dei conti franchi era sempre stato limitato nella città. Nei secoli IX e X, anzi, il conte ebbe il suo potere limitato al contado, mentre il governo della città passò nelle mani del vescovo, coadiuvato da organi laici. La cosa ebbe termine intorno al 1110, quando i vicentini insorsero contro il vescovo Torengo che accettò di lasciare loro l'autorità cui avevano diritto. Enrico III approvò l'atteggiamento dei vicentini e vietò a chiunque per il futuro di recar loro molestia. Intorno al 1115, dunque, Vicenza era un libero Comune con consoli, magistrati del popolo e tribuni della plebe. Si verificò un profondo mutamento sociale ed economico che vide la borghesia aumentare sempre più di importanza nei confronti dei feudatari. Le inevitabili rivalità esplosero in guerre esterne contro Padova e, cosa molto più grave, in guerre civili che insanguinarono città e territorio. Le due fazioni in cui Vicenza era divisa facevano capo ai Vivaresi, feudatari vescovili, e ai conti Maltraversi. Enrico IV rinfocolò gli odi con donazioni e privilegi al clero, il quale riprese a spadroneggiare allargando i propri diritti. La cosa non fu tollerata da quei vicentini di parte ghibellina che, capeggiati da Uberto Maltraverso, assalirono il castello vescovile di Brendola, dove si erano arroccati gli armati dei guelfi Vivaresi e il vescovo. Ebbero la meglio i guelfi. I Maltraverso e i loro seguaci dovettero andare in esilio e il vescovo confiscò i loro beni. Due anni dopo, però, l'imperatore scese in Italia e si incontrò a Verona con una delegazione ghibellina. Richiamò all'ordine il vescovo e gli ingiunse di restituire il maltolto. Uberto Maltraverso fu riconfermato rettore di Vicenza. Questi, oltre a governare saggiamente, iniziò una politica di buon vicinato con Padova facendo togliere le chiuse al Bacchiglione e lasciando che l'acqua defluisse ancora verso quella città. È chiaro che i guelfi non potevano, di punto in bianco, abbandonare i rancori e le aspirazioni al potere. Essi infatti continuarono le loro azioni di disturbo attaccando i padovani o i veronesi o i trevisani. Le rivalità interne erano molto aspre, però contro il nemico comune i vicentini sapevano presentarsi uniti. Quando scese in Italia Federico Barbarossa, che nella dieta di Roncaglia obbligò le città ad accettare un vicario, Verona, Padova, Treviso e Vicenza cacciarono il rappresentante imperiale e si unirono (1158) nella Lega Veronese. Nel 1167 questa si fuse con la Lega Lombarda. Uno dei due capitani generali della Lega Lombarda fu Ezzelino II il Monaco, grande e temuto discendente degli Ezzelini che erano scesi in Italia al seguito di Corrado III ed erano stati da lui investiti delle giurisdizioni di Onara e di Romano.
Nel 1170 Ezzelino era divenuto rettore di Vicenza ed aveva retto le sorti della città con saggezza e giustizia. Mentre era assente, impegnato nella guida della Lega Lombarda, i vicentini occuparono Bassano che era un suo feudo. Ezzelino attese tempi più idonei per vendicarsi. Con la pace di Costanza (1183) fu ufficialmente riconosciuta la piena libertà dei Comuni veneti e lombardi. Vicenza instaurò il governo del libero Comune retto da un podestà, dal consiglio maggiore o arrengo (composto da 400 membri, scelti fra diverse famiglie dei quartieri cittadini, che avevano molti ed importanti poteri) e dal consiglio minore (40 membri con poteri limitati). Il podestà veniva eletto una volta l'anno nel giorno di San Michele. Egli doveva essere straniero, affinchè nessun cittadino "si innalzasse, nè per prieghi per tema o per altro disservizio potesse mancare la giustizia". Alla fine del XII secolo si ebbe una forte recrudescenza delle lotte tra vicentini e padovani, che avevano occupato il castello di Montegalda. I vicentini, aiutati da Ezzelino, ebbero la meglio. Qualche anno dopo, in occasione dell'annuale nomina del podestà, ripresero le lotte interne fra i Vivaresi ed i Maltraverso. Questi ultimi ottennero la nomina per il bolognese Giacomo De Bernardi il quale, per sdebitarsi, bandì dalla città Ezzelino. Questi allora attaccò Bassano, la tolse ai vicentini e la vendette a Padova. I rettori della Lega Lombarda, ai quali i vicentini si erano rivolti, ingiunsero ai padovani di riconsegnare Bassano a Vicenza, ma l'ingiunzione non sortì alcun effetto perchè i padovani, riavuto il loro denaro, consegnarono Bassano ad Ezzelino. Vi fu anche un furioso e vittorioso intervento dei veronesi in favore dei vicentini contro Ezzelino e contro Padova. Poi Ezzelino fu ancora accolto in Vicenza e, qualche anno dopo, rieletto podestà. Vicino alla vecchiaia e stanco delle contese per il potere, si ritirò in un convento vicino ad Oliero, dopo aver diviso i beni fra i suoi due figli, Ezzelino ed Alberico. Il primo si fece ben presto eleggere podestà a Verona con l'aiuto dei Montecchi e aiutò suo fratello ad ottenere la podesteria di Vicenza (1227). La loro potenza crebbe così celermente che le parti guelfe di ben sette città si confederarono col giuramento di difendersi a vicenda dagli Ezzelini: Brescia, Verona, Padova, Vicenza, Treviso, Mantova e Ferrara. Nonostante ciò, nel 1232 Ezzelino III si impadronì definitivamente di Verona. Nel 1236 Federico II entrava in Verona. Egli intendeva realizzare ciò che non era riuscito a Federico I, cioè l'assoggettamento delle città italiane. Accompagnato dal fedele Ezzelino, l'imperatore si presentò poi sotto le mura di Vicenza, ma trovò le porte sbarrate ed i cittadini in armi. Il marchese Azzo d'Este non inviò però gli aiuti promessi, per cui la città dovette arrendersi: fu saccheggiata orrendamente e poi data alle fiamme. Nominato vicario imperiale, Ezzelino dominò sulle città venete fino alla morte di Federico II (1250). Vicenza fu completamente sconvolta nel suo ordinamento sociale, civile e religioso dal crudele tiranno che si appropriò dei beni degli enti ecclesiastici e delle famiglie più ricche e si macchiò di delitti che gli meritarono l'appellativo di "belva umana". Contro di lui si sollevarono i guelfi, le famiglie che aveva spodestato e perfino Manfredi di Sicilia. Si costituì una vasta lega: assalito e ferito a Cassano d'Adda, Ezzelino III si rifugiò a Soncino dove mori per le ferite riportate (1259). Morto Ezzelino, i vicentini si vendicarono sui suoi discendenti e soprattutto sui suoi sostenitori. Furibonde si riaccesero le lotte in città e in tutta la marca vicentina per il possesso dei castelli di Magrè, Bassano, Thiene, Arzignano, Valdagno, Marostica e Belvicino. Alla fine una delegazione di esuli in Verona, spaventati dai luttuosi avvenimenti che portavano alla rovina la città, si diresse verso Padova a chiedere aiuto. La delegazione si incontrò a Grisignano con una rappresentanza di magnati padovani e a questi, in nome del popolo vicentino, chiesero "tutela" perchè in Vicenza cessasse di scorrere il sangue. I padovani "a maggior garanzia di protezione" vollero le chiavi della città. Da quel momento la "tutela" si mutò in sottomissione e durò per ben 45 anni (1266-1311).
Quando Enrico VII di Lussemburgo scese in Italia (1310), il cuore dei vicentini si aprì alla speranza di liberazione. Fu mandato un messaggero a Milano per chiedere l'intervento dell'imperatore contro i padovani. La richiesta fu accolta: significava anche l'appoggio dei vicentini contro la ribelle Padova. Fu incaricato di occupare Vicenza il vescovo Aimone di Ginevra che, coadiuvato da Cangrande della Scala, il 15 aprile del 1311 entrava nella città che gli aveva aperto le porte. Vicenza fu governata per quasi un anno dai vicari imperiali Vanizeno da Pisa e Aldrighetto da Castelbarco. Però il fallimento del programma imperiale e la nomina di Cangrande vicario di Verona preparavano per Vicenza giorni tristi. Infatti nel febbraio del 1312 Cangrande divenne vicario di Vicenza. Il dominio scaligero fu tuttavia più benefico di quello padovano. Sotto gli scaligeri fu ampliata la cerchia delle mura di Vicenza, furono innalzate torri di vedetta, furono modificati gli statuti (la nomina del podestà spettava al signore), rifiorirono le arti e la cultura, fu ricostruita l'abbazia di Sant"Agostino ed elevata la torre di San Felice con merlature e barbacani. Nonostante questo, Vicenza fu trascinata nelle guerre che gli scaligeri condussero contro i padovani e ne pagò le spese con terribili distruzioni e saccheggi del territorio e dei sobborghi. Solo nel 1329 la guerra finì, con l'occupazione di Padova. Nel 1336 le fortune scaligere subirono un forte colpo e la signoria si ridusse a Verona e Vicenza. In seguito decadde progressivamente per concludersi in modo tragico. Ultimo signore scaligero fu Antonio, che aveva fatto assassinare il fratello Bartolomeo. Temendo un attacco contemporaneo dei Visconti, che accampavano pretese su Verona, e dei ferraresi, egli si alleò con Venezia. Vicenza fu nuovamente devastata dai padovani, ma resistette eroicamente per sottomettersi ai Visconti. Il 22 ottobre 1387 Ugolotto Biancardo occupava Vicenza in nome di Giangalcazzo Visconti.
La dominazione viscontea durò, per fortuna, solo 20 anni e non fu certo benefica: Giangaleazzo era sempre impegnato in guerre ed il costo di queste gravava sui sudditi sotto forma di dure tasse. Alla sua morte Francesco Novello da Carrara cercò di impadronirsi di Vicenza ma questa volta i vicentini opposero una disperata resistenza ed invocarono l'aiuto della Serenissima Repubblica di Venezia. Nell'anno 1404 Giampietro Proti e Giacomo Thiene, in nome del popolo vicentino, fecero dono della città alla Serenissima.
Il 26 marzo 1406 il giureconsulto Simeone Thiene ottenne dal doge Michele Steno che la città continuasse a governarsi con i vecchi statuti; unica differenza: il rettore doveva essere veneziano. E questo non fu certo un dato negativo, perchè la giustizia fu amministrata senza considerazione di differenza di censo e le imposte non furono gravose. Soltanto in caso di guerra la città doveva provvedere ad armare e vettovagliare gli uomini necessari alla Serenissima. Quindi, se si escludono le micidiali pestilenze del 1426, del 1467 e del 1485 e le minacce di attacco alla città da parte degli ungari, nemici di Venezia, questo primo secolo di dominio veneziano fu abbastanza positivo per Vicenza. Fra gli avvenimenti importanti sono da ricordare: in campo artistico l'imitazione dell'architettura veneziana agli inizi del secolo e di quella lombardo-emiliana verso la fine; in campo culturale la diffusione dell'arte della stampa in città e a Schio; in campo sociale l'istituzione del monte dei pegni per i bisognosi (1486) e, cosa che certo non onora, la cacciata degli ebrei dalla città e da tutta la provincia. Il '500 si apri purtroppo con auspici nefasti per Venezia e di conseguenza anche per Vicenza. La potenza della Serenissima, sempre crescente per mare e per terra, non era vista di buon occhio dalle altre potenze, e meno di tutti dal Papa. Il 10 dicembre 1508 Massimiliano I, Luigi XII, Ferdinando il cattolico ed il papa Giulio II si coalizzarono nella lega di Cambrai contro la cristianissima Venezia. Nel 1509 con la battaglia di Agnadello (Cremona) i francesi arrestarono per sempre l'espansione di Venezia in terraferma infliggendole una tremenda sconfitta. In quella battaglia persero la vita anche centinaia di fanti vicentini. Alla vittoria dei francesi, che si impadronirono di Crema, Cremona, Brescia e Bergamo, conseguì un certo sbandamento per le città venete. Fu questo il momento del quale approfittò il fuoruscito Leonardo Trissino. Il Trissino era un avventuriero che, bandito da Vicenza per omicidio, era riparato in Germania dove era entrato nelle grazie dell'imperatore Massimiliano. Dopo Agnadello i vicentini si rivolsero a lui per trattare con l'imperatore, ma egli riuscì a convincere il sovrano che, con la complicità di alcuni suoi parenti ed amici, avrebbe potuto facilmente consegnargli Vicenza e Padova senza colpo ferire. Chiese che gli venisse affidata la missione e pochi uomini per condurla a termine. L'imperatore aderì all'ambizioso disegno. Leonardo Trissino scese a Rovereto e da qui, con un centinaio di uomini, si diresse verso Schio, dove si unirono a lui molti volontari (gli scledensi non avevano mai perdonato a Venezia di averli lasciati sotto la giurisdizione di un vicario vicentino). Giunto a Vicenza, il Trissino fu accolto con festeggiamenti: fu ammainata la bandiera di San Marco e furono innalzate le insegne imperiali. Venuto a conoscenza del successo, l'imperatore mosse alla volta dell'Italia. Si fermò a Marostica, poi entrò in Vicenza. Il Gran Consiglio lo accolse con onori e lo ospitò nel palazzo vescovile, mentre i nobili del suo seguito venivano ospitati nelle ricche dimore della città. L'imperatore obbligò la città ad una donazione di 10.000 ducati per la sua campagna contro Padova, poi, lasciata una guarnigione di 1.000 uomini e 500 cavalli (le spese a carico dei vicentini) si diresse verso quella città e la strinse d'assedio. Tuttavia in un mese non riuscì a scalfire la resistenza dei padovani per cui, avvicinandosi l'autunno, levò il campo e si diresse verso Trento. Nel frattempo, fra alcuni nobili vicentini nostalgici e Venezia erano intercorse trattative segrete: non appena i tedeschi voltarono le spalle, i veneziani entrarono in Vicenza. Ma un duro destino attendeva ancora la città. Infatti l'imperatore ed il re di Francia si allearono ancora contro la Serenissima: il 24 maggio del 1510 soldati tedeschi e francesi entrarono in Vicenza e la saccheggiarono. Non rispettarono nè le chiese, nè il monte di pietà, nè le case dei poveri; obbligarono i vicentini ad un versamento di 50.000 ducati e, quando proprio non ci fu più nulla da portar via, si riversarono nei villaggi vicini. Rubarono tutto il possibile, bruciarono le case ed usarono le più abominevoli sevizie contro i malcapitati che non erano riusciti a fuggire o a nascondersi. A queste sciagure, alla fine di quell'anno, si unì una terribile pestilenza. Per circa altri sette anni Vicenza non conobbe tranquillità, perchè passò da un padrone ad un altro. Finalmente il 12 gennaio del 1517 i francesi, ormai alleati dei veneziani, ricevettero dalle mani del vescovo di Trento le chiavi di Verona, l'ultima roccaforte dell'imperatore in Italia: chiavi che i francesi cedettero ai veneziani per 10.000 ducati. Da quel momento Venezia riprese a governare con l'abituale giustizia e benevolenza in tutte le città del Veneto. Dalla metà del '500 alla fine del '700 Vicenza potè godere di un lungo periodo di tranquillità e di benessere e per la tradizionale operosità dei suoi abitanti potè ben presto godere di nuovo splendore ed agiatezza. Rifiorirono tutte le attività: i lanifici di Schio, Valdagno e Marostica moltiplicarono la loro produzione; nelle botteghe di artisti ed artigiani prosperarono le commesse; si intensificò l'estrazione della pietra e dei marmi per nuove costruzioni; l'antica arte della lavorazione dell'argilla si trasformò in arte della ceramica; nelle campagne i filari delle vigne si appoggiarono a nuovi gelsi, utilissimi per il prospero allevamento dei bachi da seta; si intensificò l'allevamento di bovini, equini e suini. Il mercato veneziano, fiorentissimo in Europa e in Oriente, assorbiva tutti i prodotti. Il commercio prosperò arricchendo molte famiglie e, com'è natuiale, chi si arricchiva desiderava circondarsi di cose belle. In questo clima rifiorirono l'arte e la cultura. Molte erano le accademie, prima fra tutte quella Olimpica, che univano persone di censo e di cultura intorno a poeti, filosofi, medici, musicisti, pittori, incisori, architetti e scultori. Furono molti in questo e nel successivo secolo i figli di Vicenza degni del ricordo dei posteri: il navigatore e cronista Antonio Pigafetta; San Gaetano Thiene; Luigi da Porto, autore della novella Giulietta e Romeo che ispirò a Shakespeare la nota tragedia; Giangiorgio Trissino, grammatico e filosofo; Nicolò Vicentino e Leon Leoni, musicisti; Girolamo Dal Toso, pittore; gli Albanese, scultori; Vincenzo Scamozzi e il grandissimo Andrea Palladio, architetti. Fu quest'ultimo, nato a Padova ma sempre vissuto a Vicenza, che contribuì in modo determinante, con le opere e gli insegnamenti, a dare un volto nuovo alla città e al territorio e un indirizzo all'architettura europea e d'oltre oceano per ben due secoli. Purtroppo le gare per l'ostentazione del censo e delle ricchezze e la sete di divertimenti facevano un triste contrasto con la miseria dei sobborghi dove vivevano i derelitti il cui solo mezzo di sostentamento erano gli espedienti e più spesso i furti o gli assassini, anche su commissione di nobili rivali. A questo si aggiungano le epidemie che colpivano più facilmente i denutriti. Essi venivano relegati nel lazzaretto, l'ospedale di Nazareth vicino alla chiesa di San Giorgio in Gogna. Le pestilenze mieterono più vittime delle guerre. Furono un malanno che si ripresentò quasi a scadenza fissa, dovuto soprattutto alla mancanza d'igiene, alla denutrizione e alle scorrerie delle milizie mercenarie che propagavano il contagio. Spesso fu preceduta da epizoozia (peste bovina). Nel 1577 fece molte vittime, ma quella del 1630, ricordata dal Manzoni, fece nella sola Vicenza ben 11.000 vittime e circa 30.000 nella provincia. L'epidemia si era propagata nel Vicentino portata da alcuni mercanti di Arzignano che si erano recati per acquisti a Verona, dove si trovavano numerosi lanzichenecchi, i portatori della peste che si erano accampati a Valeggio in attesa di assalire Mantova. L'indigenza e la prostrazione causate da tale flagello non erano ancora del tutto scomparse quando, il 25 febbraio 1695, Vicenza fu scossa da un violento terremoto che fece crollare diversi edifici.
Agli inizi del 1700 si irradiò dalla Francia, divenendo movimento filosofico europeo, l'Illuminismo, la cui idea fondamentale fu quella del "diritto universale delle genti". Ne scaturì lo spirito di "libertà, eguaglianza e fraternità" che improntò la rivoluzione americana prima e quella francese poi. L'allettante messaggio degli illuministi portò un nuovo fremito anche nelle città italiane, che guardarono con speranza all'astro nascente di Napoleone. In realtà questi cercava uno sbocco all'Adriatico per la Francia e terre e ricchezze per condurre le sue ambiziose campagne militari. L'avanzata dei francesi fu bloccata per qualche giorno a Verona (pasque veronesi) poi dilagò nelle città e nelle contrade. Il 27 aprile del 1797 il generale francese La Hotz occupava Vicenza, dove veniva proclamata la municipalità provvisoria. Nello stesso 1797, però, con il trattato di Campoformio, che segnava la fine della repubblica veneta, la Francia cedeva all'Austria i territori ex veneti in cambio della Lombardia. Nel gennaio del 1798 le truppe austriache entravano a Vicenza accolte con gioia dai cittadini che avevano dovuto sopportare dai francesi saccheggi e ruberie peggiori di quelle compiute dai soldati di Massimiliano. Nel 1800, dopo la battaglia di Marengo, tornarono i francesi, ma già nel 1801, dopo la pace di Lunéville, si ripresentarono gli austriaci. Nel 1805 Vicenza fu definitivamente in mano francese ed entrò a far parte del Regno d'Italia. Nel 1812, però, Napoleone dovette subire la disastrosa sconfitta di Russia. Si riunì a Vienna nel 1814 un congresso fra le potenze vincitrici e Vicenza fu unita al Lombardo Veneto, che venne assegnato all'Austria (1815). La prospera attività dei vicentini, che nel 1400 e nel 1500 nonostante le pestilenze, le guerre e le carestie aveva reso Vicenza invidiabile per l'allevamento dei bachi da seta, il commercio e la produttività dei setifici e dei lanifici, aveva rallentato il ritmo nei primi decenni del 1600 fino a tutto il 1700. Durante il trentennio di dominio austriaco, la rilassatezza si acuì. Nonostante un certo impegno degli austriaci, Vicenza appariva come una vecchia dama decaduta, ricca di tanti ricordi, dignitosa e apparentemente serena. Le condizioni di vita non erano prospere: l'agricoltura e l'allevamento del bestiame erano sempre meno sufficienti del fabbisogno; le antiche attività dei setifici e dei lanifici erano in crisi perchè le macchine erano ormai inadeguate a competere con la produzione delle nazioni d'oltralpe e per l'impossibilità di scambi determinata dalle barriere politiche. Lo scontento era perciò molto diffuso quando giunse anche a Vicenza la notizia dell'insurrezione di Vienna (1848). "Il popol dei morti surse" e dal 20 al 22 maggio cacciò gli austriaci dalla città. Fu allora che Radetzky, accorso, mise l'assedio e lo tenne fino al 10 giugno 1848. In questo nefasto giorno i valorosi vicentini dovettero capitolare per salvare la loro città dal bombardamento che Radetzky minacciava dall'alto di Monte Berico. I cittadini di Vicenza si chiusero in un sordo rancore fino al 18 novembre 1866, quando, finita la terza guerra d'indipendenza, le truppe italiane liberarono la città dal giogo austriaco e la civica bandiera, insignita di medaglia d'oro al valore dal re Vittorio Emanuele II, salutò l'unità dell'Italia. Il contributo di sangue dei vicentini, che era stato tanto generoso durante le guerre d'indipendenza, fu ancora più cospicuo nella I guerra mondiale (1915-1918). La città, situata nelle immediate retrovie, fu sede di comando d'armata. Teatro della parte più cruenta della guerra furono il Monte Pasubio, l'Altopiano di Asiago e il Monte Grappa. Ancora più triste fu per i vicentini la II guerra mondiale. Tanti morirono nei più lontani fronti, nei campi di concentramento, nelle camere a gas predisposte dall'infamia nazista, nelle case e nelle strade della stessa città, vittime della spietata violenza dei bombardamenti aerei. A causa di questi Vicenza fu anche mutilata dei monumenti più cari, alcuni dei quali furono totalmente distrutti. Molti vicentini ricordano la sera del 18 marzo 1945, quando un'incursione aerea martellò a lungo la città con spezzoni incendiari e fu più intensa nel centro storico. In quel bombardamento fu colpito il cuore di Vicenza: la Basilica palladiana. La cupola arse tutta la notte e crollò rovinosamente. Fu una grave ferita per i vicentini che, a guerra finita, intrapresero senza indugio l'opera di ricostruzione per ridare alla loro città il suo vero volto.
Nel 1960, quando ad est della chiesetta di San Giacomo furono iniziati gli scavi per la costruzione della Standa, vennero alla luce una quantità di piccole lamine di evidente fattura paleoveneta. Queste laminette, di rame sbalzato, raffigurano processioni di guerrieri con grande scudo ovale o rotondo e figure femminili e maschili, nude o panneggiate, in atteggiamento di offerta. Da questo si deduce che probabilmente, circa 3000 anni fa, in quel luogo sorgeva un tempio dove i progenitori dei vicentini portavano doni e offerte per propiziarsi la divinità. Oggi questi reperti possono essere ammirati nelle sale al pianterreno del Museo Civico.
Agli inizi del II secolo d.C. sorse a Vicenza il teatro di Berga. Purtroppo di questo teatro, costruito probabilmente con le pietre delle cave di Costozza, oggi si possono vedere solo alcune statue o frammenti di sculture, conservati nel civico Museo. Il teatro sorgeva nel tratto oggi compreso fra via SS. Apostoli e piazzetta Gualdi. Negli scantinati delle abitazioni di quest'area si trovano i resti delle fondazioni della scena, della cavea e delle murature.
Basilica dei Santi Felice e Fortunato. È uno dei più significativi monumenti dell'arte paleocristiana dell'alta Italia. Fu costruita sull'area di una necropoli pagana forse dopo l'editto di Costantino (313), per custodire le reliquie dei santi vicentini Felice e Fortunato, martirizzati durante le persecuzioni di Diocleziano e Massimiano (303). La sua pianta era ad aula rettangolare. Verso la fine dello stesso secolo la chiesa fu quasi raddoppiata e divisa in tre navate con due file di otto colonne ciascuna. Nel V secolo fu aggiunto a destra il Martyrion, per conservare i resti mortali degli altri martiri della zona e, a sinistra, un battistero poligonale. Nell'899 la basilica non fu risparmiata dalla furia distruggitrice delle orde degli ungari. Si salvarono soltanto il Martyrion e una parte del muro perimetrale destro. Verso la fine del X secolo fu ricostruita con il contributo dell'imperatore Ottone II dal vescovo Rodolfo che, nel 983, la consegnò ai benedettini, che da oltre un secolo avevano dimora nei pressi di Vicenza. La ricostruzione fu fedele e rispettò la pianta precedente, ma l'abside, che era rettangolare, fu modificata in semicircolare. Fra questa e il Martyrion i benedettini costruirono un nuovo battistero. Affiancata alla base del battistero paleocristiano distrutto dagli ungari fu innalzata la torre campanaria. Nella luminosa facciata, le cui lesene seguono la tripartizione interna data dalle navate, furono aggiunti come motivo decorativo archetti ciechi, un rosone e, sopra questo, una piccola croce bizantina. Nel 1117, dopo un terremoto, fu necessario provvedere ad un restauro e in questa occasione fu ingrandita la cripta; fu anche innalzato il campanile (1160), escluse le merlature che sono di epoca scaligera e la cuspide che è del '400, come il nuovo battistero. Verso la fine del '600 la basilica fu manomessa all'interno con stucchi e marmi barocchi. I lavori per la riscoperta della costruzione originale furono ultimati dopo la fine della Il guerra mondiale per merito del parroco archeologo Don Giuseppe Lorenzon, morto nel 1968. All'interno della basilica si possono ammirare i mosaici paleocristiani del pavimento (IV secolo); l'abside tutta affrescata da Giulio Carpioni (1611-74); due bellissimi dipinti ("Strage di cinque innocenti" e "Sante Vergini") pure del Carpioni; una statua della Vergine e un tabernacolo gotico, opere di Antonino da Venezia (notizie 1429-58). Nel Martyrion sono tracce di affreschi e di mosaici (V secolo). Nella cripta è custodito parecchio materiale di origine romana.
Chiesa di Santa Corona. È una delle più belle chiese di Vicenza, senza dubbio quella che raccoglie il maggior numero di opere d'arte. Inoltre è il primo esempio di chiesa gotica sorta nel Veneto. La sua costruzione fu iniziata nel 1261 per conservare la reliquia della Santa Spina dono del re Luigi IX di Francia, il Santo, al vescovo Bartolomeo da Breganze. La facciata, a capanna, conserva le strutture romanico-gotiche anche se restaurata. Nel 1872-74, infatti, fu rinnovato il rivestimento in cotto e rimaneggiato il portale, furono modificate le finestre laterali e innalzati i pinnacoli. Anche all'interno la chiesa, la cui pianta è a croce latina divisa in tre navate, ha subito nel corso dei secoli trasformazioni e ampliamenti. Le pareti dovevano essere originariamente molto decorate (affiorano pochissimi frammenti di affreschi): furono tinteggiate durante la peste del 1630 e gli affreschi furono totalmente ricoperti. Le cappelle, fatte costruire quasi tutte da nobili della città per adempiere a voti o per custodire monumenti funebri, tombe di famiglia o semplicemente per cristiana pietà, sono numerose. La più sfarzosa è la cappella Garzadori, l'ultima a sinistra, nella quale campeggia la meravigliosa tavola raffigurante il "Battesimo di Gesù" di Giovanni Bellini (circa 1430-1516), una delle opere più complete del grande maestro. Nella terza cappella a destra è stata di recente ricollocata "L'adorazione dei Magi", stupenda pala di Paolo Veronese (1573) che fino a qualche anno fa era esposta a sinistra della cappella della Sacra Spina nel transetto. Nell'altare della Madonna delle Stelle, sempre nella parte sinistra, c'è una pala raffigurante una "Madonna col Bambino" di autore ignoto nella cui parte inferiore è una delicata veduta di Vicenza medioevale, con lo sfondo delle Prealpi, attribuita al Fogolino (secolo XVI). Uno degli ultimi dipinti di Bartolomeo Montagna (circa 1450-1523) è nell'altare della Maddalena, ai piedi del quale è sepolto Luigi da Porto, autore della novella "Romeo e Giulietta". La cappella del Rosario, a destra, costruita nella prima metà del '600, dove sorgevano due piccole cappelle del '400, è fastosa di decorazioni marmoree degli Albanese (secoli XVI-XVII) e di dipinti dei Maganza (secoli XVI-XVII) e della loro scuola. Nella cappella Thiene è conservata la tela "SS. Pietro e Paolo e Pio V adorano Maria", l'opera più completa di Giovanni Battista Pittoni (1687-1767). Qui si trovano i sepolcri di Giovanni e Marco Thiene, entrambi della fine del '300 o dell'inizio del '400; In questa chiesa-galleria d'arte si conservano ancora dipinti del Zorzi, di Leandro Bassano, di Francesco Maffei e di altri pittori dal 1400 al 1700. L'ampio presbiterio sopraelevato fu fatto costruire tra il 1482 e il 1489 dai domenicani col contributo della nobile famiglia Sesso ed è attribuito a Lorenzo da Bologna. Ai lati della scalinata in marmo bianco e rosso vi sono le scale che portano alla cripta. L'altare che campeggia al centro dell'abside è del 1669, tutto istoriato a scene ottenute con intarsi preziosi di marmo, opera del fiorentino Antonio Corberelli (secolo XVII) e di suo figlio Domenico (secolo XVIII). Presenti con pregevoli sculture anche i fratelli Angelo (1654-1720 circa) e Orazio Marinali (1643-1720). Non poteva mancare la firma del Palladio (1508-80) che, anche se non scritta, è chiaramente leggibile nelle strutture della cappella Valmarana nella cripta. Alla sinistra del presbiterio si apre la cappella della Sacra Spina; qui, in uno stupendo reliquiario gotico, opera dell'oreficeria vicentina del '300, è conservata la reliquia donata dal re di Francia. Stupenda, dalla parte del giardino, la vista della fiancata del tempio con lo scorcio dell'abside e dell'elegante campanile che ha cella campanaria con bifore e cuspide su tiburio ottagonale. Chiesa di S. Lorenzo. La sua costruzione fu iniziata dopo il 1280 su un'area che prima era occupata da una chiesetta dedicata allo stesso Santo. Per la sua architettura è una delle basiliche romanico-gotiche tra le più belle del Veneto. La facciata, a capanna, è divisa in due parti nettamente distinte e diverse, ma così complementari da formare un insieme quanto mai armonico. La parte superiore, romanica, è ingentilita da archetti ciechi, da cinque fori e, al centro, da un rosone. La parte inferiore è superbamente scultorea con sette arcate e, tra le tre arcate centrali, il grandioso portale strombato che ospita nella lunetta una scultura di Andriolo De Santi (1344). Sopra il portale una lunetta, incorniciata con motivi floreali: al centro "Madonna col Bambino in trono, San Francesco e San Lorenzo che le presenta un nano" (il nano è Pietro da Marano, consigliere degli Scaligeri, committente dell'opera). L'architrave è decorato con piccole nicchie, nove in tutto: in quella centrale vi è l'immagine del Padre Eterno e, ai suoi lati, le figure di 8 santi. Gli strombi sono dati da colonnine e pilastri alternati. Le due colonne di testa sono rette da due leoni su zoccolo. In ogni arco (due per parte affiancano il portale) vi sono urne del '300 sormontate da baldacchini archiacuti. La pianta del tempio è a croce latina. Le tre lunghe navate, che si concludono nell'abside, sono date da due file di giganteschi fusti rotondi in pietra. Finestre e rosoni danno luce all'interno. Nel braccio destro del transetto vi è il bellissimo altare dei Poiana del 1400, con un trittico in pietra meravigliosamente conservato e, nella lunetta dell'arco, una crocifissione da alcuni attribuita al Montagna. Nella parete a destra di questo altare è murata l'urna che contiene le spoglie del poeta Giacomo Zanella. La tribuna absidale è data dal presbiterio e da due cappelle laterali. Nella cappella di destra vi è un sarcofago; nel presbiterio due monumenti funebri della famiglia Da Porto e, di fronte a questi, due grandi tele del Pittoni. Nella cappella di sinistra, su un altare del 1700 campeggia un bellissimo gruppo di Antonino da Venezia (notizie 1429-58): "Madonna col Bambino fra i Santi Pietro e Paolo". Nella parte destra di questa cappella c'è un grande affresco del Montagna irrimediabilmente rovinato e quasi illeggibile, nonostante i tentati restauri. Il tempio fu barbaramente profanato nel periodo napoleonico e chiuso al culto per oltre un secolo. I lavori di restauro e di rinforzo sia all'interno che all'esterno, iniziati nella prima metà dell'800 e interrotti durante la prima guerra mondiale, durarono fino al 1927. Fu in questa occasione che, demolite le casette addossate all'abside, vennero alla luce i resti di una strada lastricata romana.
Duomo. Il tempio fu in parte distrutto dai bombardamenti aerei del 1944-45, ma i restauri, iniziati alla fine della guerra, gli hanno ridato l'aspetto originale. È una costruzione di origine paleocristiana, ricostruita poi nel secoli VIII, XI e XIII. L'edificio attuale fu iniziato nel '300 e terminato, con varie interruzioni, nel '500. La prima aula del 1300 era a una sola navata. Nel 1400 e nel 1500 furono aggiunte le cappelle laterali che, a destra per chi guarda dall'esterno, sembrano incorporate in un'unica navata; quelle di sinistra, a pianta ottagonale, divise e di dimensioni diverse, danno su un piccolo giardino. La facciata gotica, attribuita a Domenico da Venezia, porta nella fascia del fregio la data di costruzione: 1467. Prima che fosse costruita si accedeva al tempio per la loggia, distrutta da un incendio nel 1384. Al rifacimento del XIII secolo risale il portale del fianco destro che è datato 1290. È certo che il Duomo sorse sull'area della Vicenza romana. Pare che il disegno della tribuna debba attribuirsi a Lorenzo da Bologna, ingegnere del Duomo dal 1479. L'altare Dall'Acqua, di marmi pregiati, è opera di Giovanni da Pedemuro (attivo 1495-1550) e Girolamo Pittoni (1504-50 circa). I lavori per la definitiva copertura della tribuna furono diretti dal Palladio (1565). Negli ultimi restauri la tribuna è stata un poi trasformata: è stato spostato l'altare Dall'Acqua ed è stata tolta la balaustra. Delle diverse cappelle ai due lati sono da menzionare: la terza a destra, decorata con stucchi e marmi della scuola degli Albanese, dove sono esposti i pregevoli quadri "Adorazione dei Pastori" di Alessandro Maganza (1556-1630 circa) e "Adorazione dei Magi" di Francesco Maffei (1600-60). Sull'altare settecentesco della sesta cappella, sempre a destra, vi è una pala di Giovanni Battista Pittoni (1687-1767). Nella sesta cappella di sinistra, opera di Lorenzo da Bologna (1483), si possono ammirare episodi della "Passione di Gesù" di Alessandro Maganza, mentre nella quinta vi è una grande pala di pietra dipinta di Antonino da Venezia (1448) che raffigura "L'incoronazione della Vergine". Chiesa di Sant'Agostino. La ricostruzione di un preesistente oratorio dedicato a S. Desiderio avvenne fra il 1322 e il 1357. La struttura della facciata a capanna con archetti ciechi, rosone e due lesene che segnano la fascia centrale in corrispondenza della porta, segue lo schema delle chiese dell'epoca. Il sagrato della chiesa era anticamente adibito a cimitero. I lavori di restauro condotti fra il 1900 e il 1905 non permisero di salvare il convento irrimediabilmente compromesso. Nel 1925 divenne parrocchia e tra il 1941 e il 1942, per interessamento del parroco Don F. Mistrorigo, la chiesa fu ripristinata con gli aiuti della Sovrintendenza ai Monumenti. I lavori di restauro hanno messo in luce affreschi alle pareti e sulla volta del presbiterio. Il soffitto del coro e un polittico di Battista da Vicenza (1404), eseguito per celebrare la donazione della città alla Serenissima, sono fra le cose più belle conservate nella chiesa.
Palazzo da Schio detto Ca' d'Oro. Costruito tra la fine del '300 e l'inizio del '400 nello stile gotico-veneziano, fu quasi completamente distrutto da un bombardamento aereo nel 1944 e ricostruito dalla Sovrintendenza ai Monumenti nel 1950. È un edificio con duplici ordini di balconcini, quadrifore e finestre disposte con precisa simmetria. Il portale, forse disegnato da Lorenzo da Bologna, fu realizzato da maestri lombardi nel periodo rinascimentale. L'interno era stato modificato alla fine del 1700. Fino al secolo scorso la facciata conservava gli affreschi sul fondo oro di Girolamo Dal Toso (1532) e i capitelli gotici erano sfarzosamente dorati: per questo fu chiamata Ca' d'Oro. Nel cortile sono tuttora conservate lapidi e iscrizioni romane raccolte dal conte Giovanni da Schio nel secolo scorso.
Casa Pigafetta. Attribuita a Stefano da Ravenna, è unica nel suo genere a Vicenza e nel Veneto. Diffusi elementi dell'incipiente stile rinascimentale si amalgamano elegantemente con il fiorito tardo-gotico. A un lato del portone su un riquadro si legge la data di costruzione: 1481. Ancora su una fascia a lato del portone si legge il motto, in francese antico, della famiglia Pigafetta: "Il n'est rose sans espine". Più in alto, sempre ai due lati del portone, due piccole finestre quadrate. Nel piano rialzato tre monofore e, al piano nobile, tre balconcini affiancati da colonnine tortili e impreziositi da decorazioni floreali e cornucopie. In questa casa nacque Antonio Pigafetta che, dal 1519 al 1522, circumnavigò il globo al seguito di Magellano e fu preciso cronista della spedizione.
Chiesa di San Rocco. Questa chiesa fu edificata con delibera del Consiglio cittadino, nel 1485, in onore di San Rocco protettore degli appestati, nel punto dove prima sorgeva un piccolo tabernacolo eretto dalla cristiana pietà di alcuni cittadini. La fabbrica è attribuita a Lorenzo da Bologna, allora operante in Vicenza, almeno per quanto riguarda l'interno. La facciata invece fu eretta nel 1530 quando fu ampliata la chiesa. Fra il 1922 e il 1925 la chiesa fu restaurata. All'interno gli altari sono adornati con quadri di autori minori. Vi figurano, però, due pregevoli tele di Giovanni Battista Zelotti (1526-78): "La Pentecoste" e "L'invenzione della Croce con San Lorenzo Giustiniani"; e ancora due quadri di Alessandro Maganza (1556-1630 circa): "Le anime all'inferno" e "La gloria del Paradiso". In un altare di questa chiesa era un quadro di Iacopo Bassano (1515 circa-1592), "San Rocco fra gli appestati", uno dei capolavori dell'artista, ma nel 1807 fu trasferito a Milano ed è uno dei più preziosi dipinti della pinacoteca di Brera. Al suo posto è stata collocata una copia di G. Faccin (1912). Il chiostro, del 1494, al quale si accede per una porticina mascherata dal rivestimento di legno, è di un'eleganza squisita ed è attribuito a Lorenzo da Bologna, che non potè seguire i lavori perchè assente da Vicenza, ma li affidò ad altri. Basilica Palladiana. Situata fra piazza dei Signori e piazza delle Erbe, è la prima grande opera del Palladio. L'incarico della costruzione delle logge, che dovevano essere un'elegante ma poderosa morsa per sostenere la precaria stabilità dell'edificio gotico preesistente, fu affidata al Palladio dal Consiglio cittadino, dopo l'esame di pareri e progetti di insigni architetti del tempo. Secondo il disegno del Palladio, la recinzione doveva comprendere non solo la fabbrica gotica (opera quattrocentesca di Domenico da Venezia, ottenuta dall'unificazione di due edifici) ma anche l'edificio ad est: la "domus comestabilis". I lavori iniziarono nel 1549. L'edificio ad oriente, affiancato dal torrione del tormento, restò escluso ed è oggi una delle poche testimonianze di Vicenza medioevale. Nella Basilica (il Palladio volle chiamarla così perchè in essa si doveva amministrare la giustizia e gli antichi romani chiamarono appunto basilica l'edificio adibito a quest'uso) è evidente il fascino che le frequenti visite a Roma avevano esercitato nell'animo del giovine architetto. Il duplice ordine di arcate e il ritmo ricorrente di pieni e di vuoti richiamano alla mente il Colosseo. Gli angoli della costruzione sono cardini dai quali si partono verso il centro archi di uguale ampiezza. Ogni arco è ottenuto da una colonna poggiata a un poderoso pilastro portante a base quadrata e affiancata da due semicolonne, più altre due colonne rientranti. I due ordini di logge terminano con una stretta terrazza che gira attorno alla cupola ed è chiusa da una balaustra. La cupola è a carena di nave rovesciata, ottenuta con una travatura in legno rivestito da lastre di rame. La balaustra è adorna di statue raffiguranti personaggi mitologici, opera di vari scultori come gli Albanese, Grazioli, Rubini. L'edificio fu ultimato nel 1617, dopo la morte del Palladio. Alla sua sinistra svetta l'elegante torre di piazza dei Signori, detta dei Bissari, del XII secolo e alta 82 metri. Il pinnacolo poligonale è del 1444.
La Rotonda. È il capolavoro del Palladio. Voluta dal canonico Paolo Almerico come residenza e luogo di riunioni culturali, fu costruita fra il 1550 e il 1606 ma già nel 1553 era in parte abitabile. Il progetto palladiano, quasi fedelmente realizzato, consisteva in una costruzione cubica con i quattro angoli perfettamente orientati verso i punti cardinali, per permettere maggior gioco di luci e di ombre sulle facciate. Ogni facciata si prolunga in un pronao con 6 colonne ioniche a fusto liscio ed elevato da una gradinata. Ai piedi di ogni gradinata, una per parte, statue di Lorenzo Rubini (secolo XVI). Su ogni acrotero dei timpani svettano tre statue di Francesco Albanese (notizie 1567-1611). La villa si chiama Rotonda perchè tale forma ha la sala centrale inserita nel cubo della costruzione. Questa sala serviva per le riunioni culturali e per le rappresentazioni. La cupola è opera di Vincenzo Scamozzi (1552-1616) che alterò il progetto del maestro abbassandola. All'interno della sala la volta è ricca di stucchi di Lorenzo Rubini e di Bartolomeo Ridolfi (secolo XVI) che adornano scene allegoriche affrescate da Alessandro Maganza (1556-1630 circa). Alle pareti affreschi di Lodovico Dorigny (1654-1742). Le altre sale furono affrescate da pittori della scuola di Paolo Veronese. Le barchesse furono realizzate da Vincenzo Scamozzi. Quest'opera dell'età matura del Palladio, situata in una collina con lievi declivi a prato, sembra evocata da magia ed è certamente una delle creazioni più belle della genialità umana. In seguito fu presa a modello per molte ville francesi e inglesi, oltre che, naturalmente, italiane. Palazzo Chiericati, L'incarico di costruire questo palazzo fu dato al Palladio nel 1550 dal conte Girolamo Chiericati. Alla sua morte fece continuare i lavori il figlio Valerio. È uno degli episodi più riusciti dell'architettura palladiana, almeno dal punto di vista ambientale. Qui il Palladio potè sfruttare un vasto spazio edificabile, quello della piazza dell'Isola. Tale disponibilità gli permise di articolare il prospetto realizzando al pianterreno uno spazioso portico con colonne doriche che regge nella parte centrale il piano nobile e, ai lati di questo, i vuoti delle logge superiori a colonne ioniche. La parte terminale è attribuita da alcuni studiosi a Carlo Borella (notizie 1675-1707); essa conclude la costruzione con statue e pinnacoli. Fin dall'inizio del 1800 il palazzo è sede del Museo Civico che comprende la Pinacoteca e le sezioni paletnologica, paleoveneta, archeologica, longobarda, di stampe e disegni, numismatica, statuaria medioevale e moderna. Palazzo Thiene. La parte palladiana fu realizzata fra il 1550 e il 1558. Ha due facciate: una sulla contrà Porti di Lorenzo da Bologna (notizie 1479-89) e una sulla via San Gaetano Thiene del Palladio. Se la fabbrica fosse stata eseguita secondo il progetto del grande architetto, oggi Vicenza avrebbe uno dei palazzi più imponenti dell'architettura italiana. Essa infatti doveva comprendere la vasta area fra contrà Porti e via San Gaetano, da una parte, il Corso dall'altra. Ne è stata realizzata soltanto un'ottava parte; ma è quanto basta a celebrare l'arte inventiva del maestro che, usando per la prima volta la tecnica del bugnato, tradusse in forme plastiche la sua cultura, frutto delle esperienze romana e tosco-emiliana. Anche una parte del cortile è palladiana. L'interno del palazzo è imponente e per l'architettura e per le decorazioni. Pregiati stucchi di Alessandro Vittoria (1524-1608) e di Bartolomeo Ridolfi (secolo XVI) adornano le volte e le pareti delle sale. Nella sala d'angolo del piano superiore le quattro statue entro nicchie raffiguranti Paride e tre dee sono opera di Orazio Marinali (1643-1720). Palazzo Valmarana. Con questa costruzione, iniziata nel 1556, Palladio diede un saggio della sua grande abilità nel creare in brevi spazi opere stupende. La strada nella quale operò è stretta e anche leggermente obliqua, eppure il grande maestro seppe impostare la facciata secondo una serie di piani graduati prospetticamente. Le gigantesche lesene che poggiano su un alto zoccolo di base comprendono i due piani formando quasi fasci di luce sulla facciata. Ai due lati estremi della fabbrica le lesene angolari s'interrompono al piano nobile e vengono sostituite da due figure di guerrieri ad altorilievo che risolvono l'impatto con gli edifici contigui. All'interno, il salone del piano nobile ha uno stupendo pavimento in cotto; notevole, al pianterreno, lo stanzino a stucchi e affreschi.
Teatro Olimpico. Costruito dal 1580 al 1584 con i contributi dei membri dell'Accademia Olimpica sull'area dell'antico castello dei Carraresi, del quale avanzano resti di mura, non fu la prima esperienza del genere del Palladio. Egli aveva già progettato un teatro a Venezia (distrutto poi da un incendio) e uno nella sala della Basilica di Vicenza (demolito). Il portale d'ingresso, a bugnato rustico, è del 1600. Nel giardino antistante il teatro sono conservati stemmi e lapidi di varie epoche. Si accede al Teatro attraverso la sala dell'Odeon (di Vincenzo Scamozzi - 1582) decorata da Francesco Maffei nel 1635. All'interno il proscenio è un arco trionfale in onore di Ercole e ricorda gli archi di trionfo che si allestivano in quell'epoca per ricevere principi e vescovi. Si presenta come una facciata a doppio ordine di colonne e lesene con nicchie semplici o a tabernacolo in ognuna delle quali stanno statue in gesso effiggianti gli accademici finanziatori, opere di maestri vicentini della fine del 1500 (qualcuna attribuita al Rubini). Le decorazioni sono a stucco, opera di Agostino Caneva (secolo XVI). Al centro il grande arco è sormontato dallo stemma della città; ai lati sono due porte. Lo spazio antistante, riservato alla scena, rappresenta una piazza: gli interpreti principali escono dalla porta centrale, gli altri delle due porte laterali. Il coro sta in piedi vicino agli attori. Dietro il proscenio si apre la meravigliosa prospettiva delle cinque vie di Tebe opera di Vincenzo Scamozzi, che andò oltre gli intenti del Palladio e creò un'insuperabile scenografia. Dal centro del proscenio si può ammirare la parte più "palladiana" dell'opera, la più geniale. Infatti il maestro seppe dare respiro al breve spazio che aveva a disposizione per le gradinate creando delle curve ellittiche che si concludono con una fascia di intercolumni corinzi. Nelle pareti laterali e nella centrale, fra gli intercolumni, vi sono ancora delle nicchie che contengono statue di accademici. Quella centrale raffigura il Palladio. Loggia del Capitaniato o Bernarda. Fu iniziata nel 1571 su disegno del Palladio, in piazza dei Signori, sul lato opposto alla Basilica. L'edificio è a sole tre arcate (probabilmente nel disegno palladiano dovevano essere almeno cinque). Fu costruito come sede del rappresentante della Serenissima in Vicenza. Le possenti semicolonne sono di evidente disegno del maestro, mentre le balaustre, le cornici degli archi e le troppe decorazioni denunciano la sua assenza durante i lavori. Infatti in quegli anni il Palladio era a Venezia. Il lato dell'edificio verso la contrà del Monte consta di un solo arco affiancato da statue allegoriche e stucchi aventi come soggetto la vittoria della flotta veneziana a Lepanto (1571). Queste decorazioni sono di Vigilio Rubini (notizie 1583-1608) e conferiscono all'insieme l'aspetto di un arco trionfale. La sala superiore della loggia ha il soffitto decorato con affreschi della scuola dello Zelotti. Palazzo del Comune. Già Trissino. Fu progettato nel 1592 per il conte Galeazzo Trissino da Vincenzo Scamozzi, fra tutti gli architetti veneti secondo solo al Palladio. Questo palazzo è considerato il suo capolavoro. La facciata non era stata ancora ultimata nel 1628 e fu completata, come il cortile, nel 1662 dal migliore allievo dello Scamozzi, Antonio Pizzocaro. La facciata dà su corso Palladio e non è completamente visibile dalla via perchè questa è stretta. Eleganti colonne formano il portico che sostiene il piano nobile. Qui la ritmica e luminosa linearità delle colonne continua con lesene che separano le finestre. Quella centrale doveva essere sormontata da un timpano che il Pizzocaro omise. Il vano quadrato del cortile è delimitato da quattro logge, legate fra loro da un ballatoio che corre sui quattro lati, recinto da una balaustra in ferro battuto. L'incendio causato dagli spezzoni del bombardamento aereo del 18 marzo 1945 distrusse buona parte dei pregiatissimi dipinti del Dorigny e tutti gli stucchi del Pizzocaro che adornavano due delle tre sale del piano nobile che danno sul corso. Nella sala di destra si salvarono parecchi frammenti della fascia affrescata da Giulio Carpioni (1611-74). Il palazzo Trissino, pervenuto per eredità alla famiglia Da Porto, fu da questa donato al Comune nel 1901.
Basilica di Monte Berico. Secondo una credenza popolare, che si tramanda da generazioni, la prima chiesetta dedicata alla Madonna di Monte Berico sorse nel punto dove la Vergine era apparsa per ben due volte alla popolana Vincenza Pasini, nel 1426 e nel 1428, mentre in città infuriava una terribile pestilenza. La Madonna promise che se i vicentini avessero provveduto a far costruire sulla sommità del colle una chiesa a Lei dedicata avrebbe fatto cessare la peste. Il popolo rispose generosamente e la chiesetta fu ultimata in soli tre mesi. Nel 1476 essa fu ingrandita da Lorenzo da Bologna; nel 1578 fu affiancata da un nuovo tempio opera del Palladio che fu poi abbattuto per far posto all'attuale. Nel 1688 l'incarico della costruzione di un nuovo tempio fu affidato a Carlo Borella. Egli concepì una costruzione a croce greca che isolasse la primitiva chiesetta gotica, che attraverso i secoli aveva subito trasformazioni sia all'interno che all'esterno. La nuova basilica del Borella fu ultimata nel 1703. All'esterno presenta tre facciate identiche ricche di sculture di Orazio Marinali (1643-1720) e della sua scuola. Sorge su uno spiazzo ampliato ed elevato nel 1817 da tre scalinate, una davanti ad ogni facciata, su disegno dell'architetto Verda. All'interno, nell'altare maggiore, è la veneratissima statua della Madonna della Misericordia, del 1444; è in marmo colorato ed è attribuita ad Antonino da Venezia. Nel tempio, oltre a tele di Iacopo Palma il Giovane (1544-1628) e di Giulio Carpioni (1611-74), è custodito l'affresco della "Pietà" di Bartolomeo Montagna (1500) che è il capolavoro del maestro, purtroppo più volte restaurato. A fianco della chiesetta gotica c'è il convento dei padri serviti nel cui refettorio campeggia una magnifica tela di Paolo Veronese (1572): "Cena di San Gregorio Magno2. Questa tela fu rubata dai soldati francesi e poi ricuperata. Durante la battaglia del 10 giugno 1848 fu ridotta in 32 brandelli dalle soldataglie austriache (che saccheggiarono e distrussero anche paramenti preziosi e gli stalli in legno intarsiato opera di Pierantonio da Modena). Fu diligentemente ed egregiamente restaurata per volere di Francesco Giuseppe d'Austria e ricollocata al suo posto nel 1858.
Oratorio di San Nicola da Tolentino. Era sede della ricca confraternita di San Nicola da Tolentino. Risale al 1505. I lavori per un completo rinnovamento furono avviati nel 1617 e ultimati nel 1633. Il soffitto, ornato da mirabili stucchi forse di Antonio Pizzocaro, fu ultimato nel 1675. Le tele raccolte in quest'aula per lasciti e donazioni di fedeli si devono per lo più all'estro dei due rappresentanti della pittura veneta del '600: Giulio Carpioni e Francesco Maffei. Ve ne sono oltre 30. Purtroppo l'Oratorio risentì notevolmente dell'incuria degli uomini e delle vicende belliche. Nel dopoguerra è stato però egregiamente restaurato. Chiesa di Santa Maria d'Aracoeli. Fu eretta sull'area di una chiesetta e un convento di suore damiane della metà del 1200. La costruzione attuale, progettata da Guarino Guarini e realizzata da Carlo Borella, fu iniziata nel 1675 e ultimata nel 1680. La facciata è popolata di statue della bottega del Marinali. All'interno, fra le quattro pilastrate angolari, si aprono i quattro vani di forma ellittica che accolgono l'atrio e i tre altari, uno dei quali attribuito al padovano Bonozzi. Dalla cupola piove la luce che illumina l'interno. Un tempo la chiesa era ricca di dipinti preziosi come "L'Immacolata" del Tiepolo (ora al Museo). Nell'Oratorio si conservano una "Madonna" e un "San Giovanni" di Alessandro Maganza (1556-1630 circa). Palazzo Repeta. La costruzione, iniziata nel 1701 per conto del marchese Scipione Repeta, è opera dell'architetto Francesco Muttoni. Le due facciate, una verso corso Fogazzaro e l'altra verso piazza San Lorenzo, presentano il piano inferiore a bugnato rinforzato da fasce di pietra bianca; nel piano nobile le luminose lesene abbinate fanno risaltare le tre grandi finestre della sala centrale. Stupendo all'interno lo scalone. Sul pianerottolo campeggia il gruppo scultoreo di Orazio Marinali: "La Ragione domina il Senso". I soffitti del salone e delle altre stanze sono decorati con pitture del Dorigny (1654-1742).
Palazzo Cordellina. Fu progettato per Carlo Cordellina, insigne giureconsulto veneto, da Ottone Calderari nel 1776. Risente nei due piani della facciata degli influssi palladiani e scamozziani. Purtroppo del progetto furono eseguiti solo la parte che dà su via Riale e l'atrio quadrato antistante il cortile. Gli affreschi settecenteschi di Paolo Guidolini e di Girolamo Ciesa, che decoravano le sale del piano nobile, vennero gravemente danneggiati dal bombardamento del 18 marzo 1945, che demolì anche il prospetto, restaurato nel 1948. I tesori artistici di Vicenza fin qui elencati sono solo una piccola parte dei numerosissimi che l'adornano. Ad essi è stata riservata una trattazione particolareggiata perchè sono i più importanti o significativi dei vari periodi artistici. Diamo qui di seguito una breve descrizione di quelli non segnalati finora. L'ordine seguito è quello alfabetico. Casa Bertolini. Già Valmarana. È un'elegante opera rinascimentale di Lorenzo da Bologna (1480). Sorge in contrada Santa Corona. Casa Berton. In contrada San Marco. Di forme rinascimentali molto semplici, risale alla fine del '400 ed è attribuita a Tommaso da Milano (notizie 1475-1510). Casa Bortolan. In contrada Piancoli. Della fine del '500, è forse opera del collaboratore del Palladio, Domenico Graffino. Casa Braga. In contrada Piancoli. È un edificio gotico (seconda metà del '400), rimaneggiato alla fine del '400 al pianterreno e nella facciata sul fiume. Casa del Palladio. In corso Palladio. La facciata è attribuita al grande architetto (1560-70). Al pianterreno presenta una serliana, a quello nobile due lesene scanalate che inquadrano una superficie un tempo affrescata. Nell'atrio, due statue settecentesche, di cui una raffigura il Palladio. La sala al piano nobile ha interessanti affreschi. Casa Garzadori. Ora Fattore. In via Lioy. È un elegante edificio gotico (prima metà del '400). Conserva tracce di affreschi. Casa Polazzo. Già Scroffa. In contrada Piancoli. Gotica (1448), ha una trifora a colonnine tortili. Casa Polazzo. Già Dal Toso. In contrada Piancoli. Dell'inizio del '500, ha la parte inferiore a bugnato e le finestre dei due piani incorniciate da lesene scanalate. Casa Sesso Zen. Ora Fontana. In via Zanella. Bellissimo edificio gotico sorto nel '400 in seguito al radicale rinnovamento di una precedente costruzione romanica di cui rimangono tracce notevoli. Nella facciata, due grandi quadrifore. Molto bello il cortile che conserva la scala esterna. Casa Sperotti. Già Trissino. In contrada Porti, Gotica (secolo XIV), ha le balaustre dei poggioli traforate. Case Arnaldi. In contrada Pasini. Sono due edifici di cui uno (prima metà del '400) ha belle finestre gotiche e l'altro (seconda metà del '400) ha forme del primo Rinascimento con parte inferiore decorata da un insolito motivo a losanghe e bella scala nell'atrio. Chiesa di San Filippo Neri. In corso Palladio. Fu riedificata da Giorgio Massari (1730); la facciata neoclassica fu eseguita da Antonio Piovene (1824) su disegno del Calderari. Conserva due belle tele di Francesco Solimena (1657-1747). Il presbiterio è di belle forme rococò. Chiesa di San Gaetano Thiene. In corso Palladio. Fu eretta da Girolamo Frigimelica (1720-30). Ha un fastoso altare maggiore; conserva una tela del Solimena. Chiesa di San Giuliano. In contrada Porta Padova. Del '400, fu rifatta dal Pizzocaro fra il 1666 e il 1693. La facciata ha un frontone triangolare con statue. All'interno notevoli altari barocchi e statue del Marinali (1704).
Chiesa di San Marco degli Scalzi. In contrada San Marco. Del '400, fu ricostruita nel 1720-27 forse da Giorgio Massari. La facciata è del 1756. All'interno ha pregevoli tele del '600 e del '700. Chiesa di San Pietro. In contrada San Pietro. Molto antica, fu rifatta nel '400. La facciata è del 1597. Conserva tele di Alessandro Maganza (1556-1630 circa), di Giovanni Battista Zelotti (1526-78) e di Francesco Maffei (1600-60). Chiesa di Santa Caterina. In contrada Santa Caterina. Del 1672, è forse del Pizzocaro. Conserva tele che costituiscono un'antologia della pittura veneta della prima metà del '600 e statue del Marinali. Chiesa di Santa Croce. In contrada Santa Croce. Del secolo XII, fu rimaneggiata nel XVIII. All'interno, dipinto del Maganza. Chiesa di Santa Maria dei Servi. In piazza delle Biade. Del 1407, fu ingrandita nel 1490. La facciata è attribuita al Muttoni (1710); è ornata di statue del Marinali e del Calvi (1791-1872) ed ha un bel portale del 1531. Conserva una pala di Benedetto Montagna (circa 1481-1558), un bell'altare lombardesco del '400 e un portale rinascimentale attribuito a Tommaso da Milano (notizie 1475-1510). Il chiostro è del '400. Chiesa di Santa Maria del Carmine. In contrada Santa Croce. Risale al 1373, fu ricostruita nel 1425 e rimaneggiata nel 1862. All'interno le cappelle, gli altari laterali e le porte costituiscono uno splendido insieme rinascimentale di maestri lombardi risalente alla fine del '400. Con serva inoltre pregevoli tele di Antonio De' Pieri (secoli XVII-XVIII), di Giulio Carpioni (1611-74), di Iacopo Bassano (1515 circa-92), di Benedetto Montagna (circa 1481-1558). Chiesa di Santa Maria e di San Cristoforo. In strada San Marcello. È attribuita a Domenico da Venezia (seconda metà del '400). Sconsacrata e alterata, conserva un bellissimo portale dell'inizio del '500 sormontato da un ricco baldacchino opera del Marinali (1643-1720). Chiesa di Santa Maria Nuova. In contrada Santa Maria Nuova. Eretta tra il 1525 e il 1589, fu attribuita al Palladio. L'interno è stato restaurato di recente. Chiesa di Santo Stefano. In piazza Santo Stefano. Del secolo XII, fu rifatta tra il 1695 e il 1726. All'interno tele pregevoli fra cui due, splendide, di Giovanni Battista Tiepolo (1696-1770) e di Iacopo Palma il Vecchio (circa 1480-1528). Chiesa di San Vincenzo. In piazza dei Signori. È opera di Paolo Bonin (1614-17). Ha bel campanile cuspidato. È adorna in facciata da statue di Giovanni Battista Albanese (1617). L'interno è del 1387, ma fu rifatto nel 1499 e nel 1706. Nel 1924 fu restaurato. Conserva una statua del Marinali (1643-1720). Colonne di Piazza. In piazza dei Signori. Di marmo bianco di Chiampo e molto eleganti, furono erette quella di sinistra nel 1464 (regge il leone di San Marco) e quella di destra nel 1640. Monte di Pietà. In piazza dei Signori. Nella parte inferiore è quattrocentesco, in quella superiore cinquecentesco. Giovanni Battista Zelotti ne aveva decorato la facciata con affreschi distrutti dal tempo. La facciata laterale è di Francesco Muttoni (1703). Oratorio delle Zitelle. In contrada Santa Caterina. Del 1647, conserva una bella serie di tele di autori importanti del '600 e del '700.
Oratorio di San Pietro. In contrada San Pietro. È del 1414; il portale è decorato a terracotta ed ha resti di un affresco del '500. All'interno, sculture attribuite a Niccolò da Venezia (1415). Oratorio di Santa Chiara o di San Bernardino. In contrada Santa Chiara. Fu eretto nel 1451 in forme gotiche ma con portale rinascimentale. L'interno ha soffitto a capriate di legno decorate. Conserva tele di Giulio Carpioni (1611-74) e di Alessandro Maganza (1556-1630 circa). Ospizio di San Pietro. In contrada San Pietro. È un monastero antichissimo, fondato nell'827 per le monache benedettine. Fu soppresso nell'epoca napolconica. All'interno, statua del Canova (1814); il chiostro quattrocentesco ha eleganti decorazioni in cotto. Palazzi Gualdo. In piazzola Gualdi. Sono due edifici della fine del '400 o dell'inizio del '500. Eleganti le facciate rinascimentali. Palazzo Angaran-Vaccari. In contrada San Marco. Del 1566. La facciata, attribuita al Palladio, è inferiormente a bugnato e superiormente aperta da grandi finestre affiancate da semicolonne. Palazzo Arnaldi della Torre. In contrada Santi Apostoli. Del 1574, è attribuito a Gian Domenico Scamozzi. Ha parte centrale a lesene. Palazzo Arnaldi-Piovene. In via Zanella. Della fine del '400, ha bel portale di marmo rosso sormontato da una bifora. Palazzo Barbaran-Porto. In contrada Porti. È una grandiosa costruzione eretta dal Palladio (1570). La facciata è a due ordini: ionico l'inferiore e corinzio il superiore. Nel cortile, doppio loggiato ionico e corinzio. Al pianterreno una sala è decorata a stucchi e affreschi della scuola del Veronese. Al piano superiore, salone con soffitto a lacunari di legno che incorniciano tele forse dei Maganza. Palazzo Beltrame. Già Pagello. In corso Palladio. È forse il capolavoro di Ottavio Bertotti Scamozzi (1780). Palazzo Bonin. Già Thiene. In corso Palladio. Quasi certamente è del Palladio; fu completato alla sua morte da Vincenzo Scamozzi. La facciata sul cortile ha una doppia loggia trabeata molto suggestiva. Palazzo Braschi. Ora Brunello. In corso Palladio. In stile gotico del '400. Il portico ha colonne che poggiano su piedistalli altissimi; al primo piano due belle monofore e una quadrifora. Nel cortile, due loggette gotiche sovrapposte. Singolare il campaniletto murato che sembra un orologio a pendolo. Palazzo Capra - Clementi. In corso Palladio. Forse di Lorenzo da Bologna (fine '400), fu restaurato nel 1860. Palazzo Casarotti. Già Negri De Salvi. In via San Gaetano Thiene. Della fine del '400, ha incorporate le merlature di due torri antiche.
Palazzo Civena-Trissino. In viale Eretenio. Fu eretto nel 1540 dal Palladio. Al piano nobile le finestre hanno frontoni alternativamente triangolari e curvi; molto eleganti le lesene corinzie binate. Le balaustre delle finestre sono traforate. Il portale e l'atrio sono del '700, le ali sono dell'800. Palazzo Colleoni - Porto. In contrada Porti. È della fine del '300 o dell'inizio del '400. La facciata ha una quadrifora e finestre con poggiolo. Dal portico architravato attraverso una scala esterna si sale alla loggia ad archi acuti sorretta per metà da architravi di legno. Palazzo Festa. Già Iseppo Da Porto. In contrada Porti. Fu iniziato nel 1552 dal Palladio e rimase incompiuto. Il pianterreno è a bugnato liscio, quello nobile ha finestre a poggiolo inquadrate da colonne ioniche. Nell'attico, quattro statue forse dei Rubini (secolo XVI). All'interno, sale con soffitti splendidi; in due sono affreschi del Tiepolo (1696-1770). Palazzo Giacomazzi. Ora Trevisan. In piazza Matteotti. Dei primi decenni del '700, è l'unico esempio in Vicenza di architettura rococò. Palazzo Matteazzi. Già Poiana. In contrada San Tomaso. Della fine del '600, ha nell'atrio una scala ornata con un bellissimo ferro battuto e statue di Orazio Marinali (1643-1720). Palazzo Montanari. In contrada S. Corona. È un grandioso edificio barocco (1680-86) con statue e stucchi dei valdostani Peracha. Bella la loggia sul cortile. Palazzo Porto-Breganze. In contrada Porti. Di forme gotiche, ha una grandiosa quadrifora adorna di archi rovesciati. Il portone di marmo (1481) è attribuito a Lorenzo da Bologna. Fu manomesso nel 1700. Molto bello lo scalone. Palazzo Porto-Breganze. In piazza Castello. Fu iniziato alla fine del '500 da Vincenzo Scamozzi su disegno del Palladio ma rimase incompiuto. Quanto sussiste ha tre semicolonne su alti piedistalli che inquadrano due finestre. Palazzo Regaù. In contrada 20 Settembre. Di forme gotiche, risale al primo '400. Ha facciata affrescata e bassorilievi nei parapetti della quadrifora. Palazzo Trento-Valmarana. In contrada Cabianca. È una delle opere più interessanti di Francesco Muttoni (1718). Ha facciata barocca assai fastosa. Palazzo Velo. Già Vettore. In contrada Cantarane. È una delle opere più belle di Francesco Muttoni (1707) purtroppo incompiuta. Il portico architravato fu interrotto al terzo intercolumnio. Palazzo Vescovile. In piazza del Duomo. È stato riedificato dopo l'ultima guerra. Nel cortile sussiste la bella loggia eretta da Bernardino da Milano nel 1494. Porta Castello. In piazza Castello. È quanto resta di una porta del Mille; è sovrastata da un torrione scaligero, unico resto del castello, pure del Mille, distrutto nel 1819. Porton del Luzzo. Presso piazzale San Giuseppe. È l'unica rimasta delle cinque porte che si aprivano nella primitiva cinta muraria. Villa Valmarana. Vi si giunge da stradella San Sebastiano. È detta dei nani per le piccole statue sui muri del giardino. È costituita dalla palazzina (opera forse di Antonio Muttoni (1668)), dalla foresteria e dalle scuderie (aggiunte da Francesco Muttoni dopo il 1725). Giovanni Battista e Gian Domenico Tiepolo affrescarono a partire dal 1757 palazzina e foresteria con un ciclo pittorico fra i più importanti del '700 italiano.
La città di Vicenza si avvale, per quanto riguarda la produzione, di una forte struttura industriale, sia per il numero e l'entità degli stabilimenti, sia per la diversificazione merceologica dei prodotti. Fra i settori di maggiore importanza sono da segnalare, per la loro funzione guida e la loro tradizione, la lavorazione dell'oro e dei metalli preziosi e la tessitura. Nel settore dell'oreficeria operano centinaia di aziende di dimensione relativamente limitata, che lavorano oro, argento e i metalli preziosi più vari. La loro organizzazione produttiva particolare, esigendo un fortissimo investimento di capitale nelle materie prime e dovendo adattarsi continuamente alla congiuntura economica, necessita di una massima snellezza e non consente perciò di occupare molta manodopera. Nel settore della tessitura l'azienda pilota è il cotonificio Rossi, un grosso complesso industriale che conta migliaia di dipendenti e che è contornato da una quindicina di industrie di piccola e media dimensione e da molte altre imprese artigianali. L'industria metallurgica conta due stabilimenti di media portata quali le Acciaierie Valbruna e le Acciaierie Vicentine, mentre numerosa è la varietà merceologica delle altre aziende del settore che comprendono, fra l'altro, bigiotteria di lusso, oggetti di metallo, bulloni, cinturini per orologi. L'industria chimica può contare solo su alcuni impianti, mentre quella poligrafico-editoriale dispone dell'importante stabilimento della "Lego" e di un'altra ventina di aziende più piccole come le Arti Grafiche delle Venezie. Il settore della carta e cartotecnica è presente con alcune aziende fra cui la cartiera "Rossi" e i tubettifici "Vicentino e Favretto". Rinomato è lo stabilimento "Campagnolo" ove si costruiscono mezzi di trasporto. Nel campo della lavorazione dei minerali non metalliferi si distinguono le Fornaci Venete Riunite, che occupano diversa manodopera, come pure la SADI e la Vetreria Triveneta. Vale ancora la pena di citare altre imprese manifatturiere come la SILEA (lampade elettriche), la LIMA (giocattoli) e la IMP (materie plastiche). Infine degno di nota è il settore meccanico che comprende una cinquantina di imprese industriali e oltre quattrocento aziende artigianali; esse in totale interessano più di 3.000 addetti. Il tessuto industriale cittadino, come quello di tutto il territorio provinciale, ha una caratteristica peculiare che è importante notare: salvo qualche eccezione di grossa azienda che è stata di recente assorbita dalle Partecipazioni Statali, essa è sorta grazie all'iniziativa locale, senza l'intervento di capitale esterno oppure statale, e si è sviluppata per la ferrea volontà, l'intraprendenza e la capacità degli imprenditori privati piccoli e medi. Proprio per questa sua condizione, Vicenza è la provincia più industrializzata della regione. L'agricoltura, nonostante il grado di specializzazione e di progresso tecnico, ha perso sempre più terreno ed è logicamente divenuta ormai di importanza marginale nell'economia di Vicenza. Tanto per avere un'idea della proporzione del fenomeno è sufficiente notare che il numero delle persone occupate è meno del 3% di tutte le forze di lavoro locali.
La distribuzione dei beni è però stata, fin dall'inizio del processo di sviluppo economico della Provincia, l'attività di primaria importanza del capoluogo vicentino. A questo proposito svolgono una funzione essenziale di organizzazione e promozione alcuni organismi socio-economici che in sintesi presentiamo. La Camera di Commercio di Vicenza fu istituita con il decreto napoleonico del 27/6/1811. Essa ha sempre svolto un encomiabile ed utilissimo compito di propulsione, di organizzazione degli scambi commerciali e di assistenza per le varie aziende produttrici e in genere per gli operatori economici. La Banca Popolare di Vicenza, sorta nel 1866, rappresenta un'altra iniziativa storicamente significativa per il sistema economico-sociale provinciale. Questo tipo di organismo creditizio fu il primo esperimento del genere attuato nel Veneto. Sempre allo scopo di rafforzare nel capoluogo vicentino l'importante ruolo di centro propulsore delle attività provinciali, si realizzò nel 1923 la S. A. Magazzini Generali, Bozzoli, Sete, Lane ed Affini. La realizzazione di questa vitale infrastruttura commerciale fu sentita come una inderogabile necessità per Vicenza, essendo uno dei più grossi mercati serici italiani, secondo solo a Milano. L'antica Fiera Campionaria di Vicenza fu riorganizzata dopo la seconda guerra mondiale ed oggi ospita in modernissimi padiglioni diverse fiere e mostre di importanza nazionale ed internazionale. La Borsa Merci, istituita nel 1951 si è affermata come utilissimo strumento a valutazione e controllo economico e finanziario. Quelle citate sono solamente alcune realizzazioni fra le più rinomate, che stanno ad indicare le tappe salienti seguite dal capoluogo vicentino nel cammino di continuo progresso, volto a rendere sempre più efficiente la sua preminente funzione di catalizzatore della vita socio-economica del ricco territorio provinciale, in cui si trovano grossi centri e imponenti strutture industriali. Le iniziative promozionali dell'Ente Fiera, unite alle bellezze architettoniche del Palladio, a quella paesaggistica del territorio, alle manifestazioni teatrali e culturali, sono fattori stimolanti dell'attività turistica, che trova nell'attrezzatura ricettiva un valido supporto. Parallelamente al commercio si sono sensibilmente sviluppate tutte le altre attività terziarie come gli autotrasporti, il credito, le assicurazioni e vari servizi sociali.
Ogni giovedì è attivo il mercato del bestiame ed in minor parte quello delle macchine ed attrezzi agricoli. Presso la Borsa Merci si effettua pure ogni martedì e giovedì il mercato dei generi vari mentre ogni sabato quello dei cereali. | | |